Pubblichiamo qui un intervento di Stefano Ceccanti (docente di Diritto pubblico comparato alla Sapienza, Università di Roma), che pone il tema del nesso potenziale – oggi difficile da costruire – tra ispirazione cristiana e forze politiche progressiste, di centro-sinistra, su scala europea (e non solo). L’intervento – uscito anche su “Avvenire” – tocca argomenti delicati e importanti. Sempre sullo stesso quotidiano, una lettera al direttore di Franco Monaco (già parlamentare e tutt’ora opinionista politico, che sta nella nostra redazione), pubblicata il 18 aprile, reagisce con alcune prime osservazioni critiche. Segue un intervento più articolato di Luigi Franco Pizzolato (già docente di Letteratura cristiana antica presso l’Università cattolica di Milano, socio fondatore di Città dell’uomo e membro della nostra redazione).
Il dibattito può e deve proseguire…
- La convergenza tra ispirazioni religiose e forze politiche progressiste – Stefano Ceccanti
- Tener vivo lo spirito profetico, senza inseguire le mode – Franco Monaco
- Ridefinire libertà e uguaglianza, non confondere mezzi e fini – Luigi Franco Pizzolato
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Stefano Ceccanti
(relazione all’Ilrs, Barcellona, 17 aprile 2026 – sintesi pubblicata in“Avvenire” , 16 aprile 2026)
Il tema di cui discutiamo a Barcellona insieme all’Ilrs, alla storica associazione delle forze democratiche e socialiste di ispirazione religiosa che compie cento anni, nell’ambito della Global Progressive Mobilisation, è in realtà un programma ambizioso e difficile per il futuro perché, va detto senza reticenze, oggi, in questa fase, non c’è una convergenza tra ispirazioni religiose e forze politiche progressiste, per quell’arco di forze che Emmanuel Mounier indicava come la “sinistra non comunista”, che intende partecipare alla redenzione del mondo senza pretendere di costruire il paradiso in terra. Si tratta soprattutto dei democratici e socialisti, come perno decisivo e più consistente, senza voler escludere parti dei liberali, dei verdi e alcuni popolari europei. I dati di partenza sono allarmanti. A partire dal nuovo secolo democratici e socialisti non sono più la prima forza nel Parlamento europeo, sono la seconda, con uno scarto molto ampio rispetto al Ppe, ed anche questa posizione è insidiata ormai da vicino dai nuovi gruppi di destra radicale. Come sappiamo dagli istituti di sondaggio la parte di popolazione religiosamente più praticante è pienamente coinvolta da questi spostamenti complessivi.
Non dobbiamo peraltro nasconderci l’ambiguità del riferimento alle ispirazioni religiose. Non tutte hanno dovuto confrontarsi con la sfida agnostica, ateistica e pluralistica. E’ quindi riapparso con forza anche l’odio religioso che spesso non trova nell’arco delle forze politiche progressiste una reazione intransigente così come sarebbe necessario. Basti pensare alle ambiguità della sinistra francese più radicale. Va pertanto richiamato il dialogo tra Habermas e Ratzinger, che era proprio centrato su questo: la ragione che purifica la religione dal rischio fondamentalista-integralista e la religione che purifica la ragione dal rischio secolarista.
Le forze politiche progressiste debbono comunque avere un ruolo attivo rispetto alle ispirazioni religiose, di sapiente costruzione di mediazioni che facciano valere i principi e valori in forme storicamente aggiornate e in grado di raccogliere consensi maggioritari. Dentro l’involuzione minoritaria che è seguita a sinistra alla fine della spinta propulsiva della Terza Via c’è anche questa incapacità di far interagire, per citare ancora Mounier, polo profetico, affermazione di principi e valori, e polo politico, attenzione ai mezzi, alla loro sostenibilità sociale.
Sotto i pontificati immediatamente precedenti a quello di Francesco, che hanno accompagnato la caduta liberatoria dei regimi del cosiddetto socialismo reale, la retorica dei principi non aveva spesso aiutato la ricerca di soluzioni equilibrate tra i valori tradizionali e le nuove sensibilità emergenti. Il pontificato di Francesco ha sapientemente chiuso alcuni di questi contenziosi. Pur tuttavia il richiamo ad altri principi e valori, ad esempio in materia di immigrazione, di nuova agenda ecologica. di pace, sembra aver riprodotto su altri temi lo stesso schema di mancata valorizzazione delle mediazioni. Si è pertanto prodotto un intreccio di tipo massimalista con forze politiche progressiste che già si trovavano all’opposizione e che hanno finito per allontanarsi ancora di più dal senso comune degli elettori. Eppure un’altra indicazione dello stesso papa Francesco avrebbe invece essere assunta in modo analogico, quella sui vescovi pastori con l’odore delle pecore. Le forze politiche progressiste e i loro leader non possono non avere l’odore degli elettori, non possono pensare di liquidare gli orientamenti di senso comune dopo averli condannati semplicisticamente come populisti. L’ispirazione religiosa può fermarsi benissimo alla solidarietà immediata ma chi agisce nella sfera della responsabilità pubblica ha un ruolo diverso. Un conto è il rifiuto di ogni forma di uso della forza come scelta del singolo ed altro il necessario ricorso alla deterrenza e dalla difesa anche armata dell’aggredito da parte di chi ricopre responsabilità politiche. La lezione personale di Bonhoeffer e la polemica di Mounier contro Chamberlain e Daladier sono ancora pienamente attuali. Come ricorda la frase di Pascal esposta davanti alla facoltà di Giurisprudenza di Lille non occorre solo che la forza sia giusta, ma anche che il diritto sia forte.
È su queste basi realiste, attente alla complessità, che le forze politiche progressiste possono tornare ad essere a vocazione maggioritaria, ossia, appunto, con l’odore degli elettori, interagendo in modo positivo con le ispirazioni religiose in sintonia con la società aperta.
(la versione completa può essere letta su https://www.libertaeguale.it/la-convergenza-tra-ispirazioni-religiose-e-forze-politiche-progressiste/ )
Franco Monaco,
Lettera ad “Avvenire”, 18 aprile 2026)
Caro direttore,
a Stefano Ceccanti mi lega una vecchia amicizia che risale agli anni giovanili della nostra comune militanza nella grande famiglia dell’Azione cattolica. Anni nei quali si amava discutere dentro e tra le varie aggregazioni del laicato cattolico. Quell’amicizia non mi impedisce – semmai il contrario – di essere spesso in dissenso da Stefano. Come da ultimo, sul referendum in tema di giustizia.
Così pure non mi ritrovo nella riflessione da lui affidata alla lettera ad Avvenire dal titolo: “la convergenza tra ispirazioni religiose e forze politiche progressiste”.
Mi limito a tre punti. Il primo: ovvio che, in sede politica, si richieda una mediazione tra la “giustizia più grande” proclamata dal Vangelo e la “giustizia possibile” da inscrivere nelle leggi civili, specie dentro le società democratiche e pluraliste. Solo con una doppia avvertenza: a) non spingersi al limite di sminuire la istanza critico-profetica di una ispirazione cristiana presa sul serio al punto da sancirne l’irrilevanza pratico-politica, dipingendola di fatto come massimalista; b) mostrarsi consapevoli che il magistero sociale rappresenta già una mediazione storica del dettato del Vangelo e dunque, di nuovo, prenderlo sul serio. Penso, per stare alla drammatica attualità della congiuntura, al magistero pontificio recente (specie da Giovanni XXIII in poi) su pace e guerra. Pena addomesticare una Parola preziosa proprio perché esigente.
Secondo: Ceccanti opera a mio avviso un’alterazione del senso della metafora di Papa Francesco sull’ “odore delle pecore”. Metafora chiaramente concepita con riguardo all’azione pastorale. Non politica. Cioè non da intendere nel senso di prescrivere a chi fa politica di non discostarsi dal senso comune o dalle opinioni dominanti. Certo che, in democrazia, ci si deve fare carico di raccogliere il consenso, ma, talvolta, chi coltiva una ispirazione cristiana deve mettere nel conto di scontare una condizione di minoranza.
Terzo: appunto l’enfasi sulla “vocazione maggioritaria”. Qui la mia riserva è di ordine politico e verte sul modo di concepire la propria scelta di campo progressista (comune a Stefano e a me). Modi diversi che ci hanno spesso diviso nei giudizi politici di merito su più questioni. La vocazione maggioritaria non deve risolversi in un dogma governista (nella vicenda del PD abbiamo pagato tale slittamento) che fa coincidere il riformismo con il moderatismo, con una subalternità al paradigma neoliberale che ci ha alienato il consenso dei ceti popolari, con posizioni che offuscano il carattere nitidamente alternativo tra gli opposti schieramenti di una sana democrazia competitiva e dell’alternanza. Ripeto: se le condizioni lo prescrivono, si può e, talvolta, si deve mettere nel conto di stare in minoranza. È questione politica, ma che attiene anche al modo di concepire lo specifico contributo dei cristiani e della loro ispirazione all’azione politica. Specie su pace, giustizia, sollecitudine per i più deboli. I forti hanno meno bisogno della politica. Del resto – non mi si fraintenda – il Vangelo evoca più le minoranze che non le maggioranze.
Luigi Franco Pizzolato
Nell’interessante intervento di Stefano Ceccanti, apparso su “Avvenire” (16 aprile 2026), La convergenza tra ispirazioni religiose e forze politiche progressiste si richiama inizialmente una definizione di forze progressiste che merita qualche precisazione.
Esse si caratterizzerebbero per l’adesione congiunta ai principi di uguaglianza (contro le destre) e di libertà “(anche contro la sinistra ispirata alle religioni secolari)”. Ma secondo questa definizione di Peces Barba, anche il liberalismo di per sé potrebbe vantare quella divisa, e lo si poteva dire veramente progressista di fronte all’Ancien régime (e magari allo schiavismo): ma non credo che il progressismo oggi si accontenterebbe di una definizione di questo tipo. Perché la storia si premura sempre di spostare i paletti del progresso. E soprattutto non possiamo ignorare che c’è stata per lo meno la questione sociale, che ha interessato anche i cristiani, e i cattolici in prima fila. La quale non s’accontentava dei principi di libertà e di uguaglianza come conquiste di parità giuridica, ma le voleva sostanziate di condizioni storiche sostanziali, cioè della possibilità di usare la libertà e di godere di un trattamento perequativo di posizione. Così il nostro compianto amico Ermanno Gorrieri, fondatore dei “Cristiano Sociali”, sosteneva che “non si possono fare parti uguali tra disuguali”. E non a caso la nostra Costituzione (art.3 c.2) proclama “compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
La libertà e l’uguaglianza nel vero senso progressista sono concetti che si giocano in un equilibrio che non è fisso e immobile, come presuppone un astrattismo giuridico, ma che va realizzato sanando perennemente gli scompensi della storia. Quei concetti non sono, come sembra ai più, lo statico “giusto mezzo” tra due eccessi (licenza-dittatura; uniformità-privilegio), il giusto mezzo che si individuava a priori, ma il medium platonico che è generativo, perché è lui che forma l’equilibrio riequilibrando gli sbandamenti storici legati alla libera decisione dell’essere umano, e quindi imprevedibili; non che lo riconosce come già dato in natura. C’è quindi un’operatività, non solo un riconoscimento, nei concetti di libertà e di uguaglianza: e questo è compito continuo (non una tantum) dell’azione politica. Quindi c’è modo e modo di esercitare libertà e uguaglianza: quello di matrice russoiana individualistica liberale che riconosce la uguale potenzialità dell’individuo ai fini della costruzione sociale; quello personalistico che si affida alla varia e imprevedibile storicità del legane sociale. Almeno su questi parametri più complessi vanno, secondo noi, ridefinite le forze progressiste, e distinte. E allora si potrebbero avere sorprese impreviste e difformità tra un progressismo teorico, formale, e un progressismo storico, sostanziale. E si valuterebbe meglio il ruolo che l’ispirazione religiosa può assumere nei confronti delle forze politiche.
Questo ruolo è (stato) sicuramente meglio tematizzato dal cristianesimo progressista che da quello di destra, che si consegna ad una identificazione viscerale identitaria e si limita a trasferire le istanze religiose in politica con una operazione che è o teocratica o più spesso cesaropapista: che in ogni caso acquista i tratti di una reciproca strumentalizzazione. Ma se si vuol dire che l’identità – come il carisma – attrae di più le masse, questo è constatabile storicamente (anche se storicamente se ne constatano anche i guasti prodotti), e non si accetta facilmente che istanze radicali globalistiche annullino il principio di identità. Identità che però va ben calibrata in sede cristiana. Qui infatti essa tende a dilatarsi. Il filosofo Gustavo Bontadini, già nel 1946, sottolineava – proprio in sede di una riflessione politica in casa cattolica (nell’ultimo numero, rimasto inedito, di “Cronache Sociali”) – il “mistero della frase “chi non è contro di noi è con noi” (Mc 9,40)”, la quale, dilatando lo spazio dell’identità (il “noi”) dalla specificità nostra alla non-avversione al noi, si limiterebbe – come fa la dottrina sociale cristiana – solo a “segnare i limiti oltre i quali il politico invaderebbe e sopraffarebbe il sacro e l’umano (in sintesi, il Cristo)” e porrebbe in essere “una realtà non cristianizzabile”. Solo in questo caso la differenza sarebbe tra identità e non identità, e diventerebbe irrimediabile. Questo ampliamento vuol dare di Cristo una rappresentazione tale che “nessuno trovi un pretesto per rifiutarglisi”. Tanto più che – lo si deve ammettere – l’identità cristiana stessa da un lato si accosta all’identità umana, dall’altro ha ampi spazi di rigenerarsi se la si vede sostanziata del principio di relazionalità, grazie al quale l’identità è vocazionalmente chiamata a confrontarsi e a trovare punti di contatto per una arricchita identità.
Chi non può convenire – con Ceccanti – che la politica debba cercare di acquisire il consenso (la vittoria), e un consenso quanto più maggioritario? Ma mi pare che si debba ristabilire quale sia il mezzo e quale il fine. Confondere i due porta ad una diversa concezione della politica. Se si vince tradendo le ragioni per cui si vuole vincere, lo strumento contraddice il fine. Lo so: il problema è complicato dal fatto che non è quasi mai questione di vincere tutto o di perdere tutto, ma casomai di vincere quello che si può e il più che si può o di perdere il meno che si può. O, noi diremmo meglio: di con-vincere (vincere insieme e persuadere) il più che si può.
Possiamo anche convenire con Ceccanti che la sinistra abbia avuto una “involuzione minoritaria”, che le ha fatto prediligere principi utopici e disattendere il principio di realtà (mancanza di mediazioni e di sostenibilità sociale) e risultare così repulsiva di un ampio consenso. Ma se l’esempio portato a sanazione di questo tradimento e proposto come ripresa di una vocazione maggioritaria è quello indicato nella “Terza Via”, a me pare che quello stravolgimento tra mezzo e fine si operi qui in maniera evidente: nel senso che il consenso si è cercato (e a volte ottenuto) proprio scardinando le basi di una politica auspicata dalla tradizione della sinistra popolare e cristiana e dalla stessa dottrina sociale della Chiesa: basandosi sulla meritocratica dello scarto e del liberismo; su una idea aziendalistica di politica che punta sull’efficienza che discrimina più che sulla inclusione che promuove. Se questo abbia significato un’interazione positiva dell’ispirazione religiosa con la società aperta, respice finem, osserva il risultato: che se questo è la cultura dello scarto, getta forte sospetto sulle sue premesse. Infatti, a proposito di pace, di ecologia, di migrazioni di popoli, di equità, quell’accordo ha portato ad una situazione che oggi non ha ampliato, ma ridotto, quasi fino all’annullamento, gli spazi di mediazione. Ed è il segnale che quella non è stata un’interazione positiva di culture, ma la partecipazione ad una comune decadenza.
E infine mi pare francamente bizzarra l’idea che l’odore delle pecore sia odore della maggioranza (o del mainstream o, chissà?, addirittura del maggioritario). Assumere l’odore delle pecore vuol dire vivere a contatto con chi ci è affidato in cura, non acquisendo una distanza padronale o paternalistica; immedesimandosi nelle sue necessità vitali: perdendo l’odore del padrone.
Odore delle pecore, insomma, significa non l’accettazione della quantità come criterio preferenziale, ma vicinanza ai bisogni del gregge che si avvertono vivendo insieme con il gregge e cogliendone i problemi. E che non di adesione ad una maggioranza di sentire si tratti, ma di una condivisione di sorte minoritaria, si deduce dal fatto che, guarda caso, nella parabola evangelica il buon pastore abbandona le 99 pecore (maggioranza assoluta, addirittura bulgara) per recuperare l’unica perduta (Mt 18,12-13; Lc 15,4), per valorizzare e reinserire la minoranza scartata. E casomai questo, paradossalmente, avesse qualcosa da spartire con la disputa tra sistema maggioritario e sistema proporzionale, mi parrebbe piuttosto che la parabola indichi una prevalente attenzione per la scelta della minoranza in crisi più che dell’efficienza della maggioranza. La quale deciderebbe probabilmente per la “Terza via” dell’abbandono della pecora sviata, che magari “se lo merita”.
Presumo che i Riformisti sceglierebbero le 99.
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