Il 22 aprile 2026 è stato reso noto che, contrariamente alle attese, il rapporto Deficit/Pil dell’Italia per l’anno 2025 avrebbe superato il 3%, non consentendo al paese di uscire dalla Procedura per Deficit Eccessivo. La presidente del Consiglio, il giorno stesso, ha dichiarato che la colpa era degli strascichi dovuti al Superbonus introdotto dal Governo Conte nel 2020. Il dibattito seguito a questi fatti ha visto alternarsi pesanti critiche al governo Meloni e condanne dell’approccio eccessivamente “ragionieristico” degli uffici dell’Unione Europea.
Che cosa è successo?
Il Documento programmatico di Finanza pubblica approvato dal Consiglio dei ministri il 2 ottobre 2025 prevedeva che il 2025 si sarebbe chiuso (si noti, ottobre 2025, dunque ‘previsione’ per modo di dire…) con un rapporto Deficit/Pil già sotto il 3%, in anticipo su quanto concordato con L’Unione.
Invece, ecco che il 22 aprile 2026, L’Eurostat certifica un numero diverso: 3, 073%…
Si parla di un ammanco di poco più di un miliardo di euro (su un valore del Pil di 2.258 miliardi). Uno “zero virgola”… ed è in effetti anche possibile sostenere che la ragione dello sforamento sia stato l’emergere di crediti di imposta, inizialmente non contabilizzati, richiesti nel 2025 da enti e persone che avevano beneficiato del Superbonus negli anni precedenti.
Dunque: approccio spietato da parte dei contabili europei, e in ogni caso colpa delle scelte avventate dei precedenti governi?
Si potrebbe rispondere che è stato il governo Meloni, nel 2023, a decidere, diversamente da altri governi europei, di mantenere in vita il provvedimento di sostegno disegnato dal governo Conte e poi confermato dal governo Draghi. Oppure sostenere che il provvedimento, oltre agli effetti negativi sul deficit, ha avuto anche qualche effetto positivo sulla crescita del Pil. Ma forse vale la pena di cambiare la prospettiva.
Grecia, Portogallo, Spagna
La “regola del 3%”, introdotta dal trattato di Maastricht del 1992, ha come giustificazione logica quella di indurre i paesi europei a stabilizzare il rapporto tra debito pubblico e Pil, per evitare che il peso della spesa pubblica si scarichi sulle generazioni future. La discussione interessante ha a che vedere con la capacità di ogni paese di favorire prospettive di crescita e progresso ai propri cittadini, e questo richiede di adottare un’ottica di medio/lungo periodo.
Un recente contributo di Amati et altri (Osservatorio sui conti pubblici italiani dell’Università cattolica, 29 aprile 2026) ricostruisce l’andamento dei conti pubblici di alcuni paesi europei dal 2000 ad oggi.
L’articolo merita di essere letto per intero, ma volendolo sintetizzare in una frase si potrebbe dire che ciò che caratterizza il caso italiano è una crescita che, da decenni, risulta anemica e nettamente inferiore alla media dell’Unione europea, rendendo così vani tutti gli sforzi
per ottenere avanzi primari (la differenza tra entrate e uscite, al netto della spesa per interessi) “virtuosi”, e spesso migliori di quelli di altri paesi europei.
Sia in Grecia che in Portogallo, paesi più dell’Italia colpiti dalle crisi del 2008, 2011 e 2020, il “rimbalzo” successivo alla recessione indotta dal Covid si è consolidato in tassi di crescita sostenuti, che si sono tradotti in una significativa riduzione del rapporto debito/Pil.
Ancor più impressionante il caso della Spagna che, pur con costanti, anche se contenuti, disavanzi di bilancio, ha saputo generare tassi di crescita che hanno più compensato tali disavanzi, consentendo di ridurre il rapporto deficit/Pil al 2,5% nel 2025, e con una previsione del 2,1% per il 2026.
Oggi e domani
Le regole di Maastricht possono essere criticate, ed è possibile anche sostenere che la revisione del 2023, che aveva suscitato speranze per un approccio più semplificato e flessibile, si sia alla fine tradotta in un aumento di burocrazia (si veda su questo tema il contributo di Carnazza e Carnevali su la voce.info del 16 febbraio 2024).
Ma, come i casi di Grecia, Portogallo e Spagna dimostrano, il problema non è la “regola del 3%” di per sé, ma il rilancio del processo di crescita. Grecia e Portogallo hanno adottato un mix di politiche incentrate sull’aumento dell’avanzo primario, la Spagna politiche di segno opposto, in cui il disavanzo è accettato, ma usato in modo produttivo. Alla fine, in un modo o nell’altro, tutti e tre i paesi sono riusciti a soddisfare la regola del 3% e a ridurre il rapporto debito/Pil. Soprattutto, a differenza dell’Italia, sono riusciti a rilanciare le prospettive di crescita e progresso per i propri cittadini.
Dal 2019 (anno pre-covid) ad oggi il Pil della Spagna è cresciuto del 9,8% (in Italia del 6,5%). La ragione è da cercarsi non solo nel diverso approccio all’immigrazione, di cui si è discusso sui giornali, ma nell’adozione di una serie di politiche coordinate: credito alle imprese, ma anche aumento del salario minimo e riduzione del lavoro temporaneo e attrazione di investimenti legati alla transizione ecologica, che hanno portato ad una riduzione del prezzo dell’energia. Risultato: produttività costantemente crescente (+ 2,1%).
Nello stesso periodo, la produttività in Italia è diminuita del 2,5%…
Le politiche di cui si discute in questi giorni sono i nuovi aiuti al settore edilizio, e la possibilità, malgrado il permanere della procedura di deficit eccessivo, di invocare la “clausola di salvaguardia” prevista dalle regole Ue per le spese militari…
Sarebbe invece necessario parlare di salari e di ricerca ed innovazione, e delle scelte politiche che una strategia di crescita potrebbe e dovrebbe mettere in campo (si veda su questi temi il contributo di Surico su Vox.eu del 5 gennaio 2026, anche a quello di Marchiori e Minelli su “Menabò” del 29 febbraio 2024).
Lo “zero virgola” che conta è quello che da troppi anni caratterizza la crescita del paese.
Crediti foto di ayumi kubo su Unsplash

