Non mancano ragioni per mettere mano alla legge elettorale. Quella in vigore – il Rosatellum – presenta molteplici profili di criticità, sia per il disegno complessivo, sia per specifici meccanismi di trasformazione dei voti in seggi. Sotto il primo profilo, il Rosatellum è senz’anima: esso non rivela infatti alcuna scelta tra un tipo di democrazia caratterizzato dalla più ampia rappresentatività pluralistica e fiducioso nella mediazione in Parlamento (visto che introduce il riparto di 3/8 dei seggi con metodo uninominale); e una di investitura maggioritaria (solo per l’irresponsabilità della dirigenza di partiti di centro-sinistra nel 2022, il governo della destra può contare su una maggioranza così forte in Parlamento). Sul piano delle tecnicalità, il meccanismo di trasformazione dei voti in seggi incorporato dal Rosatellum configura un’autentica “black box”, in cui i voti entrano e subiscono un processo indecifrabile di manipolazione e di dislocazione, fino a rendersi pressoché intracciabili. Non si può dunque difendere l’esistente. Ciò nondimeno, la maggioranza che sostiene il governo sta riuscendo nell’impresa, non di poco conto, di peggiorare il Rosatellum. Naturalmente, non senza il solito, ineffabile, pezzo di centro-sinistra disposto a inseguire questa deriva e, con mal riposto zelo costruttivo, a provare a salvare l’insalvabile.

L’arbitrio del premio di maggioranza

Il primo peggioramento visibile è il ritorno alla opaca tecnica dei premi di maggioranza, retaggio osceno del Porcellum (e dell’Italicum), finalmente abbandonata dal Rosatellum. Risulta inaccettabile la confusione che serpeggia trasversalmente tra una logica elettorale limpidamente maggioritaria (che può convincere o meno) e l’arbitrio opaco dei meccanismi dei premi di maggioranza. Il premio di maggioranza determina vari livelli di arbitrio: serve una soglia per farlo scattare? A che misura la si fissa? Quanti seggi si distribuiscono in “buono omaggio”? E via dicendo… Viceversa, il sistema maggioritario, pur laddove produca esiti di sovra-rappresentanza, funziona secondo una ben diversa logica lineare, che attribuisce i seggi ai vincitori di chiare competizioni, collegio per collegio. È un segnale della mediocrità e, ancor più, della torbidezza della classe politica quello di dichiarare l’obiettivo, perfino ossessivo, della governabilità, epperò di scansare accuratamente il modello maggioritario, notoriamente il più congruo a conseguirlo e idoneo ad attivare meccanismi di precisa e limpida responsabilità. Non si tratta, a mio avviso, di demonizzare l’uno o l’altro sistema: maggioritario e proporzionale sono formule elettorali portatrici di visioni democratiche diverse, ma ambedue dignitose: la prima, quella orientata a fare del momento del voto la selezione, a seguito di una competizione, dell’élite governante; la seconda, quella di precostituire le premesse della mediazione, affidata al gioco della dialettica parlamentare. L’uno e l’altro sistema possono generare effetti collaterali che talora consigliano correttivi: il maggioritario, premiando la concentrazione del voto, accetta, ma può tentare di contenere, le distorsioni rappresentative; il proporzionale può mandare segnali alle plurali offerte politiche di cercare linee di preventiva composizione e di non assecondare corse isolate che siano motivate solo dalla non rara vanità di aspiranti leadership.

La Corte costituzionale, nei confronti del premio di maggioranza, ha assunto – a partire dalla sent. 1/2014 – una posizione censoria, ma non preclusiva. Da qui gli equilibrismi spericolati per incorporare l’opacità del meccanismo senza incorrere nella sanzione della Corte. Un tentativo già inutilmente percorso con il cosiddetto Italicum (sent. 35 del 2017). Ora ci si riprova, fissando una soglia (al 42% di voti conseguiti dalla lista o dalla coalizione vincente su scala nazionale), al raggiungimento della quale far scattare il meccanismo premiale. La soglia non appare in sé irragionevole, se stiamo al “dictum” della sentenza 1/2014 della Corte costituzionale.

Occorre un approccio più netto

Occorre però avere il coraggio di mettere in discussione radicale, a tutti i livelli, il meccanismo del premio di maggioranza per la sua intrinseca opacità arbitraria e per gli effetti che può generare. È inutile provare a comporre ciò che è incomponibile: e cioè accettare il premio di maggioranza, salvo poi preoccuparsi se – dopo la sua assegnazione – si raggiungono o si sfiorano le soglie necessarie per eleggere cariche di garanzia costituzionale (il Presidente della Repubblica, ma anche i giudici della Corte costituzionali e i membri laici del CSM). La soglia per l’elezione del Presidente della Repubblica è insostenibilmente bassa (dal quarto scrutinio diviene la maggioranza assoluta), così come per l’approvazione parlamentare delle revisioni costituzionali, non a caso ormai oggetto di una sciatta e reiterata banalizzazione, che solo nel referendum incontra un argine efficace. Se dunque l’attuale maggioranza di governo manifesta la sua ambiguità riproponendo questo meccanismo arbitrario, che si sperava sepolto nella fossa del Porcellum, una parte dell’opposizione diviene complice di questi equilibrismi quando non assume la responsabilità di orientamenti più limpidi e radicali. La legge elettorale in approvazione quantifica in cifra fissa il premio di maggioranza (70 seggi alla Camera e 35 al Senato) e questo non esclude – e come potrebbe? – che si avvicinino pericolosamente o si superino le soglie di garanzia, che tali non sono più da tempo. A ciò si aggiunga l’ulteriore criticità che anche al Senato il premio sarebbe attribuito su scala nazionale, nonostante l’art. 57 Cost. reciti che esso debba essere «eletto su base regionale». E dubbi ulteriori solleva il concorso diseguale delle Regioni, ordinarie e speciali, all’assegnazione di tale premio. Sono queste ultime criticità che possono sembrare di dettaglio, ma che potrebbero fornire argomenti per una pronuncia demolitoria della Corte costituzionale, nonostante la timidezza politico-istituzionale di fronte ai difetti macro.

La questione delle preferenze: giochetti di potere e irresponsabilità

Un’ulteriore prova di inqualificabile equilibrismo la maggioranza parlamentare, con la solita zelante disponibilità di parte dell’opposizione, mostra rispetto all’altro paletto, sin troppo elastico, posto dalla Corte costituzionale nella famosa sentenza 1/2014: quello relativo alle preferenze. Anche in questo caso, la riforma riesce a fare peggio del già indecoroso Rosatellum. Nel Rosatellum, almeno, ci sono gli eletti dei collegi uninominali. Nella proposta presentata, invece, il meccanismo generalizza la cooptazione, prevedendone due livelli diversi. Uno, attraverso le liste bloccate utilizzate per il riparto proporzionale; l’altro, per i listini nazionali a cui attingere per allocare il premio di maggioranza. Tutto questo condito dal solito, immancabile, meccanismo delle pluricandidature, che introduce livelli di manipolazione e di opacità che non trovano una giustificazione che li possa sorreggere. Su questo profilo della mancanza delle preferenze, la costituzionalità della legge elettorale proposta, a stare ai parametri indicati dalla Corte costituzionale, vacilla vistosamente. E infatti la maggioranza riflette su come cercare di non essere sbugiardata dalla Corte medesima, senza però rinunciare ad ampi strati di cooptazione, ad uso e consumo di leadership di paglia e di relativi cerchi magici di servitori. Sono già stati presentati dalla maggioranza emendamenti correttivi che prevedono capilista bloccati e preferenze per gli altri candidati. E, alla loro bocciatura (almeno per ora) hanno cooperato una legittima strategia dell’opposizione (che ha chiesto il voto segreto) e inconfessabili resistenze trasversali (per cui certo non possiamo esultare) al ripristino di strumenti di selezione dal basso. Ma i cittadini, di qualunque schieramento siano, che si lamentano così spesso della lontananza della classe politica non hanno nulla da protestare su questo ricorrente sconcio? E tanto mondo culturale e intellettuale, che poi impartisce lezioncine ipocrite contro l’ampio astensionismo elettorale, non ha nulla da eccepire?

Di peggiorativo rispetto al Rosatellum (e di riabilitazione del Porcellum) vi è anche il ritorno dell’indicazione nella scheda elettorale del candidato di partiti e coalizioni a ricoprire la carica di Presidente del Consiglio. Al netto dell’ipocrisia e della sciatteria di un’indicazione che non sarebbe vincolante, si cerca, per vie oblique, di ottenere gli effetti sperati dalla riforma del premierato, prudentemente accantonata per non correre il rischio di una nuova e sonora bocciatura da parte del referendum costituzionale, dopo il caso della riforma della magistratura. Con l’indicazione obliqua del candidato “premier” si sviliscono i poteri del Presidente della Repubblica, senza formalmente modificarli.

Una riforma delle regole a fine legislatura: altra ferita per la democrazia

Last, but not least: i tempi e i modi dell’approvazione parlamentare della riforma elettorale. Come al solito, al tramonto di legislatura, quando cioè calcoli e opportunismi diventano una tentazione irresistibile. E nonostante gli orientamenti chiaramente espressi dal Consiglio d’Europa. Si mette in scena un finto dialogo, sotto ricatto costante, ma poi la maggioranza di governo “tira dritto”… Anche qui, servirebbe che le componenti repubblicane di contre-démocratie, secondo la formula di Pierre Rosanvallon, si facessero sentire con minore timidezza: organi di garanzia costituzionale, ma anche la stampa d’opinione, se ancora ne esiste una… Entrambi tradiscono la loro funzione se non battono ciglio e si auto-inibiscono l’esternazione di perplessità. Pronunciamenti più coraggiosi e critici aiuterebbero la Corte costituzionale a prendere posizione, senza rimanere da sola, con il cerino acceso in mano. 

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  • Filippo Pizzolato

    Professore di Istituzioni di Diritto Pubblico presso l’Università degli studi di Padova e docente di Dottrina dello Stato presso l'Università Cattolica di Milano.