Le ostilità aperte da Stati Uniti e Israele contro l’Iran il 28 febbraio sono tutt’ora in corso. Una lettura che si basi sugli elementi che al momento si conoscono conferma le ipotesi generali che ho provato a esprimere in un precedente articolo sui nessi esistenti nell’amministrazione Trump tra attitudine imperialistica nelle intenzioni (prive di qualsiasi attenzione a uno scenario di riconoscimento e giustificazione multilaterale) e improvvisazione assoluta nelle forme e nei metodi. Aggiorniamo qui il discorso, almeno allo stato delle notizie, procedendo per meri titoli.
- Sembra confermato che Trump abbia deciso l’attacco, dopo settimane di pressioni legate al dispiegamento della forza aeronavale statunitense, sostanzialmente su pressioni esterne. Il nesso con la determinazione militare di Israele è steso messo in luce dallo stesso segretario di Stato Rubio, che ha ammesso il timore di rappresaglie iraniane dopo aver appreso che Israele avrebbe scatenato l’attacco. Più oscuro ma anch’esso importante, sembra il collegamento con la diplomazia contorta dell’Arabia Saudita: il principe bin Salman – sostengono fonti accreditate – mentre in pubblico sosteneva la mediazione gestita dal sultano dell’Oman, pare sostenesse in privato l’azione militare, per tagliare il nodo della rivalità strategica pluridecennale tra i due poli di potenza del mondo islamico. Come a volte succede, sarebbe ancora una volta la coda che ha mosso il cane. Cioè la leadership strategica statunitense è stata condizionata da alleati locali in nome delle proprie priorità.
- Conseguentemente, Trump a quanto sembra ha avviato le ostilità senza un grande consenso delle sue forze armate, né nella sua stessa amministrazione. Colpiscono le dimissioni di Joe Kent, direttore del Centro nazionale antiterrorismo, un falco repubblicano, ex Cia, che ha criticato la guerra perché “l’Iran non è una minaccia strategica per gli Stati Uniti”. Certamente conta in questa ambiguità il fatto che manchi nell’iniziativa statunitense un orizzonte strategico definibile e misurabile. Non sono chiari – e più i giorni passano più si ingarbugliano – gli obiettivi specifici. Si tratta dell’eliminazione delle minacce militari iraniane (compreso il progetto nucleare)? Ma non ci si era già vantati a giugno scorso di aver totalmente distrutto la minaccia della costituzione da parte di Teheran della bomba atomica? Non c’è quindi molto di chiaro su questo fronte. Si tratta di un obiettivo di decapitazione della leadership della repubblica islamica? Questo appare più un modello di comportamento israeliano che statunitense (o ancora una volta fatto proprio da Trump per via Netanyahu), e l’uccisione di Khamenei e di altri dirigenti politici fino a Ali Larijani sembra aver colpito l’élite al potere, con esiti peraltro tutt’altro che chiari. Si può parlare di un attacco mirato al “regime change”, alla democratizzazione del paese? Ma con quali sostegni locali si vorrebbe costruire questo passaggio delicato, soltanto con gli appelli teatrali di Trump all’insurrezione del popolo iraniano? E dopo? Si intende veramente sostenere l’erede della dinastia Pahlavi? Non appare quindi al momento nessuna strategia credibile. Non bastano le vanterie sull’efficacia della straordinaria forza americana per sanare questi limiti.
- La strategia messa in campo dalla repubblica islamica per rispondere all’attacco, d’altro canto, sembra invece mostrare una certa capacità di resistenza, nonostante l’enorme gap di potenza in gioco. E questo pur nella riduzione della forza degli storici alleati locali (dal Libano alla Siria, dall’Iraq allo Yemen) e nell’isolamento crescente in termini diplomatici. Peraltro, se è vero che il sostegno russo e cinese è apparso per ora molto blando in termini pubblici, alcuni osservatori fanno notare che il sostegno tecnologico è invece molto importante, sia per la tecnologia dei droni e dei missili, sia per il collegamento alle reti satellitari non occidentali, che permettono molto migliore efficacia dell’uso degli armamenti. In termini più specifici, citiamo la strategia basata su una decentralizzazione delle decisioni, che riduce l’importanza personalizzata dei vertici sotto attacco. L’azione per allargare la guerra non solo contro Israele, ma anche coinvolgendo i paesi del Golfo (agendo da forte deterrente, dato che è riuscito a mettere in questione la loro immagine di paradisi per ricchi privi di rischi), fino a minacciare vagamente anche Turchia e Cipro (mossa questa forse piuttosto improvvida). L’uso flessibile delle armi a disposizione: sembra che la capacità del paese in termini di missili e droni in grado di colpire i territori circostanti non sia affatto ancora azzerata, perché c’è una strategia di uso graduale, che ha salvato in depositi sotterranei i missili più performanti. Tutti passaggi non banali, che nel breve periodo sembrano capaci di evitare un crollo militare improvviso.
- Il regime autoritario – reduce da una ondata repressiva gravissima – è fragile, ma non c’è al momento alternativa locale solida. Non si possono sottovalutare le recenti estese proteste popolari e soprattutto giovanili e femminili, in una società sempre più secolarizzata, ma senza coordinamento politico è difficile immaginare che esse vadano molto lontano. La repubblica islamica, del resto, si è costruita in quaranta anni con un sistema istituzionale tutt’altro che semplice, e vari livelli di autorità, che permettono anche una dialettica interna a volte palese e serrata. La concentrazione della traballante legittimazione degli ayatollah in una sorta di resipiscenza nazionale – in un paese dove la storia di orgoglio imperiale trasuda da tutti i simboli – è favorita dalla guerra in corso. La decapitazione dei vertici, a detta di molti osservatori, rischia al momento solo di rafforzare la funzione di guida dell’elemento politico-militare dei pasdaran, le Guardie della rivoluzione, con il loro radicalismo e l’esteso sistema paramilitare che controlla la società.
- Trump con l’iniziativa militare sta mettendo in crisi la sua base e il suo consenso. Egli mostra di dipendere da una illusione di rafforzamento tramite l’enfatica proclamazione di una vittoria imminente. Ma ha scosso profondamente l’unità del movimento Maga e dei suoi stessi sostenitori. Nell’amministrazione stessa, è stato il vicepresidente Vance a sostenere la posizione del sospetto verso ogni intervento militare all’estero (e non a caso questo sembra aver accentuato una distanza crescente dal presidente). Una quota degli ultraconservatori ha polemizzato contro l’ennesima distrazione di forza verso l’esterno. Andrew Sullivan – stimato intellettuale conservatore cattolico – ha scritto che l’attacco mostra essenzialmente una scelta “Israeli First”, non “America First”. E che l’evidenza mostra “un monarca corrotto e squilibrato che intraprende una guerra illegale e immorale principalmente per favorire un paese straniero”.
- Netanyahu come al solito conduce un proprio conflitto, che mira alla distruzione dei propri nemici locali, all’indebolimento della forza iraniana, e soprattutto a sfruttare l’appello alle minacce esterne per compattare il paese alle sue spalle. Mossa che gli permetta di sopravvivere politicamente alla sua guerra contro lo Stato e la giustizia, in vista delle prossime elezioni. Lui ha bisogno della guerra (dopo il rallentamento di quella di Gaza) e la persegue, con grande efficacia nel breve periodo. Anche se con scarsi scrupoli sui mezzi e con scarsissima capacità politica di evitare un isolamento pericoloso della piccola superpotenza locale che è lo Stato ebraico. Ancora una volta nessuna attenzione è data alla propria credibilità internazionale. Il mito dell’assedio permanente è utile nella battaglia politica interna, non certo nella costruzione di un assetto che garantisca nel medio periodo la sicurezza reale del paese.
- Il rischio di contraccolpi economici permanenti della guerra al momento è ancora incerto. Naturalmente sarà più forte se la guerra durerà per molto tempo, ma appare già non banale. L’evento ha colpito i mercati finanziari a livello globale, e sta interessando le imprese/economia reale in modo selettivo, L’interruzione del flusso marittimo nello stretto di Hormuz danneggia più l’Asia Orientale (esclusi i traffici denominati non in petrodollari, ma in yuan, cioè quelli cinesi) e l’Europa che gli Stati Uniti. Ma una depressione degli investimenti e un aumento dei prezzi non è da escludere, colpendo le basi di un’economia globale già sotto lo shock di una parziale deglobalizzazione. E sarebbe drammatico per l’Italia, paese che negli ultimi anni ha cambiato rotta rispetto alla precedente solida iniziativa sulla decarbonizzazione dell’economia e si è rituffato nella gas-oil dependency.
- Il fatto che alcuni dei più importanti Stati europei compreso il Regno Unito e La Germania abbiano per una volta rifiutato esplicitamente il contributo militare richiesto per far riprendere il traffico navale nel Golfo è un segnale di resipiscenza della debolissima Europa, che può assumere un significato importante in prospettiva. Nonostante l’imbarazzo evidente, i ragionamenti poco equilibrati e i segnali di subalternità, persino il titubante governo Meloni si è spinto a sostenere che “l’Italia non è in guerra e non intende entrarci”. Che un’iniziativa europea finalmente si muova su un orizzonte diplomatico più impegnativo è del tutto auspicabile, come un collegamento con le posizioni dei Brics, anch’esse contrarie all’aggravamento dello scontro. Lo stesso presidente Mattarella, dal canto suo, ha sollecitato iniziative europee nel suo discorso di Salamanca: “Tocca all’Europa saper dire di no. Dire di no all’ampliamento dei conflitti, a una perenne instabilità, con la moltiplicazione dei fronti di crisi”. Che cosa si aspetta a Bruxelles?
- Il destino di questa guerra appare insomma incerto: non basterà la sovrabbondante forza aerea, marittima e tecnologica degli Stati Uniti a risolverla. Trump dopo tre settimane, il 23 marzo, ha confusamente parlato di negoziati avviati, smentito da Teheran. Speriamo che non siano nel giusto coloro che hanno messo in guardia sul rischio che essa avvii una spirale di globalizzazione del conflitto dalle dimensioni ingovernabili.
Crediti foto: The White House, Public domain, via Wikimedia Commons

