Gli sguaiati e inediti attacchi di Trump a papa Leone sono il segno rinnovato che la pace è questione sommamente decisiva e costituisce un aspro segno di contraddizione per i credenti e per il mondo. È difficile trovare chi neghi la positività dell’immagine della pace intesa come shalom, come pienezza di vita. Ma è esperienza quotidiana che ci si scontri su come avvicinarci a questo sogno, su come raggiungere questo obiettivo, sulle forme concrete che la pace può assumere nella precaria esistenza umana.
La storia ci porta molti esempi
Non da oggi. I papi dell’ultimo secolo sono stati molto diversi tra loro. La loro posizione magisteriale è evoluta nel tempo, indubbiamente. Autorevoli studi hanno ormai dimostrato questo cammino, che è arrivato a restringere moltissimo l’ambito di applicazione della vecchia teoria restrittiva della “guerra giusta” fino quasi a una sua inapplicabilità, soprattutto di fronte ai caratteri di distruzione di massa assunti dalle guerre del Novecento. Qui però non vorrei sottolineare tanto questa dimensione del problema, ma il semplice fatto che c’è stata una sorta di diffusa ricorrenza: qualsiasi presa di posizione papale sulle questioni della pace ha suscitato problemi, ostacoli, contraddizioni, a volte anche nella stessa Chiesa.
Di fronte alla tragedia della prima guerra mondiale, papa Benedetto XV, il mite diplomatico vaticano esiliato a Bologna dalla curia di Pio X ed eletto poi pontefice appena scoppiato il conflitto, prese da subito posizioni nette, definendo “disastrosissima” la guerra, che portava al “suicidio dell’Europa civile”. A fronte dello schierarsi della grande parte dei cattolici in ogni paese belligerante dietro al proprio governo (salvo esili minoranze), egli continuò a lavorare per separare religione e guerra, cercando faticosamente di evitare ogni sacralizzazione dello scontro (sorvegliava con fatica che la preghiera fosse sempre per la pace e non per la “vittoria”). Cercò diplomaticamente – ma anche con una manifestazione capillare di preghiera per la pace che mobilitasse il mondo cattolico – di tenere l’Italia fuori dal conflitto, fino al maggio del 1915. E arrivò a pronunciare nella Nota dell’agosto 1917 la celebre espressione sull’ “inutile strage”, che implicitamente delegittimava ogni applicazione della vecchia teoria limitativa della guerra giusta al conflitto.
Di fronte alla seconda guerra mondiale, l’analogamente diplomatico Pio XII apparve subito molto più prudente del suo predecessore, papa Ratti, polemico contro il totalitarismo e il “nazionalismo immoderato”. Ma pronunciò comunque parole chiarissime nel radiomessaggio del 24 agosto 1939, pochi giorni prima della crisi finale su Danzica: “Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra”. Al di là dell’annosa polemica sui “silenzi”, il papa tenne la posizione. Fino al drammatico periodo tra il 1943 e il 1944 in cui in Vaticano si temette il possibile rapimento del pontefice da parte dei nazisti. Non a caso Hitler – che definiva in generale il cristianesimo come una “religione da schiavi” – considerava i cattolici infidi, semplicemente undeutsch, non tedeschi, a differenza dei protestanti.
Si può poi ricordare poi come le posizioni di Giovanni XXIII con la Pacem in terris del 1963 fossero largamente accusate di indebolire la coesione anticomunista del mondo occidentale e anche nella Dc ci fu chi le vide con sospetto e preoccupazione. Per non sottacere come le polemiche riguardarono anche Paolo VI durante la guerra del Vietnam, dove Lercaro e Dossetti criticarono la mancanza di una condanna radicale dei bombardamenti americani sul Vietnam del Nord, proprio mentre da parte dell’amministrazione Johnson non ci si fidava degli appelli alla pace del papa, compreso il grido “Mai più guerra!”, elevato durante la sua visita all’Onu nel 1965.
Ricordiamo l’accorato intervento di Giovanni Paolo II nel 1990-1991 contro la guerra del Golfo, che suscitò imbarazzo e stupore: il papa polacco, che aveva combattuto il comunismo con linearità, ora si trovava a contrastare inaspettatamente l’Occidente e la sua potenza-guida. Non per simpatie verso Saddam (ferma la condanna dell’invasione del Kuwait), ma perché – non certo da ultimo – riteneva la guerra strumento sbagliato per risolvere i problemi: una “avventura senza ritorno” e un “abisso” per l’umanità. Con il risvolto non banale delle difficoltà che avrebbe creato alle comunità cristiane del Medio Oriente.
Arriviamo ai giorni nostri: non si può non notare quanto Francesco e Leone in questi anni abbiano continuato a ribadire un appello per la purificazione del messaggio religioso da ogni violenza, per il primato della ricerca della pace, per la critica all’uso delle armi per risolvere i conflitti. Suscitando reazioni a volte convulse: e se il papa argentino poteva essere definito un populista sudamericano simpatizzante del castrismo, questo è molto più difficile per il primo papa statunitense. Ma anche nei suoi confronti, l’inquilino della Casa Bianca ha potuto esprimere il disprezzo verso chi “non capisce” le verità supposte della linea della superpotenza (o meglio, del suo ondivago rappresentante in capo).
La sfida della mediazione politica
Niente di nuovo, quindi? C’è una ricorrenza, anche se non forse per i modi e le forme delle controversie, oggi per certi aspetti imbarbarite (ma in passato non sempre si usava il fioretto…). Insomma, questo carattere di “segno di contraddizione” che i richiami papali alla pace hanno sempre rivestito nella storia riguarda il mondo, ma anche la Chiesa stessa (sulla pace si sono rischiate rotture permanenti, fino a sfiorare gli scismi). Il tema merita almeno due osservazioni che lo rendano più esplicito.
In un primo senso, si tratta di un segno di divisione che riguarda il mondo, cioè il comportamento dei politici, degli statisti, delle classi dirigenti. Di tutti. Ma soprattutto – non per caso – di coloro che sono (o ostentano di essere) credenti. Leone XIV è ben consapevole di questo: nel suo discorso al corpo diplomatico ha evocato l’amato Agostino: “I cristiani – ha detto – sono chiamati da Dio a soggiornare nella città terrena con il cuore e la mente rivolti alla città celeste, la loro vera patria”. La città terrena ha quindi le sue esigenze, da cui non ci si può facilmente esimere. Siamo consapevoli da tempo che vivere il Vangelo nella storia chiede sapienza nell’interpretare la realtà, per porsi la domanda su come intervenire per avvicinare il Regno, non per sperare illusoriamente di costruirlo con le nostre mani. Nessuna velleità di cristianizzazione definitiva del mondo regge alla prova della storia. La mediazione tra l’appello evangelico e i dati concreti è indispensabile. Una duplice mediazione: la prima istituzionale (quale scelta specifica e delimitata, quale legge, può essere ritenuta totalmente “cristiana”, senza timore ed incertezza?), e la seconda una mediazione politica-democratica (quasi sempre per operare in politica occorre discutere e trovare punti d’incontro con chi la pensa diversamente). Sono due esigenze intrecciate che devono essere rispettate per ottenere risultati che si avvicinino al “maggior bene possibile”.
Diciamocelo francamente, nella “paradossale cittadinanza” terrena, è quindi addirittura bene che i credenti scelgano, si collochino nei conflitti, prendano parte alle contraddizioni della storia. Senza mitizzare una presunta istanza mediatrice e unitaria della fede religiosa, che sia capace da sola di sanare le contraddizioni. Senza evitare infine di prendersi le proprie responsabilità “di parte” – da cattolici che scelgono, tutt’altro che “senza aggettivi”, come si diceva nell’Ottocento – all’interno dello Stato laico e democratico, da servire come casa comune.
Ma anche e soprattutto: senza dar per scontato il legame con l’ispirazione della fede, che è invece pietra di paragone da tenere sempre sotto la lente del confronto e dell’autocritica. Quindi, anche e soprattutto l’appello alla pace deve passare per questa via ardua. Tale equilibrio difficile non può implicare che – come spesso è successo nella storia che abbiamo riassunto – si distingua il ruolo del papa pontefice universale e quello dei politici, con il loro orizzonte specifico nazionale o locale, fino a non trovare più un legame tra i due mondi. Il papa parla del Vangelo, gli statisti della politica. Spingendo la mediazione fino a dimenticare le premesse essenziali. È quindi ovvio che il politico dovrà considerare le esigenze della protezione dei deboli, della difesa della libertà e del benessere o della sicurezza delle società, della risposta al male che nel mondo esiste (non illudiamoci del contrario). Ma resta evidente che queste esigenze dovranno essere inserite sempre e ricomprese continuamente nell’orizzonte dell’appello evangelico: dovranno sempre essere perseguite mostrando chiaramente come si collegano al principio assoluto del favore alla pace, cioè prima di tutto alla prevenzione della guerra (i conflitti si devono affrontare con altri mezzi e solo l’ultimissima ratio è la violenza) e secondariamente alla sua pervicace limitazione una volta sciaguratamente avviata da altri. “Il cuore e la mente” devono continuare rigorosamente a guardare alla “città celeste”.
Questo è il punto di verifica essenziale. Questa è la domanda che incombe su chi pensa che mediare la fede nella storia sia semplice e permetta di seguire la propria inclinazione. Esemplifichiamo. Questa è la domanda che dovrebbe farsi chi pensa che le alleanze internazionali siano degli assoluti, che occorre difendere la sicurezza di Israele a prescindere dai comportamenti del suo governo, che occorre sostenere la libertà dell’Ucraina a prezzo di una guerra infinita, che occorra riarmare l’Europa senza se e senza ma. Come tutto ciò si può giustificare alla luce dell’esigente appello al primato dell’obiettivo di costruire la pace come bene divino? I cattolici Rubio e Vance come riescono a sostenere la loro militanza trumpiana senza tradire questo nesso essenziale?
Come si può capire, la questione è ben più profonda che non misurare se l’uscita di Trump gli abbia alienato o meno una parte del consenso elettorale cattolico, non banale nelle ultime presidenziali, a quanto dicono gli esperti. Per la cronaca, anche opinionisti e vescovi cattolici conservatori hanno apertamente preso le distanze dalle sue uscite contro Leone XIV. Ma tant’è: al di sotto del consenso o del dissenso per l’offesa all’autorità papale, bisognerebbe leggere la bruciante questione di sostanza di come valutare la presa reale del Vangelo nella storia.
Il popolo cristiano deve misurarsi sulla sfida della pace
Il secondo punto di contraddizione riguarda il popolo cristiano nel suo insieme. Oggi abituato a una sorta di pluralismo leggero, che tiene assieme tutto e il contrario di tutto. Le opinioni soggettive dominano, seguendo una polarizzazione che è quasi simile a quella riscontrata nella generalizzazione del mondo laico. Non che la cultura cattolica del passato sia stata monolitica – la “mistica dell’unità” diffusa nel linguaggio pastorale contrastava già da molto tempo con ramificazioni e versioni diverse della modalità con cui i credenti stavano al mondo – ma è indubbio che recentemente questa condizione si è polarizzata ulteriormente, con manifestazioni sempre più radicali. Spinte dai meccanismi ormai noti delle molteplici “bolle comunicative” separate e contrapposte.
L’unico modo di costruire una dinamica positiva di tipo ecclesiale e comunitario in questo contesto pluralistico e polarizzato appare quindi quello di adottare una prassi di maturo dialogo interno, che contemperi il rispetto e addirittura la valorizzazione delle differenze, con l’aperta messa in discussione delle rispettive coerenze con l’essenziale della fede. Non si può insomma continuare ad esorcizzare il pluralismo, a tacere per evitare lo scontro dialettico: questa è una scorciatoia ormai inaccettabile nel nostro contesto storico. Occorre invece trovare criteri concreti per viverlo in modo adulto e maturo. Si potrebbe cioè creare una dinamica molto più aggiornata e funzionante di “opinione pubblica” nella Chiesa, attenta a comprendere la realtà, ad analizzare le tendenze della storia, a studiare la complessità per comprendere il modo di influenzarla. Anche, a prendere sul serio l’evoluzione magisteriale su questi temi e a comprendere come le posizioni dei vertici ecclesiali esprimano una ricomprensione continua delle esigenze del Vangelo, alla luce appunto di una coscienza storica in continua evoluzione. Insomma, a costruire un approccio concreto e solido ai problemi complicati della storia, su cui si possano anche realizzare convergenze, o almeno definire ambiti di dissenso informati e consapevoli. Questa pratica estesa e capillare darebbe un’immagine molto più concreta della convivenza secondo il Vangelo nelle comunità ecclesiali, ma non sarebbe banale nemmeno come contributo per rifondare le basi dialogiche reali delle democrazie.
Perché non fare proprio della questione somma della pace un terreno cruciale di questa operazione educativa e pastorale in senso ampio, di costruzione reale di una comunità “sinfonica”? La pace, abbiamo visto, è segno di contraddizione precipuo. La pace è terreno decisivo, quanto scivoloso e infido, su cui si diffondono pregiudizi e schematismi, su cui le posizioni pratiche si sviluppano quasi come dogmi che non accettano smentite (facile darsi reciprocamente del “pacifista” o del “guerrafondaio”). Anche nella comunità cristiana. C’è qualcosa di contraddittorio in tutto ciò. Prendere sul serio il Vangelo della Pace e l’appello dei papi al primato della pace significa anche ripensare i modelli di convivenza pratica, in nome di una pace vissuta, che non eviti le contraddizioni, ma le affronti con maturità e sapienza. Resta un compito aperto.
(Foto di Zaur Ibrahimov su Unsplash)

