Doverosa premessa: è giusto chiedere che la sinistra non presti il fianco alla facile accusa cui fa abituale ricorso la destra – con la gran cassa dei suoi media – di indulgere a supponenza e intolleranza. Accusa utile anche a occultare l’impressione che la destra al governo, lungi dal competere sul piano delle idee, ha concepito e praticato il contrasto alla cosiddetta egemonia culturale della sinistra nella occupazione militare di ogni strapuntino nella gestione delle istituzioni culturali, a cominciare dalla Rai. D’accordo: l’eccesso di zelo di un certo elitarismo a sinistra è palesemente autolesionista. Tuttavia, ad esso fa da contraltare uno smisurato indice di strumentalità polemica e propagandistica sul versante opposto.
L’incredibile caso del “patentino”
L’ultimo episodio, cui incredibilmente ha dato credito anche la stampa indipendente (si fa per dire), è quello del post di Meloni contro il “patentino antifascista” che avrebbero richiesto i promotori dell’esposizione “più libri, più liberi”. Si attiva in prima persona la premier, per una delle infinite fiere dell’editoria, in programma addirittura a dicembre e presieduta da un bolscevico quale Innocenzo Cipolletta, già direttore generale di Confindustria. Pochi tra i polemisti ci hanno informato sul fatto e sull’antefatto, cioè sulla motivazione e sul contenuto di una dichiarazione innocente che semplicemente chiede che ci si riconosca nella Costituzione. Il fatto e l’antefatto, prima del commento. L’antefatto: nell’edizione dello scorso anno vari autori ed editori hanno disertato la fiera a motivo della presenza di due case editrici che pubblicano i classici del nazismo e del fascismo. Onde evitare le medesime defezioni gli organizzatori, sollecitati, sono ricorsi a quella sobria dichiarazione. Nessun patentino. Apriti cielo: la premier grida alla censura. Vedi caso nelle stesse ore in cui Vannacci sta su tutte le prime pagine per la convention del suo Futuro nazionale che sdogana simboli, stereotipi e parole d’ordine fasciste. Ai censori “indipendenti” di “più libri, più liberi”, così perspicaci e sospettosi, neppure sfiora il sospetto che la polemica aperta da Meloni abbia a che fare con la contesa tra chi è più anti-antifascista.
Impegno dell’intellettuale? Sempre un doppio standard
Anche un altro precedente è interessante. Intendo la polemica che ha investito il cantautore Francesco De Gregori e lo scrittore Erri De Luca. Tutto nel mazzo, anziché distinguere. Sbagliato censurare De Luca che si è limitato a dissentire sul termine genocidio e a rivendicare il suo sionismo. Assai più discutibile De Gregori che, nel mentre rivendica il suo diritto di artista a non pronunciarsi su questioni politiche (in senso lato) circa le quali non nutre certezze, contraddittoriamente, contesta coloro che, per converso, si sentono in dovere di prendere parola. Rispetto per tutti. Merita segnalare il doppio standard anche altrove: è lo stesso governo che aveva ingaggiato un braccio di ferro con il presidente della Biennale, da esso stesso nominato, sul salone gestito dalla Russia, in base allo statuto della manifestazione, senza conoscerne il programma. Ancora: penso a giornalisti non di destra che spendono energie per polemizzare con gli “antifascisti immaginari” nel mentre al governo siedono postfascisti; da Palazzo Chigi si omaggia il repubblichino Almirante; i banchi della destra a Montecitorio vanno per intero deserti quando si intitola uno scranno a Giacomo Matteotti; dilagano saluti romani in ogni landa d’Italia e l’internazionale nera si sviluppa dall’America all’Europa.
Che significa che “la costituzione non è di sinistra”?
Con sussiego ci si spiega che l’antifascismo non porta voti. È plausibile sia vero. Ma, domando, è un argomento sufficiente per imporsi il silenzio, fischiettare, volgere lo sguardo altrove? Editorialisti del principale quotidiano italiano scrivono libri per contestare alla sinistra la sua presunta appropriazione indebita della Costituzione. Ovvio che essa non è di parte, che non è un programma politico – c’è bisogno di spendere tante energie per argomentare l’ovvio? – ma è questo il principale problema della nostra democrazia? ove al governo stanno tre forze storicamente e culturalmente estranee a quelle che hanno scritto e approvato la nostra Carta fondamentale. Un governo che ha messo in cantiere un paio di riforme – premierato e autonomia differenziata – che, mi tengo basso, minano l’equilibrio costituzionale. Per istruirci su ciò che sappiamo perfettamente ci si spiega che l’art.11 va letto per intero e non solo nella sua prima parte laddove si proclama che l’Italia ripudia la guerra. Ma non dovrebbero impedirci di domandare se, da alcuni anni, nell’esegesi di quell’articolo, non si sia passati all’estremo opposto, leggendolo in senso inverso, depotenziando così la nettezza dell’incipit condivisa da tutti i costituenti a valle della tragedia della seconda guerra mondiale. Domando: a proposito di spirito di parte, era difficile prevedere o è stato scientemente previsto che un titolo così concepito, “la Costituzione non è di sinistra”, fosse preso come un atto di accusa tanto apprezzato dalla parte opposta, come puntualmente dimostra la sua eco?
Sarà il caso di iniziare qualche battaglia sui principi?
Che il plotone dei media governativi faccia da gran cassa al vittimismo e alla propaganda dei “fratelli” al potere ci sta. Meno che si presti ad essa chi, per autorappresentarsi come indipendente, pratica un terzismo che oscilla tra l’ignavia e il collaborazionismo. Giornalisti che fanno il cane da guardia all’opposizione. Quasi si sentissero investiti della nobile missione di raddrizzare le gambe ai cani (della sinistra). Una missione che non costa nulla – semmai frutta qualche ospitata nel salotto di Bruno Vespa – essendo la sinistra avvezza a subire rimbrotti e prendere legnate senza opporre rappresaglie, non proprio come d’uso nel campo avverso, decisamente meno incline al fair play.
Di recente il saggio Pierluigi Bersani, che certo non è sospetto di inclinazioni alla cultura woke né di insensibilità al primato della questione sociale quale cuore di un’alternativa, ha osservato che, anche sulla scorta del segnale che è venuto dalla partecipazione dei giovani al referendum a difesa della Costituzione, forse è il caso di alzare il tiro, di ingaggiare qualche battaglia sulle idee e sui principi. L’uomo non vive di solo pane.
(Foto di Leonardo Basso su Unsplash)

