Tra “divisivo” e tramonto del congiuntivo

 “Il dibattito è diventato più politico che artistico”: così titolano i commenti sulla decisione, voluta e caparbiamente difesa del presidente Pietrangelo Buttafuoco di riaccogliere la Russia nella 61esima edizione della Biennale Arte che si terrà tra il 9 maggio e il 22 novembre.  “Più politico” in tempi in cui questo vocabolo è associato (a ragione?) a profonda diffidenza, quando non a un disvalore assoluto, da cui prendere le distanzese si vogliono raccogliere consensi sempre più distratti e vadivaghi, suona come una pietra tombale sulla possibilità-opportunità di interrogarsi, di confrontarsi, e (perché no?) scontrarsi su idee e non solo da posizioni assolute di appartenenza. Insomma, farepolitica. Sul confronto/scontro di idee, nocciolo fondante la democrazia, è ormai caduto l’anatema del divisivo, il deserto in cui inaridiscono domande, dubbi e sopravvivono solo le aride certezze rassicuranti. Il termine divisivo genera atrofia del pensiero e del linguaggio ed è alzato come baluardo per l’impotenza della politica, per mostrarsi capaci di dare risposte certe, inespugnabili, a domande incerte, di comodo. Anche nel linguaggio quotidiano il divisivo erode lo spazio vitale del congiuntivo, forma verbale dell’ipotesi, del desiderio, del dubbio, dell’opinione personale che invita a porsi domande, schiacciato sotto il peso del solo indicativo. Disegnando così un microcosmo di pre-assunte certezze che sempre più ci isolano dalla complessità del mondo reale.

La (tragica) stupidità della censura

Può sembrare che io “l’abbia (congiuntivo) presa alla larga”. Ma non è così.

La giusta decisione di non censurare la cultura russa è stata censurata innanzitutto, per tempismo e virulenza, proprio da chi, come ministro, avrebbe dovuto garantire l’indipendenza della istituzione culturale, ma che, invece, si sente incaricato di proteggere da qualsiasi domanda i precari equilibri politici del Governo, a montar la guardia ai baluardi delle certezze divisive minacciate da un imprevisto sussulto della ragione. “Una decisione assunta dalla Biennale – dice il ministro – senza prima dirmelo”. Cioè senza chiedere la preventiva autorizzazione. In questa occasione il ministro ripercorre le orme di una parte della sinistra italiana, allora filorussa, che attaccò cinquant’anni fa, nel 1977, la Biennale del Dissenso,voluta da Carlo Ripa di Meana. Varrebbe la pena di rileggere i documenti, al tempo addirittura parzialmente secretati, che documentano le pressioni politiche esercitate dal Cremlino per impedire, per censurare quella edizione della Biennale: si scoprirebbe anche come insospettabili intellettuali e più “sospettabili” portatori di interessi economici si fossero allineati con la CCCP di Breznev. Pareva allora, pare ora che la volontà censoria sia “apolide”. In realtà, semplicemente, censura chiama censura. La censura è la forma – a volte tragicamente – stupida della ipocrisia di qualsiasi potere che si senta minacciato.

Tra le bisbigliate riprovazioni di molti anonimi, nel 2015 e poi nel 2019, in pieno regime degli ayatollah, decisi di ospitare al Piccolo Teatro due compagnie teatrali di Teheran. Alla mia domanda di come avessero potuto “gabbare” la censura iraniana producendo ed esportando una lettura così politica dell’Amleto di Shakespeare, certo non allineato al potere, il responsabile della Compagnia “Quantum Theatre”, mi diede questa risposta rimastami indelebile: “la censura è sempre stupida, abbiamo volutamente messo nella versione sottoposta  alla commissione di controllo parti smaccatamente provocatorie, per noi di nessun  reale interesse artistico, perché venissero tagliate dai censori che non sapevano invece  neppure cogliere il messaggio più profondo sul potere della nostra versione del testo di Shakespeare”.

Davvero ci può ora essere qualcuno, non accecato da ipocrita e ruffiana malafede “divisiva”, che ritenga che non sia assoluta stupidità censurare autori classici e contemporanei russi (molti dei quali perseguitati dal regime sovietico) chiedendo di vietarne lo studio nelle nostre università, o chiedere ai teatri di cancellare impegni contrattuali con artisti di altissima professionalità universalmente riconosciuta, dopo il tragico 24 febbraio 2022? Risibilmente ipocrita, di puro stile sovietico, poi, in alcuni casi, la richiesta di “pubblica condanna” di Putin, un vero atto di “abiura” da inquisizione, posta ad alcuni artisti, come condizione preliminare per confermarne il contratto di scrittura.

Negli anni ’80, prima della caduta del “muro”, alla Scala facevamo turni davanti al rumoroso “Telex” meccanico (non esistevano ancora né fax né mail) sino a poche ore prima dell’inizio delle prove e dello spettacolo, in attesa del benestare da parte del Goskoncert (braccio operativo del Kgb per la cultura) per  la partecipazione di artisti dell’area d’oltre Cortina, solo dopo averne verificata la formale attestazione di fedeltà al regime sovietico. Dunque, nulla di nuovo sotto il cielo della stupidità.

La cultura non fa politica, è politica *

Dunque il solo opporsi ad intromissioni censorie, siano esse di un ministro, di un sottosegretario o della stessa Ue, determinata con i deboli e  spesso “prudente” con i potenti (con il consueto corollario del ricatto da entrambi di tagli ai finanziamenti con i loro soldi, cioè  proprio quei soldi pubblici che dovrebbero sostenere la indipendenza delle istituzioni pubbliche), il  solo opporsi a qualsiasi censura potrebbe essere ragione sufficiente per condividere e sostenere la scelta della Biennale di Buttafuoco. Una scelta perfettamente coerente con la linea programmatica per la prossima edizione della Mostra voluta e definita da Koyo Kouch, prima curatrice africana, insieme ai suoi cinque curatori di diverse nazionalità, che ne curano ora lo sviluppo dopo la sua morte. Certo il solo no! alle censure potrebbe essere un motivo sufficiente, ma non è l’unico. Azzardo dunque una ipotesi che potrebbe irritare i fautori del “politicamente corretto”, ma irritare anche quelli che trovano coraggio ad assecondare la decisione di Buttafuoco, solo aggrappandosi alla affermazione “La cultura (come lo sport) è al di sopra della politica, non ne è contaminata”.

Detto diversamente, la politica è il cinico potere “temporale”, la cultura il piacere dell’anima.

In questo alibi assolutorio c’è una ovvia, banale verità: la cultura non deve cercare condivisione e legittimazione nei corridoi del potere politico. Ma mi assumo la responsabilità di non condividere questa “scappatoia” che odora di ipocrita neutralità, appellandosi a una sorta di zona franca nel mondo del “divisivo” politico. Se la cultura non deve fare per conto della politica, la “cultura è politica” nient’affatto neutrale. La cultura è un atto politico, forte anche (soprattutto?) quando non è solo semplice veicolo di esplicito contenuto politico, quello che una volta si chiamava “militante”. È un atto politico di chi decide di assumersi la responsabilità di creare una propria visione della realtà possibile e di suggerire percorsi inesplorati ad altri, lettori, spetta-attori “complici” o “nemici” che siano, lasciando loro il diritto e la responsabilità di assentire, dissentire, di giudicare, di creare nuove relazioni imprevedibili con altri, la cultura è conoscenza. Luca Ronconi sosteneva che il teatro è innanzitutto uno strumento per conoscere.

Chi sia chiamato a dirigere un’istituzione come la Biennale e non creda e difenda questa funzione “politica” di critica del messaggio originale dell’arte, non crede nella natura profonda della demo-crazia.  Spesso sono punti di vista stranieri al corso conosciuto ad aprire a forze straordinarie a nuove energie di convivenza civile inaspettate, inesplorate. “Nulla, nessuna forza può rompere la fragilità infinita”, così scriveva Guido Ceronetti in Insetti senza frontiere, con un apparente paradosso che esprime la forza politica della poesia, della cultura.

Non è certo un caso se il tema proposto dalla curatrice della 61esima edizione della Biennale, ha come titolo “in minor keys”, evocazione di “canti di chi genera bellezza,

nonostante la tragedia, le melodie di fuggitivi che riemergono dalle rovine, le armonie di chi ripara ferite e mondi”. “Le piccole cose, che sono grandi. La dimensione umana, misura del tutto che una parte di mondo ha perso di vista, smarrito” si legge nella presentazione alla stampa dell’edizione della Mostra in allestimento.

È per questo atto politico che stiamo discutendo, a proposito e sproposito, di censura. Una sfida politica di Koyo che va salvata dalla stupidità dei poteri che si credono forti tanto da negare a chi frequenterà i Saloni dei vari Paesi il pieno diritto di esercitare la propria critica su come questi avranno saputo/voluto interpretare il tema da lei proposto alla Biennale. Il diritto a conoscere, il diritto di libera critica frequentando il Padiglione anche della Russia, certo, ma anche di altri Paesi che, se si accettasse l’intromissione della censura potrebbero caderne a loro volta vittime, legittimando l’altro appello dei 70 intellettuali e politici che chiedono di escludere tutti i Paesi responsabili delle guerre in atto, che a loro volta richiederebbero a gran voce di censurare chi li ha censurati…

Lasciare a chi frequenterà tutti i Saloni di giudicare come i singoli Paesi avranno voluto e saputo accettare ed interpretare il tema “in minor keys” proprio quando protagonisti del mondo sembrano ormai essere solo poteri muscolari contrapposti: questo dirà di loro molto più di quanto non possa la propaganda o la loro censura che nasconde la realtà. Un vero atto di irrinunciabile trasparenza politica che la cultura sa esercitare.

Queste mie riflessioni potrebbero ad alcuni apparire marginali, disarmate rispetto alla virulenza polemica che monopolizza ora i media. Ma è proprio il colmare questa distanza, anche con piccoli atti di cui la cultura è capace, che forse ci aiuterebbe a ritrovare il senso perduto del fare politica, abbandonando il “divisivo” e tornando al piacere dell’uso del congiuntivo, anche per le più dure battaglie di idee politiche.

P.S.Per onestà verso chi legge, mi corre obbligo dire che ho resistito a chi, dopo l’aggressione all’Ucraina voluta da Putin, mi consigliava di cancellare dal mio curriculum il conferimento nel 2013 della medaglia Puskin alla Cultura quale riconoscimento della collaborazione del Piccolo Teatro, durante gli anni della mia direzione, con molti Teatri Russi, primo fra tutti il Maly Theatre di San Pietroburgo diretto dal Lev Dodin. Con il Maly abbiamo collaborato per moltissimi spettacoli da autori classici russi e dal testo di Vassily Grossman Vita e destino, colpito per oltre venti anni dalla censura stalinista e tornato ad apparire per vie clandestine, come altri testi del periodo sovietico, solo nell’80. Quel Maly Theatre che ha assonanza anche nel nome con il nostro Piccolo Teatro. Quel Teatro di San Pietroburgo dove io ho deciso di passare la serata per un nuovo spettacolo di Dodin con gli allievi della sua Scuola, preferendolo all’invito ufficiale con altri teatranti e politici da parte di Putin in occasione delle cerimonie ufficiali di chiusura del Festival di Teatro cui avevamo partecipato.

E, proprio in nome  di queste collaborazioni artistiche ed in particolare di Gaudeamus, lo spettacolo messo in scena da Dodin basato sul racconto Battaglione di costruzione di Sergeij Kaledin, per denunciare la colpevole stupidità della guerra ed ospitato più volte al Piccolo, è proprio in nome di questa sintonia artistica ed umana, che il 26 febbraio 2022, due giorni dopo l’aggressione all’Ucraina, Lev ed io abbiamo sentito la necessità di sentirci al telefono per condividere lo sgomento per che quello che in quei giorni aveva tragicamente inizio.

Quale stupido, al pari di chi ha voluto censurare Dovstoevskij, potrebbe ora censurare il ritorno di uno spettacolo del Maly nei nostri teatri?

* Debbo questa efficace sintesi all’amico Salvatore Carrubba nella prefazione al mio libro su “Teatro e Politica”.

(Foto: wikipedia.org)

  • Scrittore, filosofo, già sovrintendente di vari Teatri, direttore del Piccolo di Milano dal 1998 al 2020.