Premessa doverosa: sono stato iscritto al Psi milanese, militando nella sinistra “lombardiana”, dal 1980 al 1992, dai fasti del craxismo all’inizio di Tangentopoli. Sono però anche (e soprattutto…) uno storico contemporaneista e lo storico esprime giudizi, ma non è un giudice. Diversa è la logica sulla base della quale agisce e i suoi criteri interpretativi. Allo stesso modo, una cosa sono le sentenze della magistratura, altra cosa le interpretazioni storico-politiche, le uniche di mia competenza. Il che, naturalmente, non esclude il fatto che, in quest’ultimo ambito, possano rientrare (ma non in maniera esclusiva) anche valutazioni di carattere etico.
Un socialdemocratico, non un uomo di destra
Detto questo, sgombriamo subito il campo, se possibile, da un paio di equivoci (peraltro spesso alimentati e favoriti, come abbiamo visto anche in questi giorni, dai tardi epigoni del craxismo), di fronte al periodico ripresentarsi del dibattito sulla figura del leader socialista. Craxi, bene o male, volenti o nolenti, appartiene senz’altro alla tradizione socialdemocratica (più simile a Schmidt che a Brandt, Palme o Mitterrand): in un docufilm, credo del 1998, quindi girato ad Hmmamet, affermò con forza: “io sono uno degli uomini più di sinistra che ci sia in Italia”. E però aggiungendo: “Certo, non sono comunista”. Escludo però di poterlo vedere saltellare su un palco al grido di “chi non salta, comunista è…”. Non era un intellettuale prestato alla politica come Francesco De Martino e neppure un attento conoscitore della letteratura economica come Riccardo Lombardi. Tanto è vero che, in entrambi i campi, come peraltro molti uomini politici, ricorreva a dei ghost writers. Però, come tutti i leader della prima Repubblica, conosceva il valore politico, in un sistema mediatico molto diverso da quello attuale, delle battaglie culturali e ideologiche.
Parimenti, ha fatto parte (anzi, per certi versi ne è stato il simbolo) dei cambiamenti della società e del sistema politico italiano (e quindi, per riflesso, anche di quello internazionale) tra gli anni ’70 e ’80. Anche perché, come ha scritto quello che resta tuttora il più lucido analista della vicenda del craxismo, Luciano Cafagna, «non si sottolineerà mai abbastanza che la sconfitta di Craxi fu un fallimento politico – essenzialmente connesso alla delusione per grandi aspettative non esaudite e a un isolamento politico da lui stesso provocato – e non un semplice incidente giudiziario più o meno orchestrato» (Una strana disfatta. La parabola dell’autonomismo socialista, Marsilio, Venezia 1996, p. 147). Insomma, la sua non è solo una vicenda solo giudiziaria o, parallelamente, definibile nel quadro del “capro espiatorio”. E neppure può essere trattata insistendo più di tanto sugli aspetti della personalità e caratteriali che, semmai, possono servire a inquadrare meglio il personaggio, così come l’approccio «anti-demagogico alla politica che nella sinistra italiana rappresenterà un tratto davvero molto atipico» (Fabio Martini, Controvento. La vera storia di Bettino Craxi, Rubbettino, Soveria Mannelli 2000, p. 18).
Piuttosto, su questo terreno andrebbe indagato quel misto di idealismo e realismo, di strategia e di tattica (soprattutto quest’ultima, memore dell’esempio nenniano della politique d’abord) che è stato il tratto sempre più caratterizzante della sua azione politica. Certamente, fin dal giorno dopo le elezioni politiche del 20 giugno 1976 che videro il Psi toccare, con il 9,6% dei voti, il proprio minimo storico (ma con l’esito paradossale, come osservò Nenni, di indebolire sì il Psi sul piano aritmetico, almeno rispetto alle attese e all’ulteriore rafforzamento del bipolarismo, ma di farne l’arbitro di ogni possibile soluzione parlamentare), il problema per il neosegretario del partito fu innanzitutto quello di sopravvivere e di ricostruire un gruppo dirigente. Anche da questo punto di vista dobbiamo però, sinteticamente, distinguere varie fasi.
Le prime fasi della sua segreteria: dal 1976 al 1981
I primi anni della sua segreteria, quelli dell’alleanza con la sinistra lombardiana, vedono l’elaborazione, culminata nel congresso di Torino del 1978, del progetto socialista per l’alternativa. È il periodo anche del Vangelo socialista, il cosiddetto saggio su Proudhon, e della rivalsa, anche intellettuale, nei confronti della cultura comunista. Con il suo “colpo di cannone” (come lo definì Ernesto Galli della Loggia), Craxi riuscì contemporaneamente a ridare vitalità all’azione del suo partito, liberandolo dallo storico complesso di inferiorità nei confronti dei comunisti, e a delineare la possibilità di una leadership alternativa e autonoma (anche dal punto di vista finanziario…), certo anche personale, portatrice di una soluzione diversa della crisi italiana rispetto a quella consociativistica del “compromesso storico” o della “solidarietà nazionale”. In questo modo riuscì (o almeno diede l’apparenza di riuscire, per alcuni anni) nel tentativo nel quale aveva fallito, con l’unificazione socialista, Nenni.
Restava (e resterà irrisolta) in ogni caso la questione sollevata da Norberto Bobbio in un’intervista concessa a «Mondo operaio» nell’aprile 1979, in cui sottolineava il persistere di una pluralità di anomalie presenti nel sistema politico italiano: in primo luogo il fatto che il Pci, pur con il 34% dei voti, non avesse possibilità di accedere – finita l’esperienza dei governi di solidarietà nazionale – alla maggioranza governativa, per la somma di fattori internazionali e interni (il suo “leninismo intrinseco”). In questo quadro, sostanzialmente bloccato, il Psi, da qualunque parte si orientava a stringere alleanze, era destinato a perdere prestigio e ruolo, perché il suo ruolo strategico era quello della costruzione dell’alternativa («dell’alternanza secca di governo», per usare l’espressione del filosofo torinese).
Il 1981 è l’anno della vittoria di Mitterrand in Francia (e dell’ascesa al potere di Reagan negli Usa), con un programma comune con il Pcf, che però sostanzialmente terminò dopo appena sei mesi, sotto i colpi della speculazione internazionale. Contemporaneamente, al congresso di Palermo, Craxi abbandona il progetto socialista, privilegiando l’alternanza e la governabilità, con una forte accentuazione del proprio ruolo di leader (un processo peraltro visibile anche in altri Paesi, dalla Francia alla Gran Bretagna, dalla Germania alla Spagna, contemporaneamente al declino del modello del partito di massa e alla graduale adozione di quello americano, del partito come comitato elettorale) attuata con una modifica dell’articolo 26 dello Statuto, consentendo così l’elezione diretta del segretario del partito da parte del Congresso. Agli occhi dei militanti socialisti, come emerge da una lunga inchiesta giornalistica tra i delegati (Giorgio Rossi, Timori, speranze, orgoglio: i socialisti aspettano che il leone ruggisca, «la Repubblica», 19-20 aprile 1981) Craxi è l’uomo che ha chiuso l’epoca di un Psi “terra di conquista per chiunque”, “colonia o sottoprotettorato dc”. È un aspetto colto, all’epoca, anche da Giuliano Amato, che però ne sottolineava anche i rischi che si sarebbero evidenziati da lì a non molti anni, nella parabola politica di Craxi: Craxi per i socialisti non è soltanto un riformista, è l’uomo alto e forte che con la sua voce robusta e il suo linguaggio inusitatamente chiaro e pacato ha ridato a ciascuno di loro la certezza di poter sopravvivere e li ha fatti sentire finalmente forti, rispettati dagli altri. “Abbiamo di nuovo l’orgoglio di essere socialisti”, si sente dire assai spesso ed è una delle frasi a cui chi ascolta applaude di più. È bene che sia così. Ma guai se fosse soltanto così, se questa iniezione di vitalismo fosse non una premessa ma finisse per essere il tutto. E il rischio c’è, rafforzato da un serpeggiante culto della personalità che alcuni avventatamente alimentano (Giuliano Amato, Craxi a metà del guado,”la Repubblica”, 1 maggio 1981).
La stagione della governabilità e della personalizzazione: 1982-1987
Trent’anni dopo Rino Formica, colui che con Claudio Martelli fu uno dei promotori della modifica dello Statuto, ammise che «il partito dopo il 1981 Congresso di Palermo non fu in grado di andare oltre il revisionismo culturale (pensiamo alla riscoperta del “socialismo tricolore”, che però è Garibaldi, non Mussolini ndr) e l’attivismo istituzionale. Abbandonò il terreno del rafforzamento del partito e del più vasto radicamento sociale. Prevalse una linea superficiale: Il consenso elettorale si doveva accrescere con l’azione nelle istituzioni, il consenso sociale si doveva allargare con le buone relazioni di vertice con il sindacato delle imprese e con il sindacato dei lavoratori. In questa debolezza strutturale va ricercata la vera origine della decadenza socialista negli anni ‘80 e l’implosione del 1992-1994» (cfr. la sua testimonianza in Gennaro Acquaviva-Luigi Covatta, a cura di, Il Psi nella crisi della prima Repubblica, Marsilio, Venezia 2011, p. 470).
L’anno dopo si tenne la conferenza programmatica di Rimini, quella dei “meriti e dei bisogni”. L’attenzione si spostava gradualmente dal lavoratore al cittadino al consumatore, in sintonia con lo “spirito dei tempi”: finalmente si usciva dagli anni di piombo, la nave tornava ad andare, per utilizzare un altro slogan di Craxi, che l’anno dopo sarebbe diventato presidente del Consiglio, mentre Berlusconi accresceva le proprie fortune imprenditoriali. E anche se si rivendicava la continuità con il Progetto socialista e il Congresso di Torino, si privilegiava, fin dal titolo della conferenza, Governare il cambiamento, la governabilità rispetto all’alternativa. Infatti, comunque «di quelle idee non resterà molta traccia nelle scelte politiche che il Psi si prepara a portare nel confronto con la Dc per un governo a presidenza socialista. Come se il cambio della guida assorbisse in sé tutta la carica innovativa» (Martini, p. 103). La “governabilità” (alternata con un movimentismo portato fino alla spregiudicatezza), il leaderismo, la polemica ideologico-culturale (sempre aggressiva e talora strumentale, anche se spesso ispirata da convincenti ragioni di fondo) sembrano cioè essere stati funzionali a un’abilità più tattica che strategica: il “primum vivere” non diventò quasi mai “deinde philosophari” e i limiti di questa concezione della politica (moderna, con l’attenzione all’uso degli strumenti di comunicazione di massa, e anticipatrice del fenomeno della “personalizzazione”).
La presidenza del Consiglio (1983-1987), che meriterebbe un’analisi a parte. Dal punto di vista elettorale, in questi anni il Psi passò dal 9,6% delle elezioni del giugno 1976 al 14,2% del 1987. In sostanza, il Psi craxiano non riuscì mai a decollare veramente sul piano elettorale: con quella percentuale poteva svolgere un ruolo di interdizione, ma non sbloccare il sistema politico (e, peraltro, lo stesso progetto di “grande riforma”, la cui necessità Craxi aveva intuito, non riuscì mai a concretizzarsi, neanche in un programma compiuto). Craxi era stato sostanzialmente capace di individuare le questioni di fondo delle difficoltà del sistema politico italiano senza però avere la forza di risolverli e contemporaneamente di modificare profondamente gli assetti esistenti, finendo anzi, da quel momento in poi, per adagiarvisi. Parallelamente all’enfasi sulla “governabilità”, si accentuava quella sul ruolo carismatico del leader: al congresso di Verona del 1984, Craxi fu riconfermato segretario del partito per acclamazione. Dalla democrazia dell’autogestione si era arrivati alla “democrazia dell’applauso” (come la definì Bobbio su «La Stampa» del 22 novembre 1984), da Mitterrand a Ghino di Tacco.
Il declino finale: 1987-1992
Dopo il 1987 inizia il declino (anche fisico) di Craxi. Il segretario del Psi aveva sempre nutrito, fin da giovane, grande attenzione per la realtà internazionale, frequentando i congressi delle organizzazioni mondiali giovanili, intrecciando conoscenze e amicizie destinate a durare per tutta la vita. Mantiene quindi la tradizione internazionalista del socialismo italiano (pensiamo agli aiuti più o meno clandestini a spagnoli, greci, cileni durante la dittatura, agli esuli cecoslovacchi della Primavera di Praga e poi a Solidarnosc): nulla a che fare con nazionalismi o, peggio, sovranismi di qualunque tipo.
Non comprende però (o non vuole comprendere, come peraltro quasi tutte le componenti del sistema politico italiano) il significato profondo di quanto avviene tra il 1989 e il 1992 (tra il crollo del Muro di Berlino e Maastricht), un vero e proprio cambio di paradigma, uno sblocco dello stesso sistema a quel punto non più governato da quelli che erano stati i suoi principali attori, i partiti. Aggiungiamo che il Psi era un partito che, storicamente, anche per la propria cultura, aveva sempre sofferto di un deficit di organizzazione e di struttura, amplificato da quando si era deciso di puntare molto sulla personalità del proprio leader carismatico. Il crollo fu repentino, ma non imprevedibile, almeno per chi voleva vedere.
Crediti foto: Leonardo Cendamo, Public domain, via Wikimedia Commons


una ricostruzione molto interessante, distinta giustamente dalle vicende giudiziarie.
Meriterebbe un ulteriore approfondimento, soprattutto sul tema dei rapporti con il partito comunista.
Come si spiega la diffusa collaborazione a livello locale (e nel sindacato) con la radicale contrapposizione, almeno negli ultimi anni, con quel partito? Solo una questione di egemonia? O insufficiente capacità di lettura di fenomeni europei e mondiali? (E questo per molto tempo riguardò anche il PCI)