L’ultimo libro – personalissimo, intenso, colmo di dolore e speranza al tempo stesso – di Widad Tamimi[1] può essere presentato come un libro “rivoluzionario”. Infatti, è andato in stampa in tempi di guerre, prevaricazioni, aggressioni impulsive, linguaggio violento. Eppure, in modo limpido, non ideologico e per molti versi “terapeutico”, parla, in definitiva, di un concetto tanto prezioso quanto raro al giorno d’oggi: la riconciliazione.
Tutto inizia da un’immagine semplice e disarmante: due bambini, uno palestinese e uno israeliano, seduti uno accanto all’altro a disegnare la propria casa. Un frammento visivo da cui si dipana un memoir capace di intrecciare memoria familiare e riflessione civile sul conflitto israelo-palestinese. L’autrice guarda a quella terra che va “dal fiume al mare”, per dirla con il titolo, che altro non è se non la zona, dal “sapore biblico”, che si estende dal fiume Giordano al mar Mediterraneo. Terra contesa, rivendicata da israeliani e palestinesi come propria, a più riprese, in diverse fasi della storia. Tamimi sceglie questa espressione non per rilanciare una contesa, ma per riappropriarsi di una geografia condivisa, per sottrarre le parole alla propaganda e restituirle alla vita. Quel fiume e quel mare, nel libro, non sono simboli di esclusione ma di una storia comune, impastata di dolore, di fuga e di desiderio di pace.
La storia personale dell’autrice cuore pulsante del libro
Per avvicinarsi al libro non si può non prescindere dalla biografia di Widad Tamimi. Scrittrice, studiosa di diritto internazionale, cooperante della Croce Rossa, nata, apolide, a Milano nel 1981, porta nel proprio nome e nella propria storia personale una contraddizione che, in definitiva, è il “cuore pulsante” del libro: suo padre, profugo palestinese fuggito dall’occupazione israeliana nel 1967, sua madre, donna di origini ebraiche, di buona famiglia. Nelle radici dell’autrice scorre la storia con la “s” maiuscola e c’è, in definitiva, il germe di un conflitto plurimo. Sociale, culturale, religioso, politico. Eppure, il nome scelto per lei dai genitori, Widad, significa “amore” in arabo antico: una scelta simbolica che già dice molto delle speranze riposte dalla famiglia nella possibilità di una convivenza e di scelta di riconciliazione. Un nome che, racconta l’autrice, “ha segnato la mia vita più di qualunque scelta. Ogni volta che qualcuno me ne ha chiesto il significato, fin da bambina ho sentito un richiamo: verso le mie radici, le mie ferite, i miei due popoli, e verso l’intenzione dei miei genitori nello sceglierlo”.
Il libro si struttura come un viaggio nella memoria, fatto di frammenti d’infanzia, storie famigliari tramandate a voce, testimonianze dirette e riflessioni maturate nel lavoro quotidiano dell’autrice con i profughi, nella sua attività di cooperante con la Croce Rossa. Racconta la stessa Tamimi di aver “ricostruitola mia storia a partire da due uomini molto diversi, sebbene uniti da un destino sorprendentemente simile. Uno era nato poverissimo, l’altro ricco; uno aveva lavorato da bambino, l’altro studiato con precettori; uno impulsivo, l’altro metodico; uno espansivo, l’altro schivo. Eppure, entrambi avevano perso il proprio paese senza trovarne un altro, entrambi vivevano sospesi tra nostalgia e sopravvivenza”. Si tratta del nonno materno e del padre: “suocero e genero uniti dai frammenti di due esili e due popoli destinati a fare i conti con le tragedie e le contraddizioni della Storia in uno stesso fazzoletto di terra”. Il cui unico punto di contatto è stato la madre dell’autrice (“ribelle, rigorosa, febbrile”), fonte di inquietudini per i due uomini e, in definitiva, lei stessa perennemente inquieta.
Due famiglie in cui si infila una storia di conflitto
Il filo narrativo segue, innanzitutto, le radici paterne: la famiglia del padre viene dalla Palestina, da luoghi segnati da decenni di conflitto e di esilio. Il padre nasce nell’anno della fondazione dello stato di Israele e la guerra dei sei giorni del 1967 è lo spartiacque della sua vita: trasforma persone in profughi, separa famiglie, cancella la possibilità di un ritorno. Il padre di Widad porta con sé questa ferita e la trasmette alla figlia come eredità dolorosa ma anche come ancoraggio identitario. Quindi, la genealogia materna, di famiglia ebraica, con le sue storie di diaspora, persecuzione e radicamento in Occidente: i suoi avi si stanziarono nell’impero austro-ungarico e poi si trasferirono a Trieste, dove fecero una buona fortuna economica, per poi scappare di nuovo negli Usa dopo le leggi razziali fasciste. In definitiva, due memorie del dolore, due narrazioni del torto subito, che si incontrano in un matrimonio e si sedimentano in una figlia che deve imparare a tenerle entrambe senza che l’una annulli l’altra.
Nel suo libro precedente[2], un romanzo ispirato proprio alla storia del nonno materno e del padre, Tamimi si chiedeva: “Quante generazioni ci vogliono per seppellire un esilio?”. Forse, questo nuovo libro – per certi versi, una vera e propria “inchiesta” su sé stessa, una ricerca di quella sintesi di pace che la propria storia sembra rendere possibile – è una parte della risposta. Infondo sembra dirci che si possono creare nuove radici solo se non si rimuove la storia precedente. Solo se si prova a perpetuare la propria identità. Anzi, le identità (al plurale), per quel che concerne Tamimi. La quale non si arrende alla retorica della “equidistanza” ma sceglie la strada più difficile: quella della complessità vissuta, dell’emozione precisa, del dettaglio familiare da cui descrivere una storia di conflitto.
Ne emerge un testo profondo e toccante, che dà voce a chi spesso non viene ascoltato e che ci invita a guardare oltre i numeri del conflitto per riscoprire l’umanità che vi è sepolta. La letteratura, scrive Tamimi, è il luogo in cui “la morte non recide il filo” e in cui di chi si è amato si conserva qualcosa di vivo. È questo il gesto del libro: tenere insieme ciò che la storia ha diviso, non per negare le ferite, ma per non lasciare che siano l’ultima parola.
[1] Widad Tamimi, Dal fiume al mare. Storia della mia famiglia divisa tra due popoli (Feltrinelli, 2026)
[2] Widad Tamimi, Le rose del vento. Storie di destini incrociati (Mondadori, 2016)

