La scomparsa in veneranda età del cardinal Camillo Ruini è stata certamente occasione per parlare di una persona che ha avuto un ruolo importante nell’Italia degli ultimi quarant’anni. Ma di più, dovrebbe offrire l’opportunità per ragionare sul ruolo della Chiesa nella società in questo periodo. A me pare che – dopo i primi giorni in cui sono apparsi molti contributi, tra l’agiografico e il polemico – la cifra complessiva dei ricordi di questi tempi sia stata dominata dal riferimento alla politica: il cardinale rappresentato come novello Richelieu, le sue preferenze, i suoi avversari, le sue operazioni, la sua influenza, il suo potere. Non che manchino basi per queste analisi. Egli stesso ha più volte parlato di un proprio precoce interesse per la politica, e poi – soprattutto negli ultimi anni senili, per la verità – non ha mancato di esternare anche piuttosto irritualmente simpatie e antipatie.
A me pare però riduttivo leggere la sua lunga parabola di influentissimo uomo di Chiesa su questo solo registro. Anzi, mi spingo a dire che la politica ebbe un ruolo nella sua strategia, ma non così centrale, e anzi in qualche modo servente.
Il nodo essenziale: la forma del post-concilio in Italia
Provo a spiegarmi. Il nocciolo delle intenzioni e della volontà di Ruini stava sul terreno della strategia necessaria per ricollocare il cristianesimo in una società italiana profondamente mutata dalla grande trasformazione del dopoguerra. Compito immane, che egli si propose di svolgere partendo da una specifica linea di lettura ed elaborando una conseguente strategia. Molto collegata – l’ha osservato ad esempio Franco Monaco – alla sensibilità e alle direttive di papa Giovanni Paolo II: la questione era infatti traducibile essenzialmente nel rispondere alla domanda su come attuare il Vaticano II in Italia. Il papa, profondamente scontento della linea emersa a questo proposito nell’episcopato montiniano italiano negli anni Settanta (la cosiddetta impropriamente definita “scelta religiosa”, forse meglio definibile come “primato dell’evangelizzazione”), gli affidò esplicitamente il compito di correggerla in modo sensibile. Quindi è piuttosto difficile discernere quanto delle scelte successive alla sua assunzione di responsabilità (dal 1986 segretario della Cei, dal 1991 presidente) sia del tutto farina del suo sacco: anzi, possiamo dire che egli si intestò probabilmente la frontline italiana di un disegno molto più ampio, collegabile agli orientamenti wojtyliani. E va registrata la lunga durata di tale percorso, perché quando Ruini lasciò le sue cariche per raggiunti limiti di età, la sua successione, almeno fino all’elezione di papa Francesco, rimase piuttosto coerente.
Venendo ai contenuti di questa correzione di rotta, naturalmente non bisogna semplificare: Ruini non fu anticonciliare, non si illuse di poter rifare una società cristiana in Italia secondo gli schemi intransigenti, non seguì la polemica radicalmente antimoderna di alcuni movimenti ecclesiali, non aveva una cultura tecnicamente definibile come reazionaria (casomai era un conservatore moderato). Basta leggere un poco i suoi scritti e interventi, che sono stati numerosi e anche abbastanza chiari, per rendersi conto di tutto ciò.
Una strategia articolata
La strategia Ruini/Wojtyla era quindi molto più sofisticata rispetto ad alcune letture non simpatetiche (beninteso: resta criticabile e ai miei occhi profondamente problematica, ma va compresa prima di polemizzare con essa). Partiva dall’idea secondo cui la secolarizzazione laicistica avesse indotto in Italia una condizione di individualismo e dispersione dei legami sociali. Occorreva invece ricostruire o rappezzare una forma di identità, una civiltà, attorno a delle convinzioni comuni. La società non può reggere senza un tessuto di valori e orientamenti non troppo frammentato: questa era una premessa forte del ragionamento. Il cristianesimo, pur non più evidentemente egemone nella società, e pur ridimensionato nel suo storico insediamento sociale, aveva ancora degli strumenti per concorrere a questo compito. Quindi il tema non era soverchiare o rinnegare il pluralismo e la libertà moderna. Ma inserirvi elementi di mentalità e di costumi, capaci di orientare, di dare il tono prevalente, alla convivenza nella società. Il cristianesimo – in questa lettura dei fatti – l’aveva fatto in passato: aveva animato una forma di cultura e di civiltà, che ancora alla fine del XX secolo manteneva alcuni segni di un’influenza tradizionale pervasiva e diffusa. Questo è un nodo importante: restava di quella lunga parabola appunto una mentalità, potremmo forse dire un’antropologia, più che una fede religiosa vissuta. L’assunto di questa linea di pensiero è che tale tradizione non strettamente confessionale rispondesse comunque geneticamente a istanze fondamentali della cultura cattolica e che modificarla fosse molto rischioso. Difendere questa struttura profonda ancora presente e operante nel popolo italiano, era in quest’ottica possibile ed auspicabile. Rispettando la libertà, ma giocando nella libertà con un approccio veritativo: non tutto è uguale, non tutto è moralmente equivalente, non tutto è bene quello che è possibile.
Gli strumenti per raggiungere questo obiettivo erano naturalmente vari, ai suoi occhi: la tradizionale pastorale formativa, sacramentale e catechistica andava ripresa e casomai rilanciata (mentre la “scelta religiosa” l’aveva apertamente subordinata al concetto di evangelizzazione). La forza visibile di un’istituzione sociale compatta come la Chiesa (mettendo a tacere i dissenzienti o marginalizzandoli) era di per sé un elemento che poteva trasformarsi in una funzione di “guida” indiretta della società; tra tutte le minoranze risaltare come la più influente. Naturalmente, la sola gerarchia era intitolata a promuovere e difendere il ruolo della fede nello spazio pubblico, in questa prospettiva. La comunicazione di massa andava abitata con determinazione e abilità modernissime, e con il medesimo approccio accentrato e verticistico, per rendere ogni messaggio coerente e compatto, unica chance per dargli peso in un mondo di pluralismi vocianti. La sponda delle regole condivise e anche della legislazione statuale era ulteriormente considerata importante: la legge non solo esprime una maggioranza sociale, ma la plasma e la orienta.
Il ruolo servente della politica
La politica in questo senso non era vista certamente come uno strumento importante per modificare profondamente la società. Ruini ha espresso più volte aperta diffidenza verso un carico “etico” che lui giudicava eccessivo sulle scelte politiche, con una sorta di sguardo scettico. La politica serviva soprattutto a difendere un contesto, a perimetrare il cambiamento, a garantire appunto un presidio legislativo favorevole ai “valori non negoziabili” sul terreno dei comportamenti individuali. In epoca di persistente unità politica dei cattolici nella Dc, essa poteva ancora rappresentare uno strumento di consolidamento unitario e un presidio del sentimento centrista e moderato del paese. Non poteva d’altronde certo leggersi – in questo approccio – nessuna “delega” a un partito di laici cristiani autonomi, rispetto a un qualsivoglia obiettivo rilevante di una riforma morale della convivenza: in questo la forma mentis di Giovanni Paolo II era strutturalmente molto poco “democristiana” e se invece Ruini quell’imprinting democristiano-doroteo conservava, lo dovette molto sbiadire nella riaffermazione del primato dell’istituzione ecclesiastica presente nella società rispetto a ogni mediazione laicale o peggio partitica della fede. Rimanendo quindi egli democristiano nella sola logica del moderatismo italico, non del corrispettivo progettuale di «nuove cristianità» secolari.
Dopo la fine di quella stagione (consumatasi definitivamente non nel 1993, ma con la scissione del Ppi nel 1995), la politica cambiò di nuovo ruolo: diveniva per l’istituzione ecclesiastica – che riprendeva in qualche modo un proprio protagonismo indiscusso – una semplice sponda occasionale da costruire progressivamente. Sponda diretta con le istituzioni (in primis con il governo). Sponda indiretta con chi era meno lontano (a suo parere) dall’obiettivo primario della difesa della mentalità tradizionale come sopra delineato. Che questa sponda privilegiata fosse il centro-destra berlusconiano, nella sua ottica, divenne presto palese. E questo soprattutto dopo la virata esplicita della fine del decennio ’90 fuori dall’iniziale indifferentismo liberista: certamente in forma del tutto strumentale, Berlusconi aveva colto il limite delle sue primarie posizioni e spostato Forza Italia ad esprimere una linea più vicina alla tradizione e ostile al mutamento soggettivistico della società (verso cui – non del tutto a torto – Ruini valutava la sinistra avere abbondantemente ceduto). Ecco allora le esposizioni occasionali e i silenzi altrettanto mirati. Ecco la scarsa considerazione per i credenti impegnati, a meno che fossero obbedienti ripetitori delle posizioni ecclesiastiche. Altro che “cattolici adulti”… (si ricorderà la polemica con Romano Prodi)!
Per un bilancio provvisorio
Ho provato in passato a definire questa elaborazione (per analogia e differenza rispetto alla “scelta religiosa”) come “scelta istituzionale-sociale”. Questi sono stati infatti – a me pare – i due perni principali del progetto: concentrazione sull’istituzione e presenza sociale (più che “culturale”, in quanto la cultura privilegiata era la cultura-ambiente). Anche nel cosiddetto “progetto culturale orientato in senso cristiano”, lanciato dopo il convegno ecclesiale di Palermo del 1995, fu orientato prevalentemente a una lettura della società centrata sulle grandi dinamiche aggregate.
Naturalmente è facile avanzare delle critiche ed evidenziare i punti deboli del progetto. Sia sul fronte ecclesiale “interno”, dove la compattezza ha consumato vivacità, protagonismi, pluralismi, ricerche e intuizioni originali. Dove si è sbiadita l’intenzione profonda del discorso sull’evangelizzazione che era quella di mettere il Vangelo al centro di ogni formazione, scelta, priorità, in una logica di continuo autoripensamento del modo di essere fedeli a Cristo nella storia. È palese in quell’approccio una svalutazione della coscienza dei credenti come luogo decisivo dell’incontro tra libertà e verità, che è il vero punto critico del complesso cammino storico con cui il cristianesimo ha fatto i conti con la modernità.
Ma i limiti sono evidenti anche sul fronte della società, dove si è invece sottovalutata la profondità del cambiamento umano frutto della secolarizzazione, che anche dove manteneva tracce della tradizione, consegnava le persone a un condizionamento radicale (molecolare ma massificante), che non era contrastabile semplicemente battendo alcune presunte élites avverse o richiamandosi alla difesa di una tradizione ormai ampiamente delegittimata: chiedeva piuttosto di impegnarsi in una capillare opera di ricostruzione dalle origini dei nessi coscienziali tra Vangelo e comportamenti umani nella normalità della vita contemporanea. Siamo proprio sicuri che tutto quello che la tradizione ci consegna sia irrorato dal cristianesimo, o al contrario che il cristianesimo non abbia la capacità di animare paradossalmente operazioni civili e culturali di innovazione radicale? Si potrebbe discutere a lungo sugli esiti visibili di questo percorso. Venticinque anni di potere non sono pochi. Certamente hanno contato molto in termini intra-ecclesiali: per l’enfasi sull’unità, la convergenza, la dimostrazione di forza mediatica, la comunità cristiana ha sofferto molto di verticismo, clericalismo, emarginazione non solo del dissenso ma di chiunque avesse una lettura diversa della realtà, per non citare sottoprodotti come le nomine episcopali allineate e non raramente di qualità modesta. La rivendicata stabilità della pratica religiosa è crollata (soprattutto dopo il Covid), le vantate simpatie “esterne” per la Chiesa che fruttano opzioni per l’insegnamento della religione o finanziamenti dell’8 per mille sono in contrazione lenta ma evidente. Si è favorito un approccio nominalista alla fede cristiana (che ha permesso infine – in epoca post-ruiniana – ad alcuni disinvolti operatori politici di utilizzare il linguaggio religioso pro domo sua). E negli aspetti sociali? Si è sottovalutato il degrado della convivenza civile arrivato fino al risorgere di schemi nazionalistici e fascistizzanti («noi» contro «loro»), si è ridotta l’opportunità della formazione cristiana di divenire fermento di cambiamento anche politico del paese, si è tolto valore alla politica come arte della sintesi acconciandosi invece a una sostanziale ondata di delegittimazione antipolitica, sprezzante delle istituzioni. Insomma, un panorama altamente problematico, per l’Italia cattolica. Che non a caso non è riuscita a cambiar decisamente rotta nemmeno dopo l’elezione di Francesco.
Crediti foto: Di Grzegorz Artur Górski – Opera propria, CC BY-SA 3.0

