Il centrodestra non sembra aver tratto insegnamento dal recente referendum costituzionale sulla giustizia, nel quale i No hanno prevalso nettamente anche perché una larga parte dei votanti ha dimostrato di avversare in modo energico l’attuazione di modifiche partigiane di regole che sono e devono restare di tutti.
Una riforma pericolosa, spinta in modo unilaterale
La riforma della legge elettorale promossa con tenacia da Giorgia Meloni – alla luce dell’eccessiva distorsione della volontà popolare causata da un premio di maggioranza abnorme – rappresenta, al pari della riforma Nordio, un tentativo di manomettere unilateralmente gli equilibri costituzionali tra i poteri dello Stato e di sbilanciare gravemente gli assetti istituzionali a beneficio di chi vince le elezioni, conferendo alla maggioranza e al governo pro tempore una posizione di autosufficienza o quanto meno di anomalo e pericoloso predominio nella elezione del Presidente della Repubblica e di altri organi di garanzia. Tutto ciò, peraltro, si inserisce in uno scenario politico in cui i pericoli connessi a una troppo elevata concentrazione del potere vanno considerati tenendo presente un fenomeno – quello della crisi globale della democrazia e della simultanea ascesa rampante delle ideologie autoritarie e della polarizzazione delle nostre società e dei nostri sistemi di partito – che oggi ha acquisito dimensioni e intensità sconosciute fino a dieci anni fa.
Motivo di particolare preoccupazione è anche il fatto che si prova a realizzare questo mutamento di sistema tramite una legge ordinaria, vale a dire con uno strumento giuridico contro il quale i suoi oppositori, diversamente da quanto si può fare per le leggi costituzionali, non hanno il diritto di attivare un meccanismo di autoprotezione come il referendum senza quorum finalizzato a bloccarne l’entrata in vigore. La nuova legge elettorale, se sarà approvata nonostante la durissima opposizione che le minoranze parlamentari hanno annunciato di voler mettere in campo nel parlamento e nel Paese, potrà infatti essere invalidata prima della sua applicazione solo da un’eventuale sentenza di illegittimità della Corte costituzionale, sempre che ci sia il tempo per un pronunciamento in forma incidentale della Consulta prima delle prossime elezioni.
Nella sua corsa sfrenata e tracotante verso l’approvazione del nuovo sistema di voto, la maggioranza ha calpestato tutte le fondamentali norme di correttezza istituzionale: ha agito in solitaria cambiando le carte in tavola nell’ultimo anno di legislatura; si è confezionata un abito su misura sulla base di calcoli di parte (la consapevolezza di essere svantaggiata, a causa della distribuzione territoriale dei consensi, nella competizione contro un centrosinistra unito all’interno dei collegi uninominali; l’idea di danneggiare l’avversario imponendo l’indicazione preventiva del candidato premier); ha stravolto l’iter parlamentare con forzature ripetute dei tempi e dei modi di esame del provvedimento, dando l’impressione che la priorità del Paese siano i criteri di formazione delle camere piuttosto che i tanti problemi sociali ed economici che affliggono la cittadinanza.
Premio eccessivo, rappresentanza falsata, appiattimento del Senato
Sul piano dei contenuti – oltre alle questioni già richiamate relative all’entità e alle caratteristiche del premio di maggioranza (tali da violare il principio essenziale di bilanciamento tra rappresentatività e governabilità), e alla lesione delle prerogative costituzionali del capo dello Stato determinata dell’obbligo di presentazione pre-elettorale del candidato alla Presidenza del Consiglio (una scorciatoia per arrivare surrettiziamente agli stessi obiettivi della riforma costituzionale del premierato indirizzata ormai su un binario morto) – appare particolarmente censurabile, al punto da rappresentare una vera e propria aberrazione, la sottrazione ai cittadini di ogni potere di scelta diretta dei propri rappresentanti: ventuno anni dopo il Porcellum si torna a un Parlamento interamente composto da nominati, formato al cento per cento con liste bloccate, senza prevedere per l’individuazione della totalità o anche di una parte degli eletti il ricorso al voto di preferenza o ai collegi uninominali. La ferita arrecata alla sovranità dei cittadini elettori delegittima il parlamento e costituisce un problema enorme di mancata garanzia della rappresentatività, aggravato dalla creazione, ai fini dell’attribuzione dei 105 seggi del premio, di due listoni nazionali camuffati composti da settanta candidati alla Camera e trentacinque al Senato. Un plotone di supernominati pari al 17.5% di ciascuna delle due assemblee legislative. Tali listoni sostanzialmente occulti hanno rappresentato la contropartita offerta da Fratelli d’Italia alla Lega e a Forza Italia per avere il loro assenso a norme da cui gli alleati del partito post-missino sono evidentemente danneggiati (alla Lega è stata concessa, nell’ambito di questo poco decente do ut des intra-coalizionale, anche una corsia preferenziale per l’approvazione delle pre-intese di autonomia differenziata tra il Governo e quattro regioni del Nord).
Ulteriori storture di assai dubbia costituzionalità del ddl Bignami in discussione alla Camera riguardano l’introduzione di un premio di maggioranza su base nazionale anche per il Senato, che a norma dell’articolo 57 della Costituzione deve essere eletto su base regionale. Cozzano contro questa disposizione della Carta sia la subordinazione del bonus in seggi a un risultato non regionale ma nazionale, sia le modalità della sua erogazione, del tutto sconnessa dalle percentuali di consenso conseguite nelle singole regioni dalle liste della coalizione aggiudicataria del tesoretto in seggi contemplato dalla proposta di legge.
Un’iniziativa contro cui mobilitare le energie civili
Per tutte le ragioni fin qui illustrate, questa iniziativa riformatrice intrapresa dalla Presidente del Consiglio – la quale sembra preferire correre il rischio di perdere male, ma rimanendo a capo di un centrodestra unito all’opposizione, anziché correre il rischio di vedere la sua coalizione sfaldarsi in seguito a una sconfitta risicata – merita di essere combattuta politicamente da subito con un’ampia mobilitazione sociale e partitica, anche valutando la possibilità di avviare, nelle more dell’eventuale giudizio della Consulta, una raccolta di firme per un referendum abrogativo, sulla falsariga di quanto già fatto nel 2024 contro la legge Calderoli sull’autonomia differenziata, successivamente annullata in larga misura dai giudici costituzionali. Se è vero che tale referendum, ai sensi della legge del 1970, non potrebbe tenersi prima delle elezioni del 2027, è altrettanto vero che percorrere questa strada sarebbe un segnale politico chiaro, forte e utile. Una scelta di campo per una democrazia solida e senza squilibri.
(Foto: www.quirinale.it)

