La consacrazione di quattro nuovi vescovi in seno alla Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX), avvenuta nella località svizzera di Écône il 1° luglio 2026, ha rappresentato l’esito inevitabile di un percorso che aveva preso le mosse dopo la conclusione del Concilio Vaticano II (1962-1965). Alle inevitabili resistenze a indubbie innovazioni negli orientamenti del cattolicesimo, in particolare a proposito di ecumenismo, di libertà di coscienza e di libertà religiosa, un coagulo fu fornito dalle riforme liturgiche, culminato nella celebrazione della messa nelle lingue materne. Venne innalzata la bandiera della celebrazione della messa-in-latino sulla base del Missale Romanum, risalente a Pio V (1570), nella versione riformata del 1962, al tempo di papa Giovanni XXIII.
Dalla scomunica del 1988 alle nuove consacrazioni episcopali
Se ciò consentiva di conferire un carattere “popolare” a una reazione, peraltro alquanto contenuta, una riserva maggiormente gravida di conseguenze era il rifiuto della collegialità episcopale prevista dalla costituzione Lumen gentium del 1964 e delle concelebrazioni nella liturgia. Un problema di fondo era dunque costituito dall’assetto gerarchico e dal ministero sacerdotale all’interno della Chiesa cattolica.
Sin dall’inizio monsignor Marcel Lefebvre aveva lucidamente previsto che portare avanti un messaggio religioso, dottrinale e spirituale, implicava il mantenimento di un preciso ruolo del clero, nell’ottica della riforma tridentina nelle forme affermatesi a partire dagli inizi dell’Ottocento. Alla formazione di sacerdoti era dunque destinata la fondazione di un seminario a Écône nel Vallese nel 1970. Alla loro consacrazione provvedette Marcel Lefebvre nel 1976, incorrendo in una sospensione a divinis da parte di papa Paolo VI, per avere proceduto senza la necessaria autorizzazione. Si creava in tal modo un corpo sacerdotale svincolato dall’appartenenza a una determinata diocesi e, al contrario, caratterizzato in forma unitaria dal riferimento a una precisa identità cattolica “tradizionalista”, che aveva il compito di trasmettere.
Una rottura irreversibile si verificava con la decisione di consacrare quattro vescovi senza il previsto mandato papale, avvenuta nel 1988. Si trattava di prelati per i quali non era prevista alcuna relazione con l’assetto territoriale della Chiesa cattolica, dal momento che non esercitavano un ministero gerarchico alla testa di una diocesi. La loro funzione indispensabile risiedeva nella possibilità di consacrare, in maniera illecita ma valida, i sacerdoti che venivano formati nei seminari della FSSPX. Malgrado la scomunica automatica (latae sententiae) emanata nei loro confronti fosse stata revocata da papa Benedetto XVI nel 2009, la mancata ricomposizione dei rapporti con la Santa Sede rendeva inevitabile l’ulteriore consacrazione di quattro vescovi, da parte dei due prelati ancora attivi. Non a caso i nuovi vescovi erano tutti rettori di seminari della FSSPX.
La questione liturgica, simbolo del rifiuto del Vaticano II
Ancora una volta il carattere illecito della consacrazione comportava una scomunica latae sententiae. Interveniva un nuovo elemento, considerato che una nota del Dipartimento per la Dottrina della Fede, emanato il giorno successivo, il 2 luglio 2026, indicava che la scomunica sarebbe scattata anche nei confronti di sacerdoti e di laici i quali esplicitamente aderissero alla FSSPX. In realtà, questo aspetto era rimasto nell’ombra dopo la scomunica del 1988. A dire il vero, la revoca della scomunica nel 2009 e la decisione di papa Francesco, in occasione del giubileo della misericordia nel 2016, di riconoscere la validità delle confessioni e dei matrimoni nei quali fossero intervenuti sacerdoti della FSSPX, avevano in qualche modo tenuto conto delle necessità spirituali dei fedeli che ne frequentassero le chiese.
La bandiera innalzata dai tradizionalisti, e soprattutto dalla FSSPX, è la celebrazione della messa-in-latino, indicata comunemente con la sigla TLM: sciolta vuoi in “Traditional Latin Mass” ovvero in “Tridentine Latin Mass” – o con altre denominazioni come “la messa di sempre”. In sostanza, invece di praticare l’Ordo legato alle riforme liturgiche avviate da Paolo VI e in particolare la celebrazione della messa nelle lingue materne, si voleva continuare a servirsi del Missale Romanum del 1962 – data delle ultime revisioni al testo che risaliva a Pio V (1570). L’opposizione all’abbandono del latino era iniziata da parte dei sostenitori del canto gregoriano, con l’associazione internazionale Una Vox, rivelando ben presto che l’obiettivo polemico era il Concilio Vaticano II – per i tradizionalisti diventato l’occasione in cui i modernisti, condannati dall’enciclica Pascendi di Pio X (1907), si erano impadroniti della Chiesa cattolica. Esisteva comunque una frangia non indifferente di fedeli, i quali si trovarono a disagio di fronte ai mutamenti liturgici e alle innovazioni pastorali. La questione divenne difficilmente gestibile con gli opposti provvedimenti di Joseph Ratzinger e di Jorge Mario Bergoglio. Nel 2007, con il motu proprio Summorum pontificum, Benedetto XVI consentì che la messa-in-latino potesse essere liberamente celebrata, anche nell’ottica di un’auspicata ricomposizione dei rapporti con i tradizionalisti, che però non ebbe luogo. Al contrario, il provvedimento ebbe l’effetto di sanzionare lo stato di separazione di quelle comunità. Sulla base di tale valutazione papa Francesco nel 2021, con il motu proprio Traditionis custodes, ricondusse tale celebrazione a un’autorizzazione da parte dei vescovi. Negli anni successivi, e dopo la sua morte nel 2025, in merito si è acceso uno scontro molto aspro, anche da parte dei suoi oppositori nel vertice ecclesiastico.
Il magma del tradizionalismo, anche non scismatico
La presenza di un orientamento conservatore e tradizionalista all’interno della Chiesa cattolica, in particolare ai livelli più alti della gerarchia, è un dato di fatto innegabile, da tenersi nel debito conto: evitando la polarizzazione, che scelte estreme come quelle della FSSPX innescano. Esiste in effetti un ampio margine di ambiguità, quando ci si richiama a credenze e prassi “tradizionali”, avendo in realtà di mira soprattutto una più o meno velata opposizione a qualsiasi mutamento: dichiarata esplicitamente da quanti invece denunciano le scelte del Concilio Vaticano II e gli indirizzi del post-concilio. In seguito alla vicenda scatenata dalla decisione della FSSPX di consacrare nuovi vescovi si sono aperte accese dispute di carattere dottrinale e canonistico, soprattutto all’interno degli ambienti tradizionalisti che non condividono tale scelta. Nel complesso si è in presenza di un armamentario francamente desueto, tra accuse di eresia e di apostasia e sottigliezze procedurali.
A margine non si può fare a meno di notare una dissonanza nei riferimenti ai lefebvriani, che emerge dall’uso delle sigle con cui ci si riferisce loro, sia pure per comodità comunicativa. Alla esatta denominazione della Fraternità Sacerdotale San Pio X, quale si si ritrova nei loro documenti e nei siti in rete, corrisponde FSSPX. Invece nei siti tradizionalisti appare la sigla SSPX, che viene espressamente sciolta in “Società San Pio X”. Si tratta in verità di una manipolazione, perché in tal modo si oblitera la radice del problema, innestata nella funzione sacerdotale, e si introduce il riferimento a una realtà comunitaria: appunto la Chiesa parallela che i critici le rimproverano.
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