A distanza dalla scomparsa e dalle emozioni del momento, è oggi più agevole formulare un giudizio equanime, sine ira ac studio, quanto ad una figura controversa, ora idolatrata ora respinta senza riserve, come quella di Umberto Bossi, l’artefice della Lega, la formazione politica nata dalle sue intuizioni e oggi guidata, attraverso progressive metamorfosi – dal localismo nordista di matrice etnoregionalista al nazionalsovranismo populista – , da Matteo Salvini.

La rottura della vecchia politica

Anzitutto va rimarcata l’anomalia rappresentata dal personaggio agli sgoccioli della prima Repubblica, quella dei partiti che cede il passo a quella dell’antipolitica. Ebbene Bossi contribuisce da protagonista, in parallelo alle iniziative della magistratura e a quanto ha rappresentato Tangentopoli, a decretare la fine del sistema scaturito all’indomani del secondo conflitto mondiale: un “barbaro selvatico” che ricorre ad un linguaggio effrattivo con lo sdoganamento di una espressività estranea al politically  correct – “Berluscaz” – ,  che non frequenta i salotti buoni, che vuol marcare la propria differenza dalla politica seriosa e paludata persino nello stesso modo di vestire – la canotta – , un popolano che rivendica orgogliosamente la propria identità popolare, rifuggendo da quella che Norbert Elias chiama “la civiltà delle buone maniere”. Poi il fiuto politico istintivo e la definizione di una agenda incentrata su parole d’ordine di immediata efficacia ed agibilità, sino alla composizione di  una sorta di dizionario populista: la questione settentrionale evocata per affermare il primato del Nord, l’autonomismo declinato in chiave federalista, la denuncia dell’elefantiasi burocratica, l’attacco frontale alla casta e alla partitocrazia, alle élites che si oppongono agli interessi del popolo,  la rivolta contro “l’invasione extracomunitaria”. E ancora: l’esaltazione delle culture del luogo in chiave neotribale, la riscoperta di un’identità da preservare, la valorizzazione della piccola e media impresa dei produttori di beni materiali, la rivolta fiscale contro “Roma ladrona”.  In parallelo, una narrazione in cui campeggiano miti trascinanti: al centro la terra natia, la Padania colonizzata, da sottrarre allo Stato accentratore come territorio della diversità etnica, culturale, antropologica rispetto all’ Italia “parassitaria” dei meridionali. Una Padania come terra della laboriosità industriosa, della concretezza del fare, contrapposta alla fumosità degli intellettuali borghesi. Una “invenzione” che si accompagna alla religione neopagana del “dio Po”, con le sue liturgie, una religione senza Chiesa e senza i “vescovoni”, che comunque si confà ad un “partito di civiltà cristiana”, della Croce, ma senza il Cristo crocifisso e che celebra il suo rito di confermazione a Pontida, là dove il capo si presenta al suo “popolo verde” come protagonista di una politica missionaria investita da una funzione redentiva. Insomma il “Senatùr” come nuovo Alberto da Giussano con la spada vindice sguainata.

Democratico e antifascista?

Ebbene una compiuta storia della Lega nord, dell’intero suo percorso, se si escludono pochi contributi – e tra di essi il più rilevante è quello dovuto a Paolo Barcella – è ancora largamente da scrivere su base archivistico documentaria, mentre disponiamo di molteplici lavori da ricondurre sia alla dimensione della polemica politica che a quella dell’analisi politologica e sociologica. Comunque è innegabile che  la parabola di Umberto Bossi lo vede assurgere al ruolo di uno dei padri della “seconda Repubblica”, della quale non ha rinnegato la continuità con la tradizione antifascista: un antifascismo però di una specie del tutto particolare, riconducibile in definitiva all’ostilità nei confronti di un Msi come partito eminentemente del Sud, di nostalgici di un regime nazionalista, accentratore e statalista, dunque da rifiutare in quanto tale da mortificare le aspirazioni all’autonomia dei “popoli” presenti nella penisola soffocati dal “mito italiano”. E così pure un Bossi democratico che tuttavia non esita ad alterare della democrazia fondamentali componenti etico-politiche – i pronunciamenti a sfondo razzista contro i “negher” e i “giargianes” – , a inseguire la disunità del Paese – il Parlamento del Nord, la secessione – , o a contrastare il disegno volto ad affermare l’appartenenza al sistema liberal-democratico europeo.

Non folklore, ma umori profondi del paese

Ha comunque preso un abbaglio chi ha confinato Umberto Bossi nella dimensione del folklore, per taluni una sorta di Paneroni della politica – il ciarlatano della “terra non gira o bestie” – , o gli ha imputato di avere trasformato la politica in una sorta di commedia dell’arte. In realtà il Senatùr è stato interprete di umori profondi presenti nel ventre del Paese, di molte delle contraddizioni irrisolte che tuttora segnano il nostro presente. Un leader perché indiscutibile l’autenticità della sua passione politica e perché riconoscibile, senza maschera, il progetto perseguito che ha fatto della Lega nel contempo un partito di lotta e di governo: ora contrastando Berlusconi quando ha inteso ridurre la Lega a forza subalterna, ora collaborando col Cavaliere in modo competitivo, ora assecondandolo lealmente nelle sue mire di supremazia al fine di raggiungere gli obiettivi scritti nelle mozioni originarie del leghismo. Poi l’ictus del 2004, una tenacia mai dismessa, le dolorose vicende giudiziarie e famigliari – l’umiliazione dei guai combinati dal Trota – , la progressiva emarginazione in un festival di ipocrisie che non gli sono state certamente risparmiate, fino alla smobilitazione della Lega bossiana da parte di Salvini con l’abbandono dell’indipendentismo e l’adozione in economia di una linea protezionista allineata alle tendenze dominanti del campo sovranista, fino a fare del partito una componente di quell’arcipelago della Destra antieuropea che guarda contemporaneamente a Trump e a  Putin, non  disdegnando altresì di evocare quel passato che definitivamente non passa in taluni dei suoi aspetti più trucidi soprattutto sul piano del costume.  

(Foto: Umberto Bossi al primo raduno di Pontida del 19 maggio 1990wikipedia.it)

  • Paolo Corsini

    Già professore di Storia moderna all’Università di Parma, sindaco di Brescia e parlamentare della Repubblica. Presidente dell'Istituto nazionale Ferruccio Parri, fa parte del gruppo di coordinamento della rivista web Appunti di cultura e politica.