La schiacciante vittoria elettorale della AfD dello scorso 6 settembre nella Sassonia-Anhalt rappresenta l’approdo di un lungo tragitto – iniziato, paradossalmente, quella sera del 9 novembre 1989 che – con la caduta del Muro di Berlino – faceva da preludio alla riunificazione della Germania post bellica.
La parte orientale della Germania persa per strada
Ogni mattone che cadeva rappresentava, simbolicamente, un’attesa e una speranza da parte della popolazione della parte orientale. Pian piano, nel corso di questo quarant’anni che ci separano da quella notte, queste speranze e attese si sono sbriciolate sotto il peso delle ragioni politiche, finanziarie e socio-culturali che hanno guidato la riunificazione della «locomotiva» tedesca.
Berlino, e con lei parte della popolazione dell’Ovest, si è illusa che il dono della libertà potesse bastare ai nuovi cittadini tedeschi per integrarsi nelle logiche mercantili di prestazione e competizione che caratterizzano da tempo l’estenuazione dell’idea di libertà coltivata dall’Illuminismo. A oggi, possiamo dire che l’esperimento di fare dell’ex Ddr un ingranaggio di corredo del motore tedesco è fallito.
Nonostante un’alchimia della distribuzione degli uffici federali, gli investimenti nelle università per attrarre personale verso quelle orientali, la retorica dell’unità del paese, la parte est della Germania è di fatto rimasta una appendice non rilevante dal punto di vista del business e problematica da quello socio-culturale.
Disillusione, frustrazione, rabbia e paura sono rapidamente diventati i principi politici che hanno guidato l’orientamento elettorale dei tedeschi rimasti nei Länder dell’ex Germania Est. Prevalentemente maschi, con scarsa formazione scolastica, sottooccupati o disoccupati. La sensazione di essere stati «dimenticati» da Berlino ha rappresentato il bacino energetico su cui l’AfD ha costruito negli anni quello che è stato l’esito elettorale di inizio settembre.
Per valutare la posizione delle Chiese cristiane in merito, dunque, sarebbe miope fermarsi solo a quanto hanno detto nell’immediato dopo-elezioni. Per quanto le parole spese in questa occasione siano significative e importanti. In una dichiarazione congiunta, la presidente della Chiesa evangelica tedesca, vescova Kirsten Fehrs, e il presidente della Conferenza episcopale cattolica, mons. Heiner Wilmer, hanno espresso non solo la loro preoccupazione, ma soprattutto hanno impegnato le loro Chiese a essere sentinelle dell’ordinamento costituzionale e democratico.
Facendo perno sulla Costituzione del Land, della Legge fondamentale federale, e sul Vangelo, le Chiese cristiane richiamano la dignità umana come diritto fondamentale inalienabile che vincola ogni politica di partito e di governo – anche e soprattutto quella della AfD. «Esortiamo i vincitori delle elezioni a rispettare senza riserve (…) la dignità di tutte le persone, indipendentemente dall’origine, dalla religione, dallo stile di vita, dai meriti o dalla posizione sociale».
La Chiese sono impegnate quotidianamente nella società
Non si tratta di un mero ammonimento morale da parte delle Chiese, perché queste sanno che senza risolvere i problemi sociali, lavorativi e di servizi primari alla persona di quella parte della cittadinanza che si è sentita tradita, abbandonata a sé stessa, dimenticata dai poteri forti che decidono delle scelte politiche della Germania, non sarà possibile gestire democraticamente l’AfD non solo come partito, ma anche e soprattutto come corpo elettorale. Queste elezioni, infatti, hanno fatto emergere la questione centrale della «convivenza e collaborazione tra le persone in Sassonia-Anhalt (…) e in particolare il rispetto della dignità umana donata da Dio, che spetta incondizionatamente a ciascuno» (anche a chi ha votato per l’AfD).
La grande politica tedesca, e forse non solo questa, ha perso di vista quasi completamente il sociale, la quotidianità del vivere delle persone, la «strada come primo luogo di esercizio della democrazia» – come ha detto mons. Wilmer in un discorso tenuto a Berlino in occasione dell’apertura dell’anno parlamentare. Di qui l’impegno delle due Chiese, che è anche una chiara confessione di democrazia: «Continueremo a sostenere tutto ciò che supporta la nostra democrazia e a contribuire alla coesione sociale. A tal fine sono necessari soprattutto luoghi di incontro, di dialogo e di comprensione. In questo ambito, i partiti democratici hanno un compito da svolgere – ma anche le Chiese possono essere importanti luoghi di incontro. Un risultato elettorale conta i voti di una domenica. Nella vita quotidiana, invece, conta anche ciò che, settimana dopo settimana, tiene insieme questo paese. Il risultato elettorale mostra però quanto siano grandi l’insoddisfazione e la perdita di fiducia. Questo fatto va preso sul serio».
E su questo fatto, le Chiese cristiane non si sono attivate solo dopo le elezioni – ma lo sono da lungo tempo, potremmo dire dal giorno dopo la caduta del Muro di Berlino. E sono proprio le Chiese a essere state l’unica istituzione che, in questi quarant’anni, si sono radicate nella quotidianità dei territori orientali della Germania, hanno respirato la frustrazione della popolazione davanti al prezzo che esige la libertà a cui non era abituata, hanno cercato prassi e parole che non consentissero alla paura e all’insoddisfazione di essere l’unico sentimento di una cittadinanza rimasta a metà.
C’è un messaggio che non è passato nell’elettorato?
L’esito delle elezioni in Sassonia-Anhalt, quello probabile nella città-Land di Berlino il 20 settembre, e la cavalcata verso Berlino della AfD sono sicuramente i segni di un fallimento politico della Germania dopo la riunificazione – che è rimasta sulla carta, ma non è entrata nei cuori e nella vita quotidiana delle persone. Hanno fallito anche le Chiese cristiane? Forse no, esse hanno piuttosto pagato il prezzo socio-politico delle esigenze del Vangelo.
Il radicamento pastorale, per quanto esigua sia la percentuale di praticanti e appartenenti alle Chiese contati sulla Kirchensteuer, rimane un tesoro prezioso, forse l’unico vero punto di contatto istituzionale con la vita quotidiana della gente. L’operato della Caritas cattolica e della Diakonie evangelica rimane imprescindibile in questa parte della Germania, ma sempre di più anche all’Ovest, per ciò che riguarda tutto il comparto di bisogni sociali, di sostegno economico, di aiuto in situazioni di crisi personali e famigliari. La distruzione neo-liberale del welfare sociale avrebbe causato danni politici ben peggiori se non ci fosse stata questa presenza diffusa territoriale delle Chiese. Quando il principio di sussidiarietà diventa per necessità una sostituzione dell’operato dello stato vuol dire che la reazione anti-democratica della cittadinanza trova delle sue (buone) ragioni negli sviluppi istituzionali e costituzionali della democrazia stessa. Abbandonare a sé stessa un’ampia fetta della popolazione, o anche solo fare in modo che essa possa legittimamente sentirsi abbandonata, non è una pratica di democrazia.
Ed è proprio in questo esito sostituivo della sussidiarietà delle Chiese in ambito sociale che va cercata la ragione dello scarso impatto del loro operato a favore della gente sulla coscienza elettorale dei cittadini. Perché gli imperativi del Vangelo chiedono di occuparsi della salute mentale dei tedeschi come degli immigrati, di sostenere chi è senza lavoro qualunque sia la sua provenienza e cultura, di considerare degno chi parla tedesco in Umgangsprache e chi lo balbetta appena.
Di questa presenza civile delle Chiese in nome del Vangelo, gli elettori dell’AfD hanno preso il l’impegno a loro favore ma non ciò che li impegnava. Una scelta precisa, che comporta responsabilità di cui probabilmente questo ceto elettorale non è pienamente consapevole rispetto a quelle che saranno le conseguenze non solo per la collettività, ma anche per loro stessi.
L’incompatibilità già chiarita tra etno-nazionalismo e cristianesimo
Guardare alle Chiese nella Germania dell’AfD solo a partire dalle loro reazioni agli esiti delle elezioni può andare bene a livello mediatico e giornalistico, ma non a quello politico. Quando ancora ci illudevamo di poter fermare l’«ondata nera» (slogan dei giornali), quando centro-destra e centro-sinistra festeggiavano perdite elettorali che li consentivano di rimanere al potere, la Chiesa cattolica tedesca pubblicava un importante documento sulla incompatibilità fra etno-nazionalismo e cristianesimo (2024).
«La Germania sta attraversando un periodo turbolento. Il clima è agitato e la società è polarizzata. Una parte crescente della popolazione si lascia attrarre dai movimenti di estrema destra o populisti di destra. (…) All’origine di questo sviluppo vediamo la moltitudine di crisi che la Germania e l’Europa stanno vivendo da anni. La crisi finanziaria mondiale del 2008 e la crisi del debito dell’euro hanno portato a un clima di insicurezza e anche a esperienze concrete di perdita. (…)
La Chiesa cattolica respinge con forza ogni forma di estremismo. Si tratta di minacce irresponsabili al bene comune e all’ordine liberale. Attualmente l’estremismo di destra rappresenta la più grande minaccia di natura estremista per il nostro Paese e per l’Europa.
L’estremismo di destra sostiene l’esistenza di popoli che, nella loro “essenza” e nei modelli culturali di vita, potrebbero essere nettamente distinti dagli altri popoli. Si parla di nazioni “naturali” e “artificiali”. Per questa ideologia, il popolo è una comunità di discendenza, in ultima analisi una comunità di sangue. La convivenza di persone di diversa origine etnica, appartenenza religiosa e impronta culturale viene quindi, in linea di principio, messa in discussione, se non addirittura respinta, da questo modo di pensare.
Il popolo viene concepito come “ethnos”, ovvero come comunità di individui etnicamente e culturalmente uguali o simili. Questa è l’ideologia del nazionalismo etnico. Dopo gli orrori del nazionalsocialismo, la nostra Costituzione, invece, intende il popolo – a ragione – come “demos”, cioè come comunità di persone con pari diritti, che insieme costruiscono e plasmano la nostra società sulla base dei diritti umani e civili».
In questo documento i vescovi tedeschi individuavano con chiarezza la natura ibrida, e per questo ancora più pericolosa per la tenuta democratica del paese, della AfD: la facciata politica di un populismo di destra, da un lato, e l’anima estremista di un etno-nazionalismo violento e discriminatorio, dall’altro. Indicando in questa ibridazione non solo l’incompatibilità di un supporto dell’elettorato cattolico alla AfD, ma anche la natura sovversiva e di ribaltamento della democrazia costituzionale tedesca che anima il partito: «L’AfD oscilla tra un vero e proprio estremismo di destra – che l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione attribuisce ad alcune sezioni regionali e all’organizzazione giovanile del partito – e un populismo di destra, che si presenta in modo meno radicale e più moderato. Il populismo di destra è il confine sfuggente dell’estremismo di destra, dal quale trae la sua carica ideologica. In entrambi i casi si dà libero sfogo a risentimenti stereotipati».
È questo lo sfondo su cui devono essere lette le parole pronunciate dal presidente della Conferenza episcopale tedesca mons. Wilmer la settimana scorsa a Berlino: «Forse ogni epoca inizia con una grande invenzione. E finisce con l’abitudine, che diventa così scontata da non essere più messa in discussione. Forse la perdita della libertà non comincia soltanto là dove non ci è più consentito prendere decisioni, ma già molto prima. Deleghiamo i nostri giudizi: il percorso che seguiamo, le notizie che leggiamo, la realtà che percepiamo. E, ad un certo punto, s’insinua un pensiero: la macchina saprà di sicuro cosa va bene per me. Ciò solleva una domanda scomoda: cosa succede alla democrazia se le sue cittadine e i suoi cittadini perdono la capacità di giudicare? Le tentazioni del nostro tempo, infatti, non si presentano nelle vesti di dittatura, si manifestano piuttosto come apparente comfort ed efficienza di facciata».
Manca un impegno politico alternativo
L’AfD rappresenta dunque lo strumento politico mediante il quale i cittadini che sono nati e vissuti all’interno del privilegio democratico della coesistenza fra molti scelgono, liberamente e democraticamente, di uscire dalla democrazia stessa. Non basta, quindi, solo vigilare sulle politiche dell’AfD, intervenire criticamente quando queste decostruiscono l’ordinamento costituzionale della democrazia tedesca post-bellica (cosa a cui mons. Wilmer ha vincolato la presenza della Chiesa cattolica nella vita del paese). Quello che serve, e che è andato sempre più mancando in questi ultimi decenni, è un impegno politico – anche delle Chiese – a ricostruire il tessuto fondamentale della coesione sociale, per rendere di nuovo praticabile quella fiducia civile fondamentale fra cittadini senza la quale la democrazia si esaurisce da sé, organizzando con le proprie mani la sua fine verso un sistema politico e un ordinamento giuridico libidicamente attraente – che finirà per ritorcersi anche contro quelli che lo hanno sostenuto e voluto, ma sarà troppo tardi quando ce ne accorgeremo tutti.
«Il futuro della nostra democrazia pertanto non sarà deciso dall’innovazione tecnologica. Decisivo è invece il modo in cui ci rapportiamo agli altri nelle grandi crisi del nostro tempo: le vittime della guerra in Ucraina, in Medio Oriente e in Sudan; i milioni di persone morte o in fuga a causa delle conseguenze del cambiamento climatico; e coloro che soffrono a causa delle disuguaglianze, aumentate in modo drastico – tra le generazioni, tra Nord e Sud, tra ricchi e poveri. E aggiungo: da come ci approcciamo a chi sta diffondendo idee nazional-populiste in Sassonia-Anhalt e in vista delle imminenti elezioni, e a chi per primo ne fa le spese. Non sono la tecnologia e la crescita a renderci liberi. Nemmeno le maggioranze ci rendono liberi. Nel vangelo di Giovanni Gesù dice: “La verità vi farà liberi” (Gv 8, 32). Anche la nostra democrazia ha bisogno di più verità, affinché cresca la fiducia. Solo allora potrà tornare a crescere anche la nostra libertà».
(Foto di Christian Lue su Unsplash)

