Il 4 febbraio 1976 la Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia, presieduta dal senatore Luigi Carraro, concludeva i propri lavori e depositava tre relazioni: quella della maggioranza e due di minoranza. Di queste ultime, la prima era a firma dei deputati La Torre, Benedetti, Malagugini, Adamoli, Chiaromonte, Lugnano, Maffioletti e Terranova per conto dei partiti della opposizione di sinistra; la seconda, a firma Pisanò, Nicosia e Niccolai, per le opposizioni di destra.
A cinquant’anni di distanza la relazione di minoranza della componente parlamentare di sinistra rappresenta un documento essenziale per comprendere le origini, gli assetti e la vera natura della mafia siciliana.
Una occasione sprecata
Gli esiti dei lavori della Commissione avrebbero meritato tutte le attenzioni del mondo politico, perché era stato finalmente realizzato uno studio organico di un fenomeno antico ed estremamente pericoloso per l’assetto democratico del nostro Paese. La ricerca, lo studio e l’analisi erano durati circa tredici anni; la Commissione era stata infatti istituita nel febbraio del 1963 ed aveva dispiegato le proprie attività nel corso della III, IV, V e VI Legislatura. Ma la lettura completa di quei corposi documenti, alla luce degli accadimenti dei cinquant’anni trascorsi, lascia l’amara sensazione di una enorme occasione sprecata.
Credo fermamente che per affrontare il tema dello stato attuale del contrasto alla mafia bisogna ripartire dallo studio di quella relazione di minoranza e verificare quanto è stato fatto e quanto, invece, si è colpevolmente tralasciato di fare per ottenere una definitiva sconfitta di quel sistema criminale e di tutte le ricadute politiche, sociali, economiche e culturali che hanno continuato ad ammorbare le condizioni non soltanto della Sicilia, ma dell’intero Paese.
Il maggior merito della Commissione parlamentare fu quello di affrontare con coraggio e determinazione lo snodo fondamentale dei rapporti tra mafia e poteri dello Stato. Non era più possibile, infatti, ignorare tali rapporti e relegarli, come si era fatto fino a quell’epoca, a sporadici episodi di malapolitica o di occasionali cedimenti di singoli soggetti che si erano fatti attrarre nel sistema parassitario del crimine organizzato, per piegare le funzioni pubbliche agli interessi criminali della mafia per un tornaconto personale di carattere economico. La questione andava ben al di là della semplice corruttibilità di pubblici funzionari e piccoli rappresentanti politici. La compenetrazione della mafia siciliana con il potere pubblico era strutturata e consolidata e come tale bisognava studiarla per approfondire il fenomeno. Il limite, però, della stessa Commissione consistette nel non affermare con chiarezza che la compenetrazione tra il potere mafioso e il potere politico risultava da un “incontro […] ricercato e voluto da tutte e due le parti” (cfr. Doc. XXIII N. 2 della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia ‒ Relazione di minoranza, p. 569). In sostanza, la Relazione di maggioranza, mentre da una parte affermava che erano ormai comprovati i rapporti di cointeressenza criminosa tra settori della mafia e settori dei pubblici poteri, dall’altra, non completava questa importantissima premessa con le necessarie analisi sulla permanenza ed attualità (già a quei tempi) di tali rapporti organici.
Tutto è chiaro da tempo
Il senso del mio richiamo alle relazioni della Commissione Antimafia, risalenti ormai a cinquant’anni addietro, è quello di chi ritiene che su questa complessa materia non ci sia nulla di nuovo da scoprire. Tutto era già stato scritto, tutto era noto. Bisognava soltanto tirare le fila di quelle analisi, per indurre tutti coloro che hanno avuto in questi dieci lustri responsabilità istituzionali e di Governo, ad approvare i provvedimenti e le riforme necessarie per un risanamento definitivo del Paese.
In questo senso mi sembrano profetiche le affermazioni fatte dall’on. Cesare Terranova, a chiusura dei lavori della Commissione, in occasione delle dichiarazioni di voto, quando motivò il proprio voto contrario alla relazione di maggioranza: “Ciò però non esclude che, se si vuole dare un significato concreto e serio alla lotta contro la mafia, è indispensabile anzitutto ripristinare la fiducia del cittadino nelle istituzioni, cominciando con l’allontanamento da tutti i posti di potere di tutti coloro che, non esito a dire a torto o a ragione, siano stati in qualche misura compromessi o invischiati con la mafia. E questo vale non soltanto per gli uomini politici, ma per tutti coloro che, a qualsiasi titolo, siano preposti ad uffici pubblici di elevata responsabilità. Quest’opera di risanamento, affidata soprattutto alle forze politiche interessate, è la premessa indispensabile di una seria azione contro la mafia e le sue infiltrazioni” (Ibid, p. 1294 e ss.).
Ecco dunque che cosa è realmente mancato per ottenere una definitiva vittoria contro la mafia in Sicilia ed nelle altre Regioni nelle quali fenomeni criminosi analoghi hanno attecchito e sono cresciuti insopportabilmente.
La politica non si è assunta la responsabilità di fare pulizia al proprio interno, non ha mai rimosso i personaggi che, già allora, apparivano compromessi ed invischiati con la mafia. La lotta alla mafia non è mai stata affrontata con quella tensione morale che avrebbe dovuto imporre alle forze politiche di troncare ogni possibile rapporto, diretto o indiretto, di esponenti pubblici con il mondo del crimine organizzato di stampo mafioso.
Al contrario, alcune realtà politiche hanno continuato a coltivare i propri interessi, personali o di partito, attraverso le cointeressenze mafiose; ricercando i mafiosi per ottenere il loro appoggio elettorale, garantendo loro, per contropartita, illeciti favori e benefici, cedendo al richiamo criminale della corruzione, intessendo affari e inconfessabili colleganze, società di comodo dalle quali derivavano sia per i politici sia per i mafiosi illeciti ed ingenti guadagni.
L’analisi fornita dalla Relazione di minoranza può dunque ritenersi una fondamentale fonte di conoscenza ed analisi del fenomeno mafioso in Sicilia, anche perché non ha tralasciato di fare cenno dei legami esistenti tra la mafia ed altre organizzazioni mafiose esistenti sul territorio nazionale, come la ’ndrangheta in Calabria, le alleanze con organizzazioni analoghe negli Stati Uniti d’America e pure con formazioni terroristiche di estrema destra che all’epoca agivano nel nostro Paese, con chiari intenti eversivi.
Una lunga scia di sangue
La conferma (drammatica) della bontà di quell’analisi emerge dagli accadimenti successivi, quando l’on. Terranova, terminata la sua esperienza politica, tornò nel giugno del 1979 a Palermo per riprendere la sua originaria attività di magistrato. Assunte le funzioni di Consigliere presso la Corte d’appello del capoluogo siciliano, si era candidato alla carica di Consigliere istruttore, per dirigere quello che era il vero cuore pulsante delle attività giudiziarie contro il crimine mafioso. Purtroppo, il 25 settembre di quello stesso anno Terranova venne ucciso in un agguato mafioso in città, unitamente alla sua guardia del corpo, Lenin Mancuso.
La mafia non poteva tollerare che ad assumere quell’incarico fosse un attento e profondo conoscitore di quell’organizzazione e degli intrecci con i poteri pubblici. Anche l’on. Pio La Torre, altro firmatario di quella relazione di minoranza, fu vittima di un agguato mafioso il 30 aprile del 1982. Dunque la mafia continuava a mettere in scena la sua terrificante potenza criminale per difendere le proprie posizioni di potere e di controllo della vita politica, sociale ed economica dell’isola.
Gli unici rimedi agli attacchi criminali furono di natura repressiva e giudiziaria. L’Ufficio istruzione di Palermo, diretto dal compianto consigliere Rocco Chinnici (ucciso dalla mafia il 29 luglio 1983) e nel quale lavoravano magistrati di raro coraggio ed enormi capacità professionali e morali come Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Leonardo Guarnotta e Giuseppe Di Lello, divenne il centro operativo dell’affermazione del potere dello Stato democratico contro lo strapotere della mafia.
Quei magistrati, grazie anche alle novità della legge 13 settembre 1982, n. 646 (primo firmatario l’on. La Torre), che introdusse nel nostro ordinamento il reato di appartenenza ad organizzazione mafiosa, noto come art. 416 bis c.p. e la confisca dei beni mafiosi, poterono disporre finalmente di uno strumento normativo efficace, che permise loro di indagare a fondo sulle famiglie mafiose, mettendone in luce l’assetto criminale, la potenza militare, l’enorme potere economico e le cointeressenze con il mondo politico.
Quel lavoro può certamente ritenersi l’applicazione giudiziaria degli insegnamenti contenuti nella relazione sopra citata, ma esso rimase isolato perché le forze politiche non ebbero il coraggio, e la determinazione per condurre, parallelamente all’attività dei magistrati, quell’opera di pulizia interna che avrebbe dovuto portare alla scissione definitiva degli intrecci della mafia con i pubblici poteri. L’isolamento dei magistrati, nell’indifferenza della politica e dell’opinione pubblica, li esponeva a un pericolo estremo, perché li additava come gli unici veri nemici della mafia. Il clima di diffidenza, di derisione e spesso di esplicita avversione nel quale furono costretti ad operare può certamente ritenersi una delle concause che decretarono gli eventi drammatici degli anni successivi.
Il maxi-processo del 1986: punto di svolta?
Il frutto degli sforzi investigativi del pool Antimafia dell’Ufficio istruzione di Palermo fu il cosiddetto “maxi processo” alla mafia, un compendio processuale di enormi dimensioni, con circa 700 imputati per migliaia di capi di imputazione, dal delitto di partecipazione ad associazione di stampo mafioso, all’omicidio, e poi ancora traffico internazionale di stupefacenti, estorsioni e molto altro. Nella prima tranche del processo furono rinviati a giudizio più di 400 soggetti, che costituivano il gotha della mafia siciliana. Il primo grado venne celebrato dalla Corte d’assise di Palermo dal febbraio 1986 al 16 dicembre 1987 e poi definitivamente concluso con la sentenza della Corte di Cassazione del 30 gennaio 1992. Fu necessario costruire un’aula di giustizia apposita per potere contenere tutti gli imputati e i rispettivi difensori e tutte le altre parti processuali. L’evento fu vissuto con straordinaria attenzione dalla stampa internazionale e dall’opinione pubblica, perché per la prima volta si portava alla sbarra non solo un’organizzazione criminale, ma un vero e proprio sistema criminale formato sia dalla manovalanza mafiosa sia dai potenti capi strategici e da molti soggetti collaterali appartenenti al mondo dell’imprenditoria, delle professioni e della politica.
La conclusione del primo grado di giudizio, che comminò 19 ergastoli e pene detentive per circa duemila anni di carcere, venne salutata come un atto di liberazione e di affermazione dello Stato, il quale, con gli strumenti del diritto e senza ricorrere a leggi speciali, era riuscito a prevalere sul potere del crimine organizzato. La stessa opinione pubblica e la stampa nazionale, solitamente indifferenti se non ostili, manifestavano soddisfazione per questa importante pronuncia. Ma ancora una volta il senso vero di quella sentenza venne travisato e l’esaltazione mediatica di quel successo servì soltanto a dare l’illusione che la mafia fosse stata sconfitta definitivamente, quasi a volere archiviare anticipatamente il bisogno di impegno collettivo, attraverso il risanamento economico, politico, culturale e morale del paese. Che ben avrebbe potuto iniziare proprio in quella stagione in cui il potere criminale della mafia era in grande difficoltà per la grave sconfitta subita.
La storia ci dice, però, che il sistema criminale mafioso riuscì a giocare d’anticipo, rispondendo alle condanne con una terribile campagna di terrore. Il 12 marzo venne ucciso a Palermo Salvo Lima, ritenuto il più fedele alleato politico in Sicilia di Giulio Andreotti e spesso indicato come un anello di congiunzione tra la politica e il sistema mafioso. Il 23 maggio il giudice Giovanni Falcone, la moglie e collega Francesca Morvillo e gli agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Di Cillo ed Antonino Montinaro furono trucidati nella strage di Capaci. Il successivo 19 luglio nella strage di Via D’Amelio venne ucciso il giudice Paolo Borsellino e gli agenti Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi, Claudio Traina ed Eddy Walter Cosina.
Il Paese appariva stremato già prima delle stragi, a causa delle inchieste (cosiddette di “Mani pulite”) svolte dalla magistratura milanese, che avevano disvelato il sistema di corruzione endemica della politica, locale e nazionale, delle amministrazioni e del mondo dell’imprenditoria. L’attacco stragista, portato con tempi e modalità di alta strategia criminale, indebolì ulteriormente il sistema che rischiò di collassare.
Dunque soltanto il potere giudiziario e le migliori forze di polizia costituivano il baluardo democratico contro i grandi fenomeni criminali di stampo mafioso ed economico. Queste due entità resistettero anche dopo gli eventi drammatici del 1992, tentando in tutti i modi di contrastare l’aggressione dei poteri criminali, che mettevano in gravissimo pericolo l’assetto democratico del Paese.
Le mafie lavorano ancora nella società
Oggi il contrasto alla mafia si fonda quasi esclusivamente sugli strumenti di analisi e prevenzione della corruzione e di tutti quei delitti strettamente connessi al fenomeno corruttivo endemico. Le organizzazioni mafiose, pur indebolite nella loro componente militare più violenta, continuano ad operare in un tessuto sociale ed economico che sembra più permeabile e più disponibile ad una convivenza pacifica, priva di eclatanti manifestazioni che potrebbero suscitare allarme sociale. Si potrebbe amaramente affermare che oggi le mafie non hanno più bisogno di ricorrere alle stragi, perché hanno trovato il modo di continuare a fare affari e di esistere come parassiti che si innestano in un tessuto e ne assorbono quanta più linfa possibile. Questa condizione (che somiglia ad un patto di non belligeranza) è il frutto di indicibili accordi che hanno sancito un equilibrio tra istituzioni e contropotere criminale, barattando la cessazione delle stragi con una tolleranza verso le attività criminali che continuano ad ingrossare le borse delle mafie?
Analizzando le affermazioni dei maggiori esperti in materia, si può ritenere che ancora oggi in Italia esistono e sembrano sempre più presenti ed economicamente più solide le mafie tradizionali (Cosa nostra, ’ndrangheta, Camorra, Sacra corona unita), le quali avrebbero addirittura sottoscritto una specie di patto federativo per il controllo delle maggiori attività economiche e imprenditoriali su una vasta area del territorio nazionale. Le cronache recenti, d’altro canto, ci dicono che il fenomeno della corruzione diffusa, che coinvolge esponenti della pubblica amministrazione e della politica non sembra essere mai cessata. Purtuttavia, la recente produzione normativa sembra andare, con complice indifferenza verso le manifestazioni dei poteri criminali, in direzione di una grave limitazione delle forme legali di controllo e del superamento degli equilibri tra i poteri dello Stato a beneficio di quello dell’esecutivo.
D’altro canto, il recente tentativo di introdurre la riforma della magistratura (fortunatamente respinta dall’esito referendario) costituiva un preoccupante segnale di forte limitazione del potere giudiziario, rendendolo meno autonomo ed indipendente, quindi più soggetto al controllo degli altri poteri dello Stato. Credo che ciò costituisca l’esatto contrario di quanto occorrerebbe per assicurare un’efficace azione antimafia. Ancora una volta, sembra proprio che vasti settori della politica non abbiano alcuna intenzione di intestarsi seriamente un ruolo determinante nel difficile contrasto ai poteri criminali mafiosi. Il monito di Cesare Terranova vale ancora oggi, esattamente come cinquanta anni addietro.
(Foto: un’udienza del maxiprocesso di Palermo – wikipedia.it)

