(Pubblichiamo una sintesi della relazione intitolata “Democarcy on the Edge: Challenges to the Rule of Law, an Italian Perspective”, tenuta alla New York University il 22 aprile 2026).

Secondo “The Democracy Report 2026”, l’ultimo rapporto redatto dal V-Dem institute dell’Università di Goteberg in Svezia, negli ultimi 25 anni c’è stato un declino significativo delle democrazie, tanto che oggi si può correttamente parlare di una ondata di autocratizzazione che si è sostituita alla precedente ondata di democratizzazione, culminata dopo la caduta del muro di Berlino. La Democrazia nel mondo è oggi regredita ai livelli del 1978: circa tre quarti della popolazione mondiale, ovvero 6 miliardi di persone, vive oggi in un regime autocratico, di cui 2,3 miliardi in una dittatura (“closed autocracy”), mentre solo il 7% della popolazione, ovvero 600 milioni di persone, vive in una democrazia pienamente liberale.

Democrazie fragili

Questa condizione di fragilità delle democrazie che caratterizza il nostro tempo riguarda sia paesi nei quali l’approdo a istituzioni democratiche era stato recente, sia paesi di più lunga e consolidata tradizione democratica, che vedono incrinarsi, in alcuni casi per la prima volta in decenni, alcuni aspetti significativi e qualificanti della vita democratica.

Norberto Bobbio sosteneva che “La democrazia moderna è nata come un insieme di promesse che non sono state mantenute. Ma non si tratta di promesse tradite: quanto piuttosto di promesse che non potevano essere mantenute, se non parzialmente”. La democrazia è dunque fonte di perenne insoddisfazione perché le aspettative che genera, in termini di trasparenza, partecipazione, realizzazioni, sono superiori ai risultati che riesce a garantire. E ciò perché le procedure e le regole che garantiscono pluralismo, trasparenza, responsabilità, controlli e che connotano i sistemi democratici possono entrare in tensione con l’esigente richiesta di rapidità, efficacia, nettezza delle risposte ai bisogni e alle necessità.

A ciò si aggiunge, in questo frangente storico, un ulteriore elemento che a me appare assai rilevante, ovvero la marcata ricerca di identità delle opinioni pubbliche, smarrite dentro un mondo in rapidissima trasformazione, colpite, soprattutto in occidente, dalla perdita di certezze e dalla paura delle diversità. Paure dovute anche alle massicce migrazioni che hanno cambiato negli ultimi decenni la geografia umana e culturale delle comunità, e rispetto alle quali la tutela del pluralismo e quindi delle minoranze, connaturata ai regimi democratici, appare un fastidioso inciampo sulla direzione del recupero delle identità perdute.

In questa tensione, in queste insoddisfazioni, in questo smarrimento si collocano i processi di indebolimento delle democrazie, che si sviluppano in modo progressivo e non lineare, ma seguendo una traccia abbastanza simile, attraverso partiti, gruppi politici, leadership che alimentano le frustrazioni, per questa via ottengono consenso elettorale, e poi lo usano per rafforzare il potere forzando i limiti ad esso imposti dai meccanismi propri delle democrazie liberali.

In questo processo giocano un ruolo determinante i nuovi strumenti di comunicazione digitale e politica, che garantiscono la totale disintermediazione tra il potere ed i singoli, lasciati completamente soli di fronte alla pervasività e capillarità dei messaggi e dei condizionamenti delle nuove piattaforme, che rendono oramai totalmente indistinguibile il vero dal falso, privando le persone di punti di riferimento per decidere e scegliere.

Già Hannah Arendt sosteneva, avendo vissuto l’avvento del Nazismo e della sua massificazione, che “mentire continuamente non ha lo scopo di fare credere alle persone una menzogna, ma di garantire che nessuno creda più a nulla”. Questo processo di progressiva perdita della capacità di percepire la verità, la realtà dei fatti, che costituisce la premessa indispensabile dell’indebolimento delle opinioni pubbliche democratiche, è ulteriormente accelerato da un altro fenomeno indotto dalle piattaforme social, la polarizzazione delle posizioni, che agevola la costruzione di convinzioni non aggredibili dal dubbio, dallo spirito critico, e dunque il terreno fertile per la costruzione di realtà parallele utili alla raccolta del consenso anche su proposte illiberali. Dunque non solo è possibile oggi, ma perfino in qualche misura persuasivo, ciò che fino a pochi decenni fa era impensabile, ovvero presentare in occidente come modelli di convivenza migliori sistemi alternativi alle democrazie liberali, teorizzare le democrazie illiberali, promettere sicurezza e benessere, come in Cina, in cambio della libertà.

Forze politiche illiberali all’arrembaggio

Dentro questo contesto che ho cercato di descrivere sommariamente gruppi, partiti, leader arrivati al potere con il consenso di parte significativa dell’opinione pubblica possono progressivamente erodere i principi liberaldemocratici, addomesticare la società, sbilanciare gli equilibri tra poteri a favore di quello esecutivo, perseguire un programma identitario e antipluralista. Questo processo, che dura anni, e che abbiamo visto svilupparsi in tante democrazie più o meno mature, in Ungheria, in Polonia, in Turchia, in Israele, oggi in modo sempre più preoccupante anche negli Stati Uniti, si sviluppa su molte diverse direttrici: mettendo a repentaglio l’indipendenza dei media, indebolendo i processi elettorali, riducendo gli spazi di libertà della società civile, rendendo più costosa, in termini di possibili conseguenze e ritorsioni, l’opposizione sia politica sia culturale.

Ma uno dei terreni più battuti è quello del progressivo indebolimento dello stato di diritto, cioè la messa in discussione di quel sistema di regole, principi, controlli che sono in grado di arginare e delimitare il potere, di impedire la dittatura della maggioranza, di garantire effettiva tutela a diritti e libertà delle minoranze, in parole semplici di far prevalere la forza del diritto sul diritto della forza. È proprio lo stato di diritto il principale fondamento delle democrazie liberali, che le distingue anche da altri regimi formalmente democratici ma non in grado di garantire adeguatamente lo sviluppo di una società aperta e plurale.

L’aggressione allo stato di diritto avviene solitamente attraverso l’attacco all’indipendenza dei sistemi giudiziari: i giudici vengono additati come nemici del popolo, ne viene messa in discussione la legittimità in quanto non eletti, sono considerati non imparziali e non indipendenti in quanto assumano provvedimenti contro il potere espressione della volontà popolare. Il braccio destro di Orban in Ungheria ha parlato di una “democrazia maggioritaria” in cui non c’è bisogno di limiti e contrappesi; l’ex ministro della giustizia polacco ha giustificato la demolizione del sistema giudiziario polacco affermando che la Polonia è una democrazia, non una “corte-crazia”. Negli Stati Uniti, il licenziamento o le dimissioni forzate di procuratori che lavoravano a casi politicamente delicati, l’avvio di procedimenti disciplinari nei confronti di giudici che hanno criticato l’esecutivo, l’indebolimento dell’indipendenza del Dipartimento di Giustizia Federale, sono pesanti indizi di una direzione analoga.

In questo quadro allarmante si colloca anche l’Italia, che dal 2022 vede al governo forze politiche che non hanno mai nascosto la vicinanza e l’affinità ideale e politica con le leadership mondiali che, in nome del popolo, del consenso, della sovranità, dell’identità, guidano o aspirano a guidare questi processi di involuzione democratica: Trump, Musk, Orban, Netanyahu, il partito Diritto e Giustizia polacco, il movimento Vox in Spagna, i lepenisti francesi, l’Afd tedesca e l’estrema destra britannica di Robinson. Le matrici culturali e ideologiche e le pulsioni identitarie che legano la maggioranza politica italiana a quelle leadership e ai modelli che esse rappresentano sono emerse in tante circostanze, e a più riprese.

Anche in Italia il sovranismo attacca i controlli giudiziari

In particolare, anche in Italia in questi anni si è dovuto assistere ad un inedito e continuo attacco del governo ai controlli di legalità e alla magistratura. Un attacco al sistema giudiziario dalle caratteristiche inedite, perché se è vero che l’Italia in passato con Berlusconi aveva conosciuto un conflitto aspro e duro tra politica e magistratura, è anche vero che allora quel conflitto era in qualche modo legato alle vicende giudiziarie che interessavano Berlusconi, mentre quello odierno appare mosso esattamente dalle matrici culturali e politiche che, in nome dell’identità e della sovranità popolare, intendono mettere in discussione i capisaldi dello stato di diritto. E non per caso lo scontro di questi ultimi anni in Italia si è avvalso delle medesime parole d’ordine che abbiamo già visto in altri contesti, anche negli Stati Uniti, e ha portato a reazioni analoghe.

Citerò alcuni episodi. Nell’ottobre del 2024 alcuni tribunali italiani, applicando principi tratti dalla normativa europea, hanno dichiarato illegittimi i trasferimenti di alcuni migranti presso un centro di espulsione costruito dall’Italia in Albania, nell’ambito di un accordo finalizzato a portare fuori dai confini italiani le procedure di verifica dei richiedenti asilo. Le reazioni sono state furenti: la premier Meloni ha accusato i giudici di essere “politicizzati”, “di parte”, li ha accusati di giocare “il ruolo dell’opposizione”, il vice premier Salvini ha parlato di “giudici comunisti” che “violano le nostre leggi”, l’altro vice premier Tajani ha sostenuto che il potere giudiziario non deve “impedire all’esecutivo di fare il proprio lavoro”. Si è intromesso anche Elon Musk, che sulla sua piattaforma social ha scritto, con il plauso di Salvini: “These judges need to go”.

A gennaio 2025 la procura di Roma ha avviato un procedimento penale nei confronti di Meloni e altri ministri per favoreggiamento, poiché il governo non aveva dato seguito a una richiesta di arresto emesso dalla Corte Penale Internazionale nei confronti di un generale libico, accusato di crimini contro l’umanità, prima fermato in Italia e poi accompagnato dalle autorità italiane in Libia. Il procuratore capo di Roma è stato attaccato personalmente, minacciato di sanzioni disciplinari e di trasferimento, financo di una denuncia penale. Su quel mandato di arresto è intervenuto il vice premier Tajani, che ha dichiarato che “forse bisogna aprire un’inchiesta sulla Corte Penale Internazionale”, ricordando sinistramente quanto accaduto in Russia, dove il procuratore capo della Corte Penale Internazionale è stato condannato a 15 anni di reclusione in quanto colpevole di aver firmato il mandato di arresto nei confronti di Putin.

Nel febbraio del 2025 il massimo organo giurisdizionale civile del nostro paese, le Sezioni Unite Civili della Corte di Cassazione, ha riconosciuto il diritto al risarcimento del danno ad un migrante, poiché era stato trattenuto illegittimamente e non autorizzato a sbarcare dalla nave che lo aveva tratto in salvo per ordine del ministro degli interni dell’epoca, l’attuale vice premier Salvini. Il principio di diritto applicato dalla Corte, che merita di essere menzionato, era il seguente: “L’azione del Governo, ancorché motivata da ragioni politiche, non può mai ritenersi sottratta al sindacato giurisdizionale quando si ponga al di fuori dei limiti che la Costituzione e la legge gli impongono, soprattutto quando siano in gioco i diritti fondamentali costituzionalmente tutelati”. Potremmo definirlo il nucleo fondante dello stato di diritto: i diritti fondamentali di ciascun individuo devono essere tutelati sempre, anche contro il potere. Le violente reazioni del governo, dalla premier Meloni al ministro Salvini (“una vergogna, paghino i giudici e accolgano i clandestini se ci tengono tanto”) hanno indotto ad una ferma presa di posizione il vertice della magistratura italiana, la prima Presidente della Corte di Cassazione, che ha rilasciato uno stringato comunicato: “Le decisioni della Corte di Cassazione, al pari di quelle degli altri giudici, possono essere oggetto di critica. Sono invece inaccettabili gli insulti che mettono in discussione la divisione dei poteri su cui si fonda lo stato di diritto”.

Il manifesto di questo sovranismo giudiziario lo ha esposto con chiarezza, in un intervento davanti ai rappresentanti dell’avvocatura italiana nell’aprile del 2025, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. In quel discorso, Mantovano ha dichiarato che la magistratura “erode la sovranità popolare”, “deraglia dai confini”, “decide le politiche”, “percepisce se stessa come parte di un establishment che ha la funzione di arginare la pericolosa deriva della coerenza fra la manifestazione del voto, la rappresentanza politica e l’azione del governo”, indebolisce “il principio di sovranità sancito dall’articolo 1 della costituzione”, che viene messo a rischio da ciò che ha definito “la strada giudiziaria per l’aggiramento della volontà popolare”. Insomma, ciò che il governo promuove, legittimato dal consenso popolare, non può essere ostacolato dai giudici. Opinione espressa con grande chiarezza anche dalla premier Meloni nell’ottobre del 2025, all’indomani di una decisione sgradita della magistratura contabile, quando ha parlato di “intollerabile invadenza, che non fermerà l’azione del Governo, sostenuta dal Parlamento”.

La riforma della costituzione e il No al referendum

In questo contesto e clima, il governo ha varato la riforma della costituzione volta a modificare in modo profondo l’assetto della magistratura, imponendone l’approvazione senza modifiche al parlamento, con l’idea che la scarsa popolarità dei giudici e l’appello al consenso popolare avrebbero trasformato il referendum confermativo in un plebiscito per il governo.  Un atto di arroganza che ha segnato irrimediabilmente l’esito della riforma.  Nonostante sondaggi molto favorevoli ancora nel gennaio di quest’anno, il sostegno ad essa anche di una parte rilevante dell’avvocatura, e alcune fondate argomentazioni di natura tecnica a suo sostegno, tra cui una certa autoreferenzialità dei magistrati, piano piano si è fatta strada nell’opinione pubblica italiana la sensazione che quella riforma avesse obiettivi ben diversi da quelli inizialmente dichiarati.

Si è cioè diffusa la preoccupazione che tra quegli attacchi scomposti alla magistratura che prima abbiamo visto, la matrice culturale e ideale della destra al governo, e la riforma costituzionale ci fosse un legame, un filo di continuità, una medesima traiettoria finalizzata a metterci in linea con i paesi nei quali lo stato di diritto è sotto attacco. In ciò gli italiani sono stati indirizzati anche dalle dichiarazioni di chi quella riforma l’ha scritta che ne hanno descritto con chiarezza le finalità ultime. Cito il ministro della giustizia Nordio, che ha sostenuto che la riforma era destinata a “evitare invasioni di campo” della magistratura e che sarebbe servita anche all’opposizione il giorno che fosse tornata al governo, la premier Meloni che ha sostenuto che la riforma costituzionale era la risposta “più adeguata a una intollerabile invadenza” dei giudici, e via via tanti altri esponenti della maggioranza tra cui la capo di gabinetto del ministro Nordio che in televisione ha sostenuto che con la riforma “ci togliamo di mezzo la magistratura”.

Gli italiani sapevano poi che dietro questa riforma della Costituzione in rampa di lancio ce n’era un’altra, già in fase di avanzata istruttoria in Parlamento, il cosiddetto premierato, finalizzata a cambiare radicalmente la forma di governo italiana, snaturando la sua natura parlamentare, e verticalizzando il potere nelle mani di un premier eletto direttamente dal popolo, con un sostanziale indebolimento di tutti gli organismi di garanzia previsti in costituzione a presidio degli equilibri su cui si fonda la democrazia liberale.

Insomma, in fondo a questa traiettoria, a questo tragitto che la riforma costituzionale della magistratura avrebbe aperto, gli italiani hanno percepito un futuro ancora considerato distopico, hanno capito cosa significa un potere non più soggetto a limiti e controlli, hanno forse intravisto perfino i fatti di Minneapolis, l’omicidio di due cittadini e l’impunità per gli agenti assassini invocata apertamente dal governo. E hanno detto di no.

Un no significativo perché avvenuto con un’alta partecipazione al voto e con uno scarto piuttosto netto, 53% No contro 47% Si, e trascinato dai giovani sotto i 25 anni, che si sono recati alle urne in modo massiccio e si sono espressi contro la riforma con una maggioranza del 60%. Un No dunque importante, e denso di conseguenze. Intanto perché ha dimostrato la validità dei meccanismi di difesa della Costituzione, dei suoi principi e dei suoi equilibri, che chi la scrisse esattamente 80 anni fa aveva individuato per evitare manomissioni unilaterali.

E poi perché questo voto, se non ci garantisce il tramonto definitivo della stagione nella quale anche nel nostro paese i principi dello stato di diritto sono stati messi così pericolosamente in discussione, certamente rappresenta una presa di posizione degli italiani che nessuno potrà ignorare, ineludibile anche per la destra che oggi governa il paese. Può rappresentare insomma uno spartiacque nella storia italiana, nella sfida che la nostra come tutte le democrazie del mondo stanno affrontando per sopravvivere a se stesse, per resistere, per rinnovarsi.

Paolo VI sosteneva che “la democrazia rappresenta un fatto umano di prim’ordine, tale da produrre nell’educazione e nello spirito del popolo un senso morale di altissimo valore. La democrazia deve essere sostenuta da un vigoroso senso morale. Dev’essere una legge non tanto imposta quanto vissuta, un risultato della coscienza collettiva”. Oggi che siamo alla ricerca di questo senso morale, che abbiamo smarrito questa consapevolezza, anche i piccoli segnali di risveglio delle coscienze democratiche vanno colti e coltivati.

Come scrisse un grande giurista cattolico, Arturo Carlo Jemolo, in occasione dei lavori dell’assemblea costituente, nel 1946, quando si riaffacciava la democrazia nel nostro paese e nel nostro continente devastato da due guerre mondiali: “La libertà, come tutti i beni della vita, come tutti i valori, non basta averla conquistata una volta per sempre, ma occorre conservarla con uno sforzo di ogni giorno, rendendosene degni, avendo l’animo abbastanza forte per affrontare la lotta il giorno in cui fosse in pericolo. Né la pace dei popoli, né la giustizia sociale, né alcun altro bene è suscettibile di conquiste definitive. Ogni generazione deve dare la sua prova. Che la nostra sia all’altezza del suo compito, e possa essere d’esempio a quelle che seguiranno”.

Parole scritte 80 anni fa, e che ci richiamano alla nostra responsabilità di oggi.

Crediti foto di Marija Zaric su Unsplash

  • Alfredo Bazoli

    Alfredo Bazoli, avvocato, 53 anni, senatore del Partito democratico, capogruppo in commissione giustizia e in giunta delle autorizzazioni.