“La politica europea non è politica estera ma un’altra faccia della politica nazionale”. Così Sergio Fabbrini sul “Sole24Ore”. Per chi si occupa di questioni europee questa precisazione è scontata. Non lo è, purtroppo, per molti esponenti politici, di destra e di sinistra e per una larga parte dell’opinione pubblica.
Un’Europa estranea, se non lontana e nemica
Si discute dell’Europa, e più precisamente dell’Unione europea, come di una realtà “distinta” rispetto alla politica nazionale. “L’Europa ci chiede”, “dobbiamo chiedere all’Europa” e così via.
Questa considerazione riguarda in primo luogo le forze politiche sovraniste, orgogliosamente chiuse in supposti recinti nazionali, e quanti le sostengono, ma tocca anche le forze progressiste e di sinistra (e non da ora).
Questo cleavage (come lo chiama Fabbrini) si applica a cascata su tutti gli aspetti della politica europea: dall’economia, alle politiche sociali, alle stesse regole del mercato unico, per finire alla politica estera e di difesa.
L’unica eccezione, quasi un miracolo, riguarda l’euro, la cui introduzione nel 2001 in alcuni Paesi (oggi diventati 21) ci fa sentire veramente “europei” quando viaggiamo o dobbiamo regolare dei pagamenti all’interno della sua area. Potremmo aggiungere, ed è sicuramente una nota positiva, il programma Erasmus, quello che ha permesso ormai a milioni di ragazze e ragazzi di completare i loro studi universitari in un Paese europeo diverso dal proprio.
Per il resto, il quadro è decisamente negativo. Non solo si fa fatica a prendere atto dei vantaggi dell’Europa unita, ma si prendono in considerazione evidenti e sicuramente possibili limiti delle politiche sovranazionali per attaccare “la degenerazione burocratica di Bruxelles”, la “complessità delle procedure comunitarie”. E si pongono da parte degli stessi protagonisti (principalmente i governi), al tempo stesso, ostacoli ai progressi dell’integrazione in nome di interessi nazionali, spesso copertura di visioni di corto respiro e persino dannosi.
Le poche eccezioni
Ci sono eccezioni, evidentemente, la più grande del periodo recente è stata il Next Generation UE. La decisione “europea” che ha permesso a tutti gli Stati membri di uscire dalla profonda crisi economica provocata dal Covid 19. Centinaia di miliardi, raccolti sul mercato a nome e per conto dell’Unione europea e redistribuiti ai vari Paesi sulla base di norme comuni. È inutile ricordare ancora una volta come l’Italia sia stata una delle principali beneficiarie di questa scelta politica, con i 209 miliardi ricevuti con il Pnrr (di cui ben 80 a fondo perduto e il resto sotto forma di prestito con bassissimi interessi da restituire in un arco di tempo lunghissimo).
Ma anche di ben altro in tanti si sono abituati alle politiche comuni europee. Ne cito solo due, molto note. La politica agricola (Pac) che ben conoscono gli agricoltori, che tanto ricevono dal bilancio comunitario, sempre pronti ad attaccare Bruxelles quando le provvidenze previste vengono appena scalfite. E la politica di “coesione” di cui da anni usufruiscono regioni e comuni delle cosiddette aree svantaggiate all’interno dell’Unione.
Se le cose stanno così, perché, c’è da chiedersi, continua a prevalere, nella narrativa quotidiana, alimentata non solo dai governi ma anche dalla maggior parte delle forze politiche, oltre che da larghi settori dell’opinione pubblica l’immagine di una Europa lontana o, persino, nemica?
I fallimenti éclatanti e i tecnicismi poco comprensibili
Ci sono molte risposte che si possono dare.
Alcune sono di carattere storico e riflettono, in effetti, le difficoltà (anche gli arretramenti) che ha conosciuto il processo d’integrazione nei decenni trascorsi. Si consideri, a titolo d’esempio, il fallimento della Ced, la Comunità di Difesa comune, addirittura nel 1954. O ancora, la bocciatura della proposta di Costituzione europea, solennemente firmata nel 2004 e definitivamente respinta nel 2007. Si è andati avanti senza dare una forma compiuta alla costruzione europea. Jacques Delors, parlando dell’euro, disse che avevamo adottato una “moneta senza Stato”.
Questo non ha impedito, diciamolo subito, che l’Unione europea abbia funzionato come una calamita se si è passati da sei a ben 28 Stati membri (27 dopo la Brexit) e che sono in lista d’attesa oltre dieci Paesi per entrare, in seguito a nuovi futuri allargamenti. Addirittura, la possibile adesione dell’Ucraina all’Ue viene presa in considerazione in questi giorni come una delle condizioni (e lo speriamo) per la fine della guerra con la Russia.
Il confronto tra “federalisti”, fautori di una Europa pienamente integrata con un radicale trasferimento di poteri alle strutture comunitarie, in primo luogo al Parlamento europeo, e “funzionalisti”, che pensano che l’integrazione debba realizzarsi attraverso la progressiva assunzione di singole funzioni da parte di queste, ha sempre rivestito una fonte di lunghi dibattiti accademici ma scarsamente recepiti dalle forze politiche e dalle stesse opinioni pubbliche nei singoli Paesi.
Manca un vero confronto europeo: il riarmo e la diplomazia
In realtà le cittadine e i cittadini per primi sentono l’Europa lontana proprio per l’assenza di un dibattito pubblico capace di coinvolgerli su scelte che, appunto, non sono nazionali ma sovranazionali.
E questo confronto, sempre attuale, è oggi messo alla prova da possibili decisioni, vitali per il futuro della stessa Europa unita. In primo luogo si parla della mancanza di una vera e propria politica estera comune e di una politica di difesa. Quello che si pensava di poter fare con prudenti passi in avanti è reso più urgente e difficile dai nuovi rapporti che si sono delineati con gli Stati Uniti di Trump.
Consapevoli di questo, in verità, già da alcuni anni si è cominciato a parlare di “autonomia strategica” dell’Unione. Espressione importante ma che rischia di essere priva di significato se ad essa non saranno accompagnate decisioni comuni.
Si parla molto del Riarmo europeo. Riflessione obbligata di fronte a possibili minacce e anche in seguito all’annunciato ritiro parziale ma significativo degli Usa dalla Nato. Pericolosa, però, se si trattasse come appare nelle intenzioni dei promotori (in particolare la presidente della Commissione Ursula von der Leyen), di una semplice corsa al riarmo nazionale, priva di elementi tali da farne una futura “politica comune di difesa” e, come si dice da molti, un “pilastro europeo” della stessa Nato.
Manca anche una ben più urgente e impegnativa iniziativa diplomatica necessaria per tentare di arrestare la guerra della Russia contro l’Ucraina, che per ora si muove lungo linee di iniziativa a formati diversi (E3, con Gran Bretagna, Germania e Francia, E5, con l’aggiunta di Italia e Polonia, coalizione di “volenterosi”) che escludono l’Unione in quanto tale.
Mettere in comune il proprio destino
Torniamo quindi alla considerazione iniziale. Davvero si pensa di essere “europei” muovendosi solamente a livello nazionale? Questa è la visione dei sovranisti, non è certo la risposta ad esigenze comuni, condivise tra Paesi che in qualche modo (anzi firmando solennemente Trattati) hanno deciso di percorrere insieme passi importanti della loro storia.
Allora torniamo a porre l’interrogativo di fondo. Saranno capaci, destra e sinistra, forze politiche ed opinioni pubbliche di cogliere le istanze del momento, in un mondo fatto più piccolo da processi di globalizzazione che sembrano inarrestabili, per prendere quel che di buono c’è (e non è poco) dalla intuizione di “mettere in comune” a livello europeo non solo le economie, il mercato, la moneta, ma anche la sensibilità di quanti aspirano al progresso e alla pace?
Di questo bisognerebbe parlare e su questi temi dovrebbero far leva orientamenti e programmi di partiti, di coalizioni, di cittadini, nei mesi a venire.
Crediti Foto di Tetiana SHYSHKINA su Unsplash

