Il mondo come pulpito. A poco più di un anno dalla sua elezione papa Leone sta dispiegando un’agenda di viaggi che, per ampiezza geografica e densità simbolica, lo pone sulla scia dei grandi pontificati pellegrini del Novecento. Dopo il Giubileo del 2025 con l’Anno santo che, tradizionalmente, non prevede che il papa si sposti da Roma (con l’unica eccezione dei viaggi già programmati da Francesco in Turchia, per i 1.700 anni dal Concilio di Nicea, e in Libano), papa Leone XIV ha messo in cantiere una serie di visite che, dalle sponde del Mediterraneo alle pieghe dell’Africa subsahariana, passando per la Penisola Iberica e il cuore stesso dell’Italia, sta costruendo un Pontificato che “parla attraverso i piedi” e annuncia in ogni latitudine unità pace e prossimità. Dal Principato di Monaco (28 marzo) al continente africano (13-23 aprile), alla Spagna (6-12 giugno) e a un articolato tour italiano che da maggio ad agosto lo vede a Pompei, Napoli, Acerra, Pavia, Sant’Angelo Lodigiano, Lampedusa, Assisi e Rimini, il messaggio è univoco: disarmare i linguaggi, cercare l’unità, guardare il mondo con lo sguardo di Dio che privilegia, soprattutto, i poveri.

Tra la ricchezza di Monaco e la povertà dell’Africa nera

Il viaggio lampo a Monaco, primo di un papa in epoca moderna, ne è stato un esempio. Proprio lì, nella patria dei “ricchi” è andato a dire che le risorse devono essere equamente distribuite e, con parola che ha poi ripetuto in Africa, non ci si deve “ingozzare” di ciò che è destinato a tutti. Un viaggio che ha aperto anche un dialogo con quelle realtà europee dove il cattolicesimo è religione di Stato e il confronto tra istituzioni civili e Chiesa mantiene un rilievo concreto.

Ma è stato il viaggio in Africa che, come ha confessato lui stesso ai giornalisti che lo seguivano sul volo, avrebbe voluto fosse il primo del pontificato, che ha espresso in modo ancora più chiaro il suo programma. L’itinerario disegna un arco che va dal Nordafrica islamico all’Africa subsahariana: Algeria (Algeri e Annaba), Camerun (Yaoundé, Bamenda e Douala), Angola (Luanda, Muxima e Saurimo) e Guinea Equatoriale (Malabo, Mongomo e Bata).  La scelta dell’Algeria come prima tappa non è stata casuale. Annaba è l’antica Ippona, la città di Sant’Agostino. In un Paese a stragrande maggioranza musulmana, il papa non si è limitato a un pellegrinaggio devozionale, ma ha compiuto gesti di dialogo interreligioso che si innestano nella lunga tradizione di incontro tra cristianesimo e islam nel Nordafrica.
Nell’Africa subsahariana, poi, in Camerun, si è recato nella regione anglofona del nord, dove da dieci anni infuria una guerra civile tra forze regolari e indipendentisti. La scelta di visitare proprio una zona di conflitto attivo ha trasformato il pellegrinaggio in un atto profetico: il papa non ha portato solo la parola della pace, ma si è immerso quasi fisicamente nel dolore di una terra lacerata. Angola e Guinea Equatoriale, poi, hanno rappresentato due volti delle contraddizioni post-coloniali africane: disuguaglianze, povertà, tensioni etniche spesso legate alla gestione delle risorse e a faticosi processi di democratizzazione.
Ed è lì che sono arrivati i messaggi più forti in cui sono emersi i grandi problemi del Continente: la guerra, la povertà, le rotte migratorie quasi obbligate.

Alzare lo sguardo: la misura della dignità

Dall’Africa all’Europa, con il viaggio in Spagna dal 6 al 12 giugno, il quarto del suo pontificato, Leone XIV, con il motto “Alzad la mirada” – Alzate il vostro sguardo, ha invitato a guardare oltre. Oltre le disuguaglianze, oltre le ferite. Ha spiegato, da Madrid a Barcellona, a Montserrat, alle Canarie, che non ci può inginocchiare davanti a Dio e disprezzare il fratello. Ha parlato al Congresso spagnolo, primo papa a farlo, per ricordare ai deputati che la misura delle leggi è la difesa della dignità di ogni persona. “Una legge non raggiunge la sua vera grandezza per il semplice fatto di essere stata formalmente approvata”, ha detto Leone, ma “quando, oltre ad essere valida nella forma, può presentarsi davanti alla dignità della persona e superare tale esame senza vergognarsi”. Ha chiesto ai trafficanti di essere umano di convertirsi con un grido che ha ricordato quello di Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi contro la mafia. Ha invitato, benedicendo la Torre di Gesù Cristo, alla Sagrada Familia, nel centesimo anniversario della morte di Antoni Gaudí, a guardare a quello “strumento di morte” trasformato, dall’amore di Dio, in “segno di speranza. E ha ribadito, ancora una volta che “non si può credere in Dio e fare la guerra”. Nell’arcipelago delle Canarie, che è una delle principali rotte migratorie dall’Africa all’Europa, con decine di migliaia di arrivi – e di morti – ogni anno, ha chiamato i cristiani all’accoglienza perché “la dignità non ha passaporto”.

Se i viaggi internazionali disegnano la geografia esterna del pontificato, il tour italiano ne rappresenta il radicamento. Otto maggio, nel primo anniversario dell’elezione, Papa Leone è a Pompei, nel santuario mariano dove si reca per la Supplica. È un gesto di devozione popolare che si intreccia con la storia recente: lo stesso pontefice ha canonizzato Bartolo Longo, il fondatore del santuario, nell’ottobre 2025 e alla Madonna di Pompei aveva fatto riferimento proprio nelle prime parole pronunciate dalla loggia delle Benedizioni nel giorno della sua elezione al soglio di Pietro.
Il 23 maggio la tappa è ad Acerra, uno dei comuni simbolo della “Terra dei Fuochi”, l’area tra Napoli e Caserta devastata dallo smaltimento illegale di rifiuti tossici. Acerra, insieme a Nola e Marigliano, forma quello che la letteratura scientifica ha definito il “Triangolo della Morte” per l’alto tasso di mortalità legato all’inquinamento. Papa Francesco avrebbe voluto recarvisi nel 2020, ma la pandemia aveva fatto rinviare un viaggio che poi non si era più fatto. Leone XIV, ina cittadina che lo ha accolto tappezzando le strade con le frasi della Laudato si’, ha raccolto quel testimone e lo ha portato avanti consolando familiari delle vittime e malati e chiedendo giustizia. Il 20 giugno è la volta di Pavia, dove nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro sono custodite le spoglie di Sant’Agostino. Un pellegrinaggio agostiniano che si salda idealmente con la tappa algerina, chiudendo un cerchio tra le radici del santo e la sua eredità.

E ancora il 4 luglio, a Lampedusa, porta d’ingresso per migliaia di migranti in fuga da Africa e Medio Oriente e primo viaggio apostolico di papa Francesco, segna il marchio di un pontificato che, alle celebrazioni dei 250 anni dell’indipendenza americana, preferisce le lacrime dei diseredati. Il 6 agosto, infine, a un anno dal Giubileo dei giovani e nell’ottavo centenario del transito di san Francesco (1226-2026), il papa torna nella città del Poverello per incontrare proprio le nuove generazioni. Un ancorarsi alle radici di una Chiesa che, come Francesco, sceglie la povertà e la pace.

Simboli diversi per una comunicazione forte

Da questo calendario serrato emerge l’immagine di un papa che non fa del viaggio un complemento, ma il nucleo del suo ministero. Scegliendo luoghi-ferita (Acerra, Lampedusa, il Camerun in guerra), luoghi-memoria (Ippona, Pavia, Assisi), luoghi-frontiera (le Canarie e, per certi versi, anche Monaco). Un papa che, così come aveva fatto il suo predecessore Francesco, va verso il mondo e si sporca le scarpe. Continuando ovunque a parlare e a testimoniare unità e pace. Anche nel modo in cui, proprio durante il viaggio in Africa, sceglie di rispondere agli attacchi di Trump senza fare polemiche, ma ancorandosi al Vangelo. Non spiega solo di dover disarmare le parole, la pratica ciò che insegna e semina. E anche se i frutti non si misurano in immediata efficacia politica, i segni restano e si radicano. Una corona di fiori gettata in mare dal molo della vergogna a Las Palmas de Gran Canaria, una preghiera nella terra martoriata del Camerun, l’inaugurazione di una torre che sfida il cielo a Barcellona. Segni che parlano a credenti e non credenti, a potenti e oppressi. In un mondo frammentato, il Papa che cammina ricorda che l’unità si costruisce passo dopo passo.

(Foto di Christian Harb su Unsplash)