Il referendum costituzionale sulla giustizia del marzo 2026 ha restituito un risultato chiaro nei numeri, ma meno nel significato.

Tra le persone tra i 18 e i 34 anni, il No ha superato il 60%, con differenze interne significative: il 74,2% tra i 18 e i 24 anni e il 62,9% tra i 25 e i 34. Nello stesso tempo, una quota rilevante ha scelto di non votare: il 43,5% nella fascia 18–24 e il 49,9% tra i 25 e i 34. Voto contrario e astensione convivono nello stesso spazio generazionale, segnando una distanza netta rispetto alle fasce più adulte. Tra le persone tra i 45 e i 54 anni, il Sì risulta maggioritario (intorno al 55–56%), restituendo un orientamento quasi speculare, quello delle generazioni che, molto spesso, sono i loro genitori (dati Ixè).

Se si allarga lo sguardo, il caso italiano non appare isolato, ma nemmeno facilmente assimilabile. In Francia, tra le fasce più giovani, l’astensione resta strutturalmente elevata, pur accompagnandosi a orientamenti politici marcati. In Spagna, una parte significativa dell’elettorato giovanile si orienta verso opzioni di rottura, anche radicali (come quelle espresse da Vox). In Ungheria, proprio nelle settimane più recenti, il consenso giovanile verso il governo Orban scende sotto il 10%, configurando una distanza generazionale molto netta. Più in generale, in Europa, la partecipazione delle giovani generazioni appare intermittente, mobile, difficilmente riconducibile ad appartenenze stabili.

Non emerge un voto giovanile europeo; emerge, piuttosto, una tensione comune: la difficoltà a riconoscersi nel campo politico così come è dato. Anche in Italia, i flussi mostrano una forte polarizzazione del voto, segno che il referendum è stato interpretato e utilizzato come momento politico generale, più che come scelta tecnica.

E tuttavia, ciò che colpisce – almeno per chi lavora quotidianamente con giovani e giovani adulti, nelle aule universitarie e nelle organizzazioni – è che questa distanza non coincide con un ritiro, non è indifferenza, è uno scarto. Le giovani persone che personalmente incontro abitano istituzioni spesso rigide, attraversate da linguaggi formali, procedurali, poco permeabili. Ma dentro questi stessi spazi iniziano a muoversi con codici diversi: più affettivi, più esposti, più intrecciati all’esperienza. Parlano di sé e del mondo tenendo insieme biografia e posizione, vissuto e politica. E soprattutto si riconoscono in luoghi e momenti in cui il corpo torna visibile e lo spazio diventa campo di presenza: nelle piazze per la Palestina, nei Pride, nelle mobilitazioni che attraversano le città.

Forse, allora, la domanda non è semplicemente cosa hanno votato. Ma che cosa stanno facendo, quando votano o quando scelgono di non farlo.

Il voto come rifiuto (ma di cosa?)

Il primo elemento che colpisce è la portata del No tra le persone più giovani, ancora più marcata nella fascia 18–24, e significativamente superiore alla media nazionale (53,56%). Un dato che potrebbe essere letto come una presa di posizione chiara sulla riforma. E tuttavia, molte analisi convergono nel sottolineare come questo voto abbia ecceduto il merito tecnico del quesito. Il referendum è stato utilizzato come spazio di espressione più ampio: non soltanto un giudizio su una riforma, ma un segnale rivolto al presente, ai suoi equilibri, ai suoi linguaggi.

In questa prospettiva, il No non appare solo come una risposta a una domanda posta, ma come una risposta a un contesto più generale o forse a un contesto che non viene riconosciuto come proprio. È allora un rifiuto della riforma, o del campo dentro cui quella riforma prende senso?

Partecipare o sottrarsi?

Il secondo elemento riguarda la compresenza di partecipazione e astensione. Accanto a una mobilitazione significativa, una parte consistente di giovani ha scelto di non votare, come mostrano i dati. Questa dinamica si ritrova, con intensità diverse, anche in altri Paesi europei. Non sembra trattarsi semplicemente di disaffezione o di disinteresse. Piuttosto, emerge una forma di partecipazione selettiva, non scontata, che si attiva in alcune circostanze e si ritrae in altre.

Non una generazione che non partecipa, ma una generazione che sembra scegliere quando e come farlo. Dentro questa tensione, il voto non è più l’unica forma di presenza possibile, né necessariamente la più significativa. Accanto a esso, si sviluppano altre modalità di espressione, altri luoghi di partecipazione, altre temporalità.

Stiamo osservando un disimpegno, o una forma diversa di presenza che non sappiamo ancora riconoscere?

Un filo possibile: tra voto e piazza

In questo quadro, una domanda si impone con una certa urgenza, almeno per chi attraversa quotidianamente contesti educativi e organizzativi. Le giovani persone che hanno votato No e quelle che hanno scelto di non votare sono anche quelle che, negli ultimi mesi, sono scese in piazza per la Palestina? Sono quelle che partecipano ai Pride? Sono quelle che prendono parola pubblicamente su temi che riguardano la guerra, i diritti, il riconoscimento, i corpi?

Non è possibile stabilire una coincidenza sociologica precisa. E forse non è nemmeno questo il punto.

Piuttosto, ciò che emerge è una possibile continuità nei modi della presenza: non tanto appartenenze stabili, quanto soglie davanti alle quali si attiva un bisogno di esserci. Non una partecipazione continua, ma una partecipazione che si accende in corrispondenza di alcuni nodi percepiti come rilevanti.

Il referendum, la piazza, le mobilitazioni collettive sembrano allora collocarsi su uno stesso piano: non come espressioni equivalenti, ma come forme diverse attraverso cui si prende posizione. Sono episodi separati, o frammenti di una diversa grammatica politica?

Il problema non sono le giovani generazioni, sono i codici

Di fronte a questi elementi, il rischio è quello di tornare a categorie interpretative già disponibili: sfiducia, precarietà, distanza dalla politica, polarizzazione. Categorie che, pur cogliendo aspetti reali, sembrano spesso insufficienti a restituire la complessità di quanto accade.

Negli anni Settanta, osservando i movimenti sociali, Alberto Melucci parlava di altri codici. Non perché le giovani generazioni fossero difficili da interpretare, ma perché stavano producendo nuovi linguaggi, nuovi modi di abitare lo spazio pubblico, nuove forme di azione collettiva. E perché, per comprenderli, anche lo sguardo analitico ha dovuto trasformarsi. Forse oggi ci troviamo in una situazione analoga: non mancano le analisi, mancano, forse, i codici per formularle.

Le polarizzazioni che continuiamo a utilizzare – destra e sinistra, partecipazione e disaffezione – rischiano di funzionare più come strumenti di semplificazione che come chiavi di comprensione. Ci aiutano a collocare i fenomeni, ma meno a coglierne il senso. Il referendum, le mobilitazioni per la Palestina, i Pride: non sono la stessa cosa. Ma forse non sono nemmeno episodi isolati. Forse sono forme diverse – non equivalenti, ma comunicanti – di una presenza che non si lascia più contenere in un unico linguaggio.

Se è così, la questione non è comprendere meglio le giovani generazioni. È comprendere se siamo ancora in grado di lasciarci trasformare dai codici che stanno producendo; o, almeno, di lasciarci interpellare: siamo disposte e disposti a farlo? Forse, più che chiederci che cosa voteranno o se voteranno alle prossime elezioni, potremmo iniziare a osservare dove e come si sta già formando il loro dibattito politico; attorno a quali figure, in quali spazi, attraverso quali linguaggi. Anche in contesti che sfuggono alle categorie più consolidate – come accade, per esempio, intorno a esperienze politiche emergenti come quella di Silvia Salis – dove il punto non è soltanto il contenuto delle posizioni, ma i modi in cui queste prendono forma e circolano.

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