Un agile e al contempo denso volume quello con il quale Paolo Corsini propone della strage di piazza della Loggia (28 maggio 1974) una nuova lettura, che si articola in sostanza su un triplice livello. Quello del testimone che si trovava fisicamente quel giorno in piazza, alla manifestazione indetta dai sindacati e dai partiti democratici per protestare contro l’escalation delle violenze fasciste; quello dello studioso che ha ricostruito i percorsi e le traiettorie della destra radicale a Brescia e sul piano nazionale, evidenziando le tracce nere che risalgono alla Repubblica di Salò, ai suoi reduci e alla galassia della destra radicale che operava attorno e spesso in diretto rapporto con il Movimento sociale italiano e che sono arrivate alle aggressioni, agli attentanti e alla strage che provocò 8 morti e 102 feriti; da ultimo quello dell’esperienza dell’esponente politico, a lungo  sindaco della città oltre che del parlamentare, membro, nel corso di parte del mandato, della Commissione bicamerale d’inchiesta sul “terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi”.   

La vicenda di Brescia è figlia di una “lunga genesi” e si inserisce appieno nel quadro della strategia della tensione, con uno scarto tuttavia fondamentale. Da piazza Fontana a Peteano, alla questura di Milano le stragi vengono collocate entro uno schema finalizzato a priori ad attribuire le responsabilità all’estrema sinistra (e, per estensione, alla sinistra tout court). Nel caso di Brescia e dell’Italicus – il 1974 da tale punto di vista è un anno periodizzante – “rimandano chiaramente ad azioni in cui la Destra eversiva si rende apertamente responsabile”.

Con in più, drammatico ed inquietante, anche a decenni di distanza da quegli eventi, il dispiegarsi fin da subito della macchina occulta della congiura contro la verità. Le indagini partono tempestivamente, ma anche le manovre (i depistaggi e gli ‘impistaggi’ opportunamente analizzati e focalizzati in un capitolo del volume) per impedirne il corretto svolgimento. A nemmeno due ore dallo scoppio della bomba viene dato ordine ai pompieri di lavare la piazza con gli idranti distruggendo così ogni prova. Le indagini vengono subito ostacolate dai servizi segreti e indirizzate verso delinquenti comuni e bassa manovalanza neofascista locale. Altre piste e filoni di indagine vengono artatamente coperti da un “potere invisibile” che ha operato avvalendosi di omissioni, silenzi, reticenze se non addirittura coperture e collusioni.

La “lettura” qui proposta coincide quindi con le principali e più accreditate conclusioni che la storiografia sull’Italia contemporanea ha assunto sulla base della documentazione esistente: un quadro cioè in cui emerge il nesso stringente tra stragismo neofascista e responsabilità di settori degli apparati dello Stato che, in stretto collegamento con i servizi segreti e le forze di paesi stranieri, hanno operato a tutela degli equilibri geopolitici della Guerra fredda. La destabilizzazione dell’ordine pubblico era operata in funzione della stabilizzazione dell’ordine e del sistema politico in chiave autoritaria o addirittura golpista.     

Anche nel caso di Brescia – ma il riferimento può valere per la lunga e drammatica striscia di sangue delle stragi e degli attentati che hanno segnato almeno due decenni della storia dell’Italia repubblicana – si evidenzia ai livelli elevati dell’amministrazione della giustizia, delle forze armate e della polizia una sorta di sistema di “doppia lealtà”: apparati e alti funzionari dello Stato che, mentre giuravano fedeltà alla Repubblica, operavano in strutture occulte (come la P2 o il Noto Servizio) per contrastare l’avanzata delle sinistre con ogni mezzo, inclusa la strage del 28 maggio, la “più politica delle stragi” per stare ancora all’efficace sintesi che ne propone Corsini.

Un attentato nel quale non cadono vittime innocenti ma uomini e donne consapevoli e determinati a dichiarare e dimostrare nei fatti le loro convinzioni politiche, la loro militanza antifascista, e in definitiva le loro scelte di vita.

La strage, tuttavia, produsse paradossalmente un effetto del tutto opposto a quello che certamente era il disegno di chi la architettò e la eseguì, ossia diffondere paura e terrore, far arretrare o fermare l’azione delle organizzazioni dei lavoratori e dei partiti.

La reazione della città fu incredibilmente composta e unita intorno alle istituzioni locali. È ampiamente documentata e ancora nei ricordi di chi ha vissuto quelle giornate la straordinaria partecipazione dalle grandi fabbriche del capoluogo e dei centri della provincia. La mobilitazione operaia valse a garantire un servizio d’ordine formato dai Consigli di fabbrica organizzati dai sindacati ai funerali cui parteciparono oltre seicentomila persone.

Oltre che nella memoria collettiva, se ne ha un vastissimo spettro documentario nelle testimonianze e nei materiali video e fotografici girati e realizzati durante i funerali e successivamente ogni anno in occasione della ricorrenza dell’anniversario. Tale documentazione – assieme a quella fotografica scattata immediatamente dopo lo scoppio della bomba che è talmente agghiacciante da non essere stata pubblicata sui mezzi di comunicazione – è ora conservata a Brescia negli archivi della Casa della Memoria, della Fondazione Clementina Calzari Trebeschi (una delle vittime dell’attentato) e della Fondazione Luigi Micheletti, enti e istituzioni che operano in ambiti diversi ma spesso convergenti alla salvaguardia della memoria storica e alla raccolta di fonti, materiali, studi e ricerche sulla storia politica, sociale e materiale dell’età contemporanea e sulle tracce del tempo vicino.

Altro tema esaurientemente evidenziato nel volume riguarda il rapporto complesso e non univoco tra verità storica e verità giudiziaria. Da qui la riflessione che ci viene anche dall’esito delle sentenze sul rapporto tra verità e giustizia. Il diritto alla verità è una forma di risarcimento morale per le vittime e per la comunità intera. In tal senso la verità è precondizione di giustizia.

E, già richiamato, il dovere della memoria: in presenza di reati imprescrittibili e di stragi quali quelle che hanno segnato la vita civile, anche la lunga serie di processi che si sono tenuti nel corso di questi 50 anni e più costituisce un “vettore”, di memoria appunto, contro i rischi di oblio e i tentativi ciclici di revisionismo a sua volta depistante.

Ciò è tanto più significativo in quanto per i mandanti la strage aveva la funzione di essere un potente “strumento di comunicazione”. Oltre all’obiettivo operativo di destabilizzare, lo stragismo è servito ad inviare segnali tanto ai poteri occulti quanto in modo esplicito al sistema politico: era una prova di potenza terroristica che dichiarava l’esistenza di un potere capace di uccidere impunemente per condizionare il futuro del Paese.

Senza la storia, l’intera strategia della tensione rimarrebbe un drammatico enigma criminale; con la storia, diventa – nel senso che riusciamo a “leggerla” – un atto politico deliberato, e permette alla giustizia di restituire alle vittime e all’intero popolo italiano non solo i colpevoli (“la città dispone oggi delle prove della verità. Non di tutta ma di parti rilevanti di essa”), ma anche una compiuta spiegazione.

Non a caso in chiusura del suo contributo l’autore analizza per Brescia il ‘prima’ e il ‘dopo’ la strage e rimanda inevitabilmente anche all’indimenticata realtà di quel decennio ricco di passioni e di cambiamenti nel mondo del lavoro, nei rapporti umani, financo in quelli interpersonali. Anni di trasformazioni e mutazioni profonde e dinamiche nella cultura, nell’economia, nei costumi che avvenivano nell’intero Paese.

Ci piace sottolineare – come ricorda e documenta Miguel Gotor nel suo lavoro di ricostruzione sugli anni Settanta – che non si trattò solo certo degli anni di piombo (che pure segnarono profondamente e con una lunga striscia di sangue e di vittime il “decennio più lungo del secolo breve”) e nemmeno della vicenda di un Paese “mancato” nelle sue aspettative di trasformazione.

Quell’indispensabile dovere del “fare memoria” e del farlo – aggiungiamo – non in modo stancamente rituale vale a maggior ragione per comprovare alle generazioni venute nei decenni successivi che il nostro è un Paese che in quel lasso è sì stato soggetto ad una stagione terroristica di portata devastante, ma che la democrazia ha saputo reggere e che la società italiana ha attraversato una delle congiunture sociali e politiche più eccezionali e probabilmente irripetibili nel percorso di vita di uno Stato e di una comunità nazionale.  Anni di dinamica modernizzazione, che hanno visto fondamentali conquiste sul piano dei diritti dell’individuo, della donna, della famiglia, del lavoro e contemporaneamente l’affermazione di libertà civili senza precedenti, la riduzione del divario tra Nord e Sud, il varo del Servizio Sanitario Nazionale, lo Statuto dei lavoratori, l’emanazione di una normativa sull’equo canone, l’espansione dell’università.

Un concentrato di riforme progressiste e democratiche prima mai realizzate e che non si sarebbero registrate successivamente. E che non sarebbero state approvate se il tessuto sociale e politico, saldo di passioni civili, non avesse tenuto, a Brescia come altrove, in termini di partecipazione popolare e di capacità di individuare e isolare i nemici della democrazia.

  • Già Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Cracovia, Helsinki e Praga.