“Va pensiero”, il coro del Nabucco di Verdi, in pieno Risorgimento, mette in scena un rivolgimento della storia: i popoli trassero dal libro ebraico dell’Esodo e dalla storia del ritorno degli ebrei dall’esilio di Babilonia il paradigma dei risorgimenti nazionali e gli ebrei impararono dai popoli quello che ad essi avevano insegnato. Così il sionismo come risorgimento nazionale ebraico, nato guardando ai risorgimenti: un paradigma universale per un problema specifico. Già in questo rapporto tra universale e specifico, tra emancipazione umana ed ebraismo, tra Israele e i popoli è un insegnamento che il sionismo avrebbe dovuto custodire. Ma come i risorgimenti al bivio tra libertà e nazionalismo, hanno potuto degenerare nei nazionalismi fino al fascismo, così ha potuto succedere anche nel sionismo al bivio tra due strade aperte dopo il suo successo con la fondazione di Israele: la via tentata da Rabin del compromesso di convivenza coi palestinesi, e la via perseguita da Netanyahu e Ben-Gvir, di distruzione dei palestinesi.
Dall’assimilazione agli Stati-nazione democratici al fondamentalismo etnocratico
Il sionismo intendeva produrre una svolta nella storia degli ebrei, minoranze disperse tra le nazioni ed esposte all’arbitrio di poteri altrui e alla persecuzione: la prospettiva sionista era di costruire un luogo nel mondo a maggioranza ebraica, su cui fondare l’auto-governo e l’indipendenza politica statuale per gli ebrei: lo “Stato ebraico”.
È illuminante e sapiente sulla psicologia collettiva quel passo biblico dove gli ebrei dicono a Samuele, il Giudice: “vogliamo essere come tutte le altre nazioni” (1 Sam 8,5). Così nel sionismo è stata sempre forte l’istanza d’assimilazione. Alla nascita di Israele nel 1948, l’assimilazione si era espressa nell’assumere il modello europeo dello Stato-nazione democratico; ora invece, nella sua curvatura verso destra, l’assimilazione assume per modello lo Stato teocratico e illiberale, proprio dei regimi islamisti circostanti. In questa direzione va portando Israele la coalizione Netanyahu – Ben-Gvir.
Il sionismo ha avuto una mutazione. Da “terra promessa” per gli ebrei in fuga dall’Europa, la terra di Israele è diventata “terra-madre” per le generazioni più recenti che vi sono nate. Israeliani e palestinesi sono ormai in conflitto su una stessa terra madre. Mentre i sionismi che hanno creato Israele contrapponevano all’ostilità islamica dei paesi arabi il loro orientamento laico e illuminista di tipo europeo, ora un sionismo mutato in senso religioso si contrappone all’ostilità islamica per affinità antagonista. Mentre il sionismo che ha fondato Israele ha agito contro i palestinesi per affermare il proprio “diritto universale” ad esistere, il sionismo fondamentalista che ora ha prevalso agisce per negare ad altri, ai palestinesi, quello stesso “diritto universale” ad esistere ed essere riconosciuti. Nel suo immaginario, ha rovesciato la storia e ha travisato i palestinesi da espropriati di una loro terra per l’indipendenza statuale ebraica, in espropriatori e abitanti abusivi su una terra “non loro” perché promessa agli ebrei da un dio degradato a un Totem nazionale, a un agente immobiliare, a un Trump dei Cieli.
Il nemico interno e i contraccolpi della democrazia
Ora, per gli israeliani, i palestinesi non sono nemici esterni, stranieri, come lo sono l’lran o la Siria o la Turchia. I palestinesi e gli israeliani sono contigui, incrociati, conterranei, tra loro c’è una specie di parentela storica. Non “gli ebrei” ma gli israeliani sono diventati una nuova nazione in Palestina con la nascita di Israele nel 1948, e gli abitanti della Palestina sono diventati una specifica nazione palestinese formandosi come tale lungo il conflitto con l’immigrazione sionista e la formazione di Israele. Sono due nazioni giovani, nate gemelle su una stessa terra, e sul dramma dei conflitti gemellari o tra fratelli, sulla contesa per le primogeniture la Torah, con la sua sapienza dell’umano, ci insegna che la fratellanza non coincide affatto con la fraternità: Caino e Abele (il coltivatore insediato e fondatore di città e il pastore nomade), Giacobbe e Esaù, Giuseppe in diaspora in Egitto e i suoi fratelli interni alla tribù.
Israeliani e palestinesi sono figure interne alle rispettive biografie collettive, hanno formato il loro carattere attraverso un conflitto corpo a corpo, ciascuno sui torti dell’altro visto che non hanno saputo ancora trovare un compromesso tra le rispettive ragioni. Per questo non sono nemici stranieri ma nemici interni, esistenziali, condizioni gli uni per gli altri delle rispettive esistenze. Per questo, il rifiuto del compromesso rende il loro conflitto senza soluzione, o richiama la “soluzione finale” dell’annientamento dell’altro. Per questo la destra oltranzista israeliana considera l’esistenza stessa dei palestinesi come minaccia “esistenziale”, e simmetricamente il fondamentalismo islamista considera l’esistenza di Israele una minaccia “esistenziale”. È una simmetria ideologica tra destra israeliana e fondamentalismo islamista che ha finito per formarne una speculare somiglianza.
Sullo sfondo del conflitto politico tra israeliani e palestinesi c’è un motivo etologico, una competizione demografica tra popolazioni. Nel perdurare della loro co-esistenza sulla stessa terra – tra terra di Israele e territori palestinesi occupati – c’è per gli ebrei israeliani la possibilità di venir superati e quindi sconfitti non con le armi ma con la demografia: la preoccupazione di perdere la posizione dominante di maggioranza e passare in minoranza. Per contrastare questa possibilità, nell’estate del 2018 la destra ha fatto passare, con esigua maggioranza alla Knesset, una legge para-costituzionale che sancisce che Israele non è più lo Stato democratico dei cittadini israeliani in tutte le loro componenti ma è lo Stato etnocratico degli ebrei.
La democrazia che si basa sul principio di maggioranza ma insieme sulla variabilità delle maggioranze, viene attaccata nel dubbio che possa diventare il “Cavallo di Troia” di un rivolgimento dei rapporti di forza etnici. Su questo punto, c’è qualche affinità tra quel che succede in Israele che vota Netanyahu e quel che succede negli americani che votano Trump. L’elettorato “bianco” di Trump, l’elettorato ebraico di Netanyahu sembrano manifestare questo nesso tra timore etnico “razziale” e aspirazione a smantellare la democrazia. La questione non riguarda solo l’essere invasi dall’esterno, rispettivamente dai migranti o dai nemici, ma l’essere trasfigurati dall’interno dei propri sistemi: per i bianchi d’America è il problema etnico interno con i neri, i latinos, gli asiatici…; per Israele sono i palestinesi, che Israele ha di fatto inglobato nel proprio sistema mantenendo l’occupazione o la giurisdizione illegale sulla popolazione dei territori palestinesi occupati con la guerra del 1967.
Demografia, incertezza e nazionalismo
Ma la preoccupazione demografica si manifesta con più profondità a livello prepolitico. In controtendenza rispetto ai paesi occidentali di analogo livello economico e di istruzione che soffrono di declino riproduttivo, negli ultimi anni Israele registra invece un aumento. Tra il il 2020 e il 2023 la popolazione israeliana aumentava di più di 428.000 unità, raggiungendo i 10 milioni attuali, e il suo tasso di fertilità (nati per donna) cresceva da 2,75 a 3, mentre il tasso di fertilità palestinese scendeva da 5,6 a 3,6 pur rimanendo più alto di quello israeliano.
Questa dinamica israeliana può essere intesa come una risposta etologica al senso di precarietà e alla sfida demografica palestinese e si estende a livello politico al consenso diffuso a che i palestinesi vengano cacciati dalla loro terra, dalla Striscia di Gaza e dalla Cisgioradania e il consenso al regime di apartheid che li separi dai coloni israeliani nei territori occupati.
Ci sarebbe, nel mondo, una relazione tra tenore religioso e tasso di fertilità: le donne sono indotte a fare più figli quanto più forte e diffuso il senso religioso tradizionale. Ora, in Israele il tasso di fecondità cresce e cresce una ripresa religiosa ebraica nelle generazioni giovani, in correlazione con la crescita del nazionalismo. Crescita del tasso di fecondità, del richiamo religioso, dell’orientamento nazionalistico sarebbero correlati tra loro: sono istanze di sopravvivenza. La costante ansia di sopravvivenza, e il senso di precarietà, derivante dalla anomalia forzata rispetto al contesto regionale in cui è nato e vive Israele si incrocia con la memoria del passato ebraico di persecuzioni e di genocidio divenuta elemento dell’identità e delle ragioni stesse dello Stato. E tutto questo intreccio di argomenti spinge grande parte degli ebrei israeliani verso l’affermazione di un’identità nazionalistica bellicosa che si richiama alla tradizione religiosa da contrapporre al contesto, di fatto o percepito ostile a prevalenza islamica. Ma è anche, al contrario, un’assimilazione al contesto: nazionalismo contro nazionalismo, integralismo contro integralismo, religione contro religione: si contrappongono l’un l’altro con spirito xenofobo, tanto che nella xenofobia finiscono per assomigliarsi. Ma in più il nazionalismo vuol essere una missione da compiere, la missione di compiere se stessi e lo Stato incompiuto, vuol essere una fede, perciò chiama al sevizio della politica un’idea nazionale di Dio, ed è una regressione dell’idea biblico ebraica di un Dio unico e universale, una riduzione del Creatore e Signore del mondo, a un dio etnico, a un totem tribale, a un idolo provinciale.
Per l’occasione Adonai Zevaoth, il Dio degli eserciti, ma non degli “eserciti celesti” come lo intendono autorevoli maestri della tradizione ebraica, ma dei carri armati. Ed ecco tanti soldati dell’Idf che mai come prima si coprono il capo con la Kippà, e sparano nel mucchio con crudeltà devota. Il vacillare della fiducia cerca conforto nella fede; il sospetto per il dimostrato cerca conforto nel suggestivo; il sospetto per la scienza trova alternative nell’opinione, la diffidenza per la ragione trova rifugio nella religione; lo sfarinamento delle identità sociali cerca sicurezze nel fare gregge; la sofferenza per l’oggettivo trova rifugio nel sentimentale; la difficoltà del chi si è trova un appoggio in cosa si è , l’incertezza di essere trova conforto nell’avere; la sfiducia nel futuro cerca rimedio nel gioco d’azzardo: cose che capitano, segnatamente nei tempi di crisi.
Crediti immagine: Disegno per copertina di libretto, disegno per Nabucco (1954) di Archivio Storico Ricordi, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

