Non penso che le recenti elezioni amministrative sappiano darci segnali convincenti sulle elezioni politiche del 2027, come non poteva darne la grande vittoria al referendum costituzionale sulla giustizia. Il referendum non era traducibile in un voto per la coalizione progressista, dal momento che la questione centrale era la Costituzione e giovani o elettori che da anni non si recavano alle urne si sono mobilitati a sua difesa. Alle elezioni amministrative molti cittadini sono ritornati alla pratica del non voto: su questo dovremmo interrogarci.
Segnali contrastanti sulle coalizioni: segnali preoccupanti sui comportamenti
Le elezioni amministrative non hanno dato segnali netti a favore dell’una o dell’altra coalizione: vi è stato un lieve miglioramento dei progressisti, ma non tale da illuminare sul futuro politico del nostro Paese. Venezia, unico capoluogo di regione al voto, ha visto la conferma della destra, contro le previsioni dei sondaggi e le aspettative, Lecco è passato alla destra e così Reggio Calabria; Pistoia, Chieti, Agrigento, Trani sono stati invece conquistati dai progressisti. Non mi convince ridurre a un’unica spiegazione un voto particolare come quello amministrativo, che riguarda città e piccoli centri. Mi limito a considerazioni di massima.
Conta sempre di più il legame dei candidati sindaci con le città, la conoscenza che si ha di loro, quanto siano radicati nel territorio e consapevoli dei suoi bisogni, non il cursus honorum compiuto nella loro esperienza: anzi e non da ora questo diventa spesso un handicap. Più dei partiti incidono associazioni, organizzazioni di volontariato.
A Venezia ha vinto un assessore della destra di lungo corso impegnato in associazioni come gli scout, quotidianamente presente in città, a Pistoia un professore universitario, ambientalista, pacifista, di sinistra, non iscritto a un partito, proposto e sostenuto fin dall’inizio da cittadini e associazioni. Pd, Casa riformista, + Europa, Movimento Cinque Stelle, Azione schierati contro di lui hanno voluto le primarie. Le ha vinte, ha vinto le elezioni grazie ai cittadini che si sono riconosciuti in lui e nella sua proposta di cambiamento, non alla maggioranza dei gruppi dirigenti dei partiti. Pistoia, la mia città, mi pare un caso emblematico.
L’ostilità dei partiti, tranne Avs, è continuata dopo le elezioni, con in primo piano il ruolo del Pd. Estenuante negoziato sulla giunta, pretesa di cinque assessori su otto e di dare al sindaco i nomi degli assessori e di negoziare le deleghe. Il comune di Pistoia ha poco più di 89.000 abitanti, gli iscritti al Pd sono 460 ma la pretesa – questa la rivendicazione – è quella di affermare il ruolo dei partiti non contribuendo a definire le priorità del programma ma condizionando il sindaco eletto sugli incarichi di giunta e colpendo l’autonomia delle istituzioni.
Il Partito democratico mostra localmente i suoi limiti
Il Pd è un partito a due facce, tra loro non comunicanti. Da un lato il piano nazionale con la segretaria Elly Schlein che ha ricollocato il partito nella sinistra democratica ed europeista, ricostruendo un rapporto con il mondo dei lavoratori, i sindacati, le forze produttive, la cultura, in maggiore sintonia con le speranze di giustizia e cambiamento; dall’altro il partito nei territori sul quale non è intervenuto nessun progetto di riforma, che con i suoi gruppi dirigenti continua a vivere senza contatti con la realtà sociale, i movimenti, le organizzazioni, chiuso in un’autoreferenzialità che scade a volte in chiusure settarie, di esclusivo equilibrio tra correnti unite da spartizione di posti, non da idealità. È questo partito reale, non il radicalismo presente solo nell’immaginario della destra interna, che impedisce alla politica della segretaria nazionale di crescere nei consensi. Si è visto del resto subito dopo il congresso vinto da Elly Schlein: iniziale spinta a iscriversi al Pd ben presto frenata da circoli che per lo più si attivano in occasione delle candidature, di campagne elettorali frammentate per candidati, con relativi comitati esterni di sostegno. Si va alle elezioni senza programmi chiari, da cui possano ricavarsi proposte nette ai cittadini.
C’è una generale crisi dei partiti, non irrilevante per la tenuta della democrazia, ma una forza progressista avrebbe bisogno di discussioni e decisioni sulla forma partito da costruire nel XXI secolo, senza rassegnarsi a un’esistenza caratterizzata da brandelli organizzativi del passato tenuti insieme da una confederazione di correnti. Ora non c’è più, prima delle elezioni, il tempo per affrontare una rifondazione del Pd!
Da qui alle elezioni: occorre un progetto chiaro e unitario
A ciò si aggiunge nella coalizione progressista una frammentazione di forze ad ora non unite da un progetto unitario. È l’ultima considerazione. Si è discusso di primarie per scegliere il candidato premier. Non le demonizzo, tutt’altro. Possono rendersi necessarie. Prima tuttavia è indispensabile avere un programma riformatore, che si misuri attorno ad alcuni punti essenziali: dignità da assicurare a ogni persona nel tempo della rivoluzione digitale e dell’Intelligenza artificiale; giustizia sociale, ambientale e uguaglianza (un fisco che chieda almeno per un quinquennio in base alla progressività delle imposte aliquote più alte a redditi superiori a 1 milione di euro l’anno, accordo con imprenditori e sindacati per annullare la selva dei contratti e regolare la rappresentanza sindacale, aumento dei salari e sicurezza nelle aziende, sostegno a uno sviluppo e a fonti energetiche coerenti con l’ambiente); sanità e istruzione come servizi pubblici universali; realizzazione della democrazia europea; politiche di riduzione degli armamenti e di pace.
Un programma di riforme può dare identità alla coalizione progressista. I progressisti possono vincere le elezioni politiche. La destra ha un solo argomento: la stabilità. Confusi sulla politica estera e subalterni a Trump, ambigui e ostili sulla democrazia europea, incapaci di garantire la sicurezza tanto sbandierata, con un bilancio negativo sulla qualità del welfare, sulle condizioni di vita, sullo sviluppo. La Lega di Salvini è in crisi, Forza Italia avrà difficoltà ad accettare l’alleanza con l’estrema destra di Vannacci, Fratelli d’Italia in sospeso tra sovranismi e ingresso nel Partito popolare europeo. Non basta la critica alla destra per vincere le elezioni: bisogna proporre programmi alternativi e unire su di essi la coalizione.
L’estate è vicina, tra meno di un anno si vota. L’esito delle elezioni politiche si lega a questo progetto, più che ai risultati del voto amministrativo.

