Davvero straordinaria la rivisitazione della lezione del “Manzoni civile” proposta da Mattarella. A mio avviso, il miglior discorso del nostro Presidente negli oltre otto anni di mandato al Quirinale. Va assolutamente letto per intero. Merito di Mattarella, ma, naturalmente, anche e soprattutto di Manzoni. Ci si conferma nella consapevolezza che i classici, i grandi spiriti parlano ad ogni tempo e a tutte le generazioni. Sono sempre contemporanei, portatori di un messaggio trans-temporale. Rinviando alla lettura integrale del testo, solo qualche titolo.

La persona in quanto persona, senza distinzione alcuna, è titolare di dignità e di diritti inalienabili. Prima e più di ogni altra appartenenza etnica, nazionale, religiosa. Attenti: come osservò Valerio Onida nella sua ultima lezione, la persona, che è più del cittadino. Cioè anche quando non sia titolare di cittadinanza perché la legge dello Stato non gliela conferisce. Chiaro il riferimento anche ai “nuovi italiani” approdati qui. L’opposto delle teorie suprematiste nelle quali si iscrive la fobia per la paventata “sostituzione etnica” incredibilmente evocata da uomini ai vertici dello Stato. Come non pensare criticamente anche alla drastica limitazione di tutele e “protezione speciale” per migranti che, ancorché non cittadini, sono pur sempre persone che avrebbero diritto a un vaglio puntuale della propria specifica condizione?

No al sovranismo esasperato perché – parola di Manzoni – “la somiglianza che ci dà l’essere d’uomo è ben più forte della diversità di nazione”. No al populismo. Lontanissimo dall’amore per il popolo, dal sentimento di intima partecipazione ad esso, alle sue gioie e alle sue tribolazioni, che sprigiona dalle opere del gran lombardo. In particolare la vicinanza al popolo degli umili e degli oppressi. Con la denuncia del diffuso cedimento delle classi dirigenti agli “umori delle folle anonime”, ai pregiudizi, agli stereotipi; con la corriva rincorsa al facile consenso. Tendenze che originano una politica di corto respiro e l’alterazione nel corso della giustizia, esemplarmente narrata nella “Storia della colonna infame” e nelle peripezie di Renzo risucchiato dalla folla. Di nuovo, una celebre citazione manzoniana accuratamente selezionata dal Presidente: “il buon senso c’era, ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune”.

Ad alimentare oggi populismo e demagogia – aggiunge di suo il capo dello Stato – “l’uso distorto e aggressivo dei social media, l’accentramento dei mezzi di comunicazione nelle mani di pochi (difficile non andare con il pensiero alla dimissioni di Mattarella da ministro del governo Andreotti al tempo del varo della sciagurata legge Mammì che decretò il patologico assetto duopolistico del nostro sistema informativo, ndr), la disinformazione organizzata, la sistematica manipolazione della verità”.  Una rassegna accurata delle distorsioni della comunicazione pubblica.

Sì all’unità del paese, no alla sua divisione. Manzoni fu favorevole al Risorgimento e al processo unitario che metteva fine alla mera “addizione di Stati e staterelli” con una motivazione che rimarca contestualmente il suo universalismo. Di nuovo Manzoni citato da Mattarella: “no, non c’è più differenza tra l’uomo delle Alpi e quello di Palermo che tra l’uomo sulle rive del Reno e quello dei Pirenei”.

No al tradizionalismo e all’integralismo cattolico che riduce, snaturandolo, il cristianesimo a “religione civile” o a instrumentum regni. Manzoni fu fervente cattolico ma fieramente laico. Un cristiano adulto. Anche per questa ragione – ricorda Mattarella – egli fu contrario a ogni rigurgito neo-temporalistico e invece favorevole all’avvento dello Stato liberale unitario e a Roma capitale.  Nonostante le tensioni con il Papato del tempo. La storia e la stessa Chiesa – come opportunamente rammentato – gli diedero ragione: Paolo VI, molti anni dopo, riconobbe come provvidenziale anche per la Chiesa la fine del potere temporale dei Papi.

Ancor più a monte, Manzoni si riconobbe nel portato buono della modernità, nell’illuminismo e nella Rivoluzione francese. Semmai, da cristiano, ponendo un accento particolare sul valore più negletto della triade: la fraternità. Un tratto che lo fa assurgere a figura eminente del cattolicesimo liberale, una sensibilità/tradizione alta, nobile e per lo più minoritaria dentro il movimento cattolico tra otto e novecento.

Ancora, il tema, centrale nel romanzo, della Provvidenza, della fiducia in una superiore, paterna volontà che non abbandona mai i suoi figli, specie gli umili e gli indifesi (“Dio non turba mai la gioia dei suoi figli se non per prepararne loro una più certa e maggiore”). Ma una fiducia che non si risolve nel rassegnato fatalismo, che non esonera i credenti dal battersi per la giustizia. Tanto che Manzoni si dichiarava favorevole al diritto alla resistenza verso le leggi ingiuste e le autorità illegittime.

Infine, una domanda a margine, anch’essa attualissima, nel mentre di nuovo si parla e si straparla di grandi riforme costituzionali: l’alta lezione civile qui sommariamente riassunta avrebbe potuto essere impartita con pari autorevolezza e credibilità se il Presidente della Repubblica non fosse, nel nostro ordinamento costituzionale, una figura effettivamente di garanzia, terza, super partes? Una terzietà che la autorizza a pronunciare parole elevate ma non evasive, cioè tutt’altro che prive di ricadute pratiche e politiche. Chiare ed eloquenti, tranne per chi facesse finta di non avere sentito.

 

(foto: www.quirinale.it)

 

  • Franco Monaco

    Pubblicista, già presidente dell’associazione «Città dell’uomo» e parlamentare della Repubblica; fa parte del gruppo di coordinamento della rivista web Appunti di cultura e politica.