Del caporalato non ci si può ricordare soltanto quando una tragedia scuote le coscienze. Non basta indignarsi quando un lavoratore indiano, gravemente ferito, viene abbandonato davanti alla propria abitazione come un sacco vecchio dal datore di lavoro, né quando quattro cittadini immigrati vengono bruciati vivi per aver avuto il coraggio di chiedere il salario che spettava loro. Questi episodi sono il volto più feroce di un sistema di sfruttamento che troppo spesso resta invisibile fino a quando non produce morte, violenza e indignazione.

Un fenomeno strutturale: la risposta della solidarietà tra lavoratori

Il caporalato non è un’emergenza. È un fenomeno strutturale che si alimenta ogni giorno attraverso il lavoro nero, il ricatto, la vulnerabilità delle persone, l’illegalità e una competizione che, in alcuni casi, scarica il peso della riduzione dei costi proprio sull’anello più debole della filiera: il lavoratore. Per questo la lotta al caporalato deve essere quotidiana, costante, sistemica. Solo così possiamo riaffermare il diritto di ogni persona a lavorare e vivere con dignità.

Per me parlare di caporalato significa parlare della mia storia. Significa tornare nei campi della Puglia dove, poco più che quattordicenne, ho iniziato a lavorare come bracciante agricola. Ho conosciuto la fatica del lavoro nei campi, ma anche la forza della solidarietà tra lavoratrici e lavoratori. Ed è proprio lì che è nata la mia scelta di impegnarmi nel sindacato, organizzando le braccianti agricole, rivendicando salari dignitosi, contratti regolari, diritti e sicurezza.

Ho imparato presto che lo sfruttamento non è mai una fatalità. È sempre il risultato di rapporti di forza sbagliati, dell’assenza di diritti, dell’indifferenza di chi preferisce non vedere. Il caporalato non è soltanto un sistema illegale di reclutamento della manodopera. È un meccanismo che priva le persone della libertà, della dignità e della possibilità di costruire il proprio futuro.

Questa consapevolezza ha accompagnato tutta la mia vita pubblica. Prima come sindacalista, poi come parlamentare e rappresentante delle istituzioni. Per questo considero il contrasto al caporalato una battaglia di civiltà prima ancora che una questione di ordine pubblico. Difendere il lavoro significa difendere la democrazia.

Dalla legge alla pratica quotidiana

Nel 2016, con l’approvazione della legge 199, abbiamo segnato un passaggio fondamentale. Per la prima volta il nostro ordinamento ha colpito non soltanto i caporali, ma anche gli imprenditori che utilizzano consapevolmente lavoro sfruttato. Era una svolta attesa da anni, costruita grazie al lavoro delle organizzazioni sindacali, delle associazioni, delle istituzioni e di quanti non hanno mai smesso di denunciare ciò che accadeva nelle campagne italiane.

Ma una buona legge, da sola, non basta. Da ministra delle Politiche agricole ho insistito perché alla repressione si accompagnasse la prevenzione. Perché il caporalato si combatte anche garantendo trasporti pubblici efficienti per i lavoratori stagionali, alloggi dignitosi, servizi sanitari, un incontro trasparente tra domanda e offerta di lavoro e una filiera agroalimentare capace di riconoscere il giusto valore al lavoro. Quando il prezzo pagato a chi produce è troppo basso, il rischio è che qualcuno scelga di recuperare margini comprimendo il costo del lavoro. È una logica che va spezzata.

Il caporalato, inoltre, non riguarda più soltanto l’agricoltura. Oggi interessa anche l’edilizia, la logistica, la ristorazione, il turismo, il lavoro di cura e altri comparti produttivi. Cambiano i contesti, ma non il meccanismo: sfruttare la fragilità delle persone per aumentare il profitto. Per questo servono strumenti di controllo adeguati, ispettori, coordinamento tra le istituzioni e un impegno costante delle parti sociali.

I lavoratori immigrati risorsa del paese

C’è poi una verità che troppo spesso viene dimenticata nel dibattito pubblico. Le lavoratrici e i lavoratori immigrati rappresentano una risorsa fondamentale per il nostro Paese. Lo sono nell’agricoltura, dove senza il loro contributo una parte significativa della frutta e della verdura italiana resterebbe nei campi. Lo sono nell’edilizia, nella logistica, nell’industria, nei servizi, nell’assistenza agli anziani e alle persone fragili. Con il loro lavoro contribuiscono ogni giorno alla crescita economica dell’Italia, pagano le tasse, versano contributi, tengono in piedi interi settori produttivi e partecipano alla vita delle nostre comunità.

È profondamente ingiusto che proprio chi contribuisce in modo così decisivo alla ricchezza del Paese sia spesso esposto al ricatto, allo sfruttamento e all’invisibilità. Difendere i diritti dei lavoratori immigrati non significa fare un favore a qualcuno. Significa difendere il lavoro regolare, la concorrenza leale tra le imprese e la qualità del nostro sistema economico. Perché quando un lavoratore viene sfruttato, vengono danneggiate anche le imprese oneste che rispettano i contratti e la legalità.

Una lotta che riguarda tutti

Per questo dobbiamo avere il coraggio di dire che la lotta al caporalato riguarda tutti. Riguarda le istituzioni, chiamate a garantire controlli efficaci e servizi. Riguarda le imprese, che devono scegliere sempre la strada della legalità. Riguarda la grande distribuzione e tutta la filiera agroalimentare, che non possono continuare a comprimere il valore del lavoro. Riguarda i cittadini, che con le proprie scelte di consumo possono sostenere produzioni rispettose dei diritti.

Ogni lavoratore sfruttato rappresenta una sconfitta per la democrazia. Ogni diritto negato indebolisce il nostro Paese. Ecco perché il contrasto al caporalato non può dipendere dall’emozione suscitata da una tragedia. Deve essere una priorità permanente dell’azione pubblica.

L’Italia è più forte quando sa riconoscere il valore del lavoro, indipendentemente dalla nazionalità di chi lo svolge. È più giusta quando nessuno è costretto a scegliere tra la propria dignità e il proprio salario. È più libera quando sconfigge ogni forma di sfruttamento.

Questa è la battaglia che ho iniziato da ragazza nei campi della mia terra e che continuo a considerare una delle sfide decisive per il futuro del nostro Paese. Perché il lavoro non è una merce. È il fondamento della dignità della persona e della nostra democrazia.

Crediti foto: Ormai88, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

  • Teresa Bellanova

    Sindacalista dei braccianti, poi deputata del Pd e ministra delle Politiche agricole (2019-2021)