Sul voto referendario del 22 marzo si è detto e scritto molto, per cui può sembrare inutile aggiungere ulteriori considerazioni. Vorrei segnalare tuttavia un paio di punti sui quali si può (si deve?) ipotizzare un supplemento di riflessioni.
La Costituzione resiste alle modifiche imposte dalle maggioranze
Il primo riguarda la forza della nostra Costituzione che sembra voler resistere a tutti i costi a ogni cambiamento.
Nella storia repubblicana si sono finora svolte cinque consultazioni referendarie ai sensi dell’art. 138 della Costituzione. Tutte nel XXI secolo, dal 2001 al 2026, segno di un crescente disagio istituzionale (diciamo così), ma anche e soprattutto della volontà delle parti politiche di riplasmare a proprio piacimento la Carta del 1948, accantonando (incoscientemente) la lucida consapevolezza dei Padri e delle Madri della Repubblica, secondo cui le regole fondamentali devono essere stabilite concordemente tra parti avverse.
Il risultato è che ben tre referendum confermativi hanno visto la vittoria del “no”, in quanto sono stati trasformati in una sorta di plebiscito a favore del governo in carica, responsabile della proposta e dell’approvazione della revisione. Ciò è avvenuto nel 2006, quando il centro-destra di Berlusconi tentò di stravolgere radicalmente l’impianto costituzionale, introducendo tra l’altro il federalismo, l’elezione diretta del primo ministro e il monocameralismo, andando a toccare pure la composizione della Corte Costituzionale e del Csm. Si è ripetuto nel 2016, di fronte al progetto di Matteo Renzi, anch’esso volto a profonde trasformazioni, con il superamento del bicameralismo perfetto, la riduzione del numero dei parlamentari, la soppressione del Cnel e altro ancora. E, ovviamente, la vittoria del no si è verificata in questo 2026, con la bocciatura della proposta Meloni-Nordio in materia di ordinamento della magistratura. Il “sì”, quindi ha avuto successo soltanto nel lontano 2001, con le pasticciate modifiche al Titolo V in tema di autonomie locali, e nel 2020, con il facilmente prevedibile consenso alla demagogica riduzione del numero dei parlamentari.
Questa serie di insuccessi, al netto del peso delle contingenze particolari (la politicizzazione da parte dei governi via via coinvolti, il contesto internazionale come quest’anno, ecc.), sembra voler dire due cose.
La prima, che gli italiani hanno ancora la maturità politica di capire che i grandi cambiamenti delle regole devono essere frutto di un accordo tra tutti i partiti, e quindi almeno tra le principali forze di maggioranza e di opposizione. In mancanza di un arbitro, sono i giocatori che devono stabilire insieme a quali criteri soggiacere nel giocare la loro partita. Forse, però, sotto sotto c’è anche l’effetto di quanto ci è stato ripetuto (e abbiamo ripetuto) per decenni: la Costituzione italiana è la migliore del mondo. Ma se è così, perché cambiarla? Abbiamo introiettato, magari con un po’ di orgoglio patriottico e pure con un po’ di superficialità, questa convinzione e, di conseguenza, non comprendiamo la necessità di introdurre modifiche a colpi di piccone, come fatto da Berlusconi, Renzi e Meloni. Anche i più sprovveduti hanno finito per intuire che c’è da dubitare della bontà di revisioni forzatamente politicizzate.
Giovani d’oggi e società
La seconda riguarda il ruolo e le scelte dei giovani. Qui occorre soffermarsi un po’ di più. Personalmente, da storico qual sono, contesto le ricorrenti lamentele sui difetti dei giovani odierni. Esse, dopotutto, ricalcano quelle delle generazioni precedenti. Possiamo risalire all’indietro per secoli, per trovare la documentazione di come ogni generazione di padri si lamenti dei propri figli, ritenendoli privi di impegno, di volontà, di cultura. Qualcuno ricorda i “capelloni”, poi però divenuti “angeli del fango” ai tempi dell’alluvione di Firenze del 1966? In realtà è abbastanza frequente il fatto che gli adulti non si accorgano di quel che sta maturando nei più giovani, in quanto rimangono rinchiusi nei propri schemi. Nel 1960 anche i comunisti furono sorpresi per l’irrompere dei “ragazzi dalle magliette a strisce” scesi in piazza in nome della Resistenza contro le scelte del governo Tambroni: difatti i giovani del tempo erano considerati più interessati al divertimento e all’incipiente consumismo che non alla politica.
La convinzione di molti, oggi, è che i giovani si perdano dietro ai social e alle proprie fragilità, rifuggano da ogni tipo di impegno, siano in definitiva poco seri, e via dicendo. Ma è davvero così? In molti casi, sì, per il semplice motivo che le scelte esistenziali degli esseri umani sono pur sempre pluralistiche. Impossibile catalogare tutti sotto un’unica etichetta: anche nel mitico Sessantotto, solo una minoranza, per quanto intellettualmente vivace e rumorosa, si interessava alla politica e alla contestazione. In molti ragazzi odierni sono semplicemente diversi i parametri (e le esigenze) rispetto a quelli dei loro padri e nonni. Alla Chiesa chiedono una parola di vita e un’esperienza di comunità, mentre sembrano loro lunari i linguaggi ecclesiastichesi e le problematiche teologiche e pastorali degli ultimi decenni. Alla politica chiedono libertà, pace, garanzie per il futuro, compresa la tutela dell’ambiente in cui dovranno vivere. Non amano i discorsi teorici, ma sono pronti a entusiasmarsi di fronte a figure di uomini e donne che hanno lottato e sofferto per i loro ideali. Quanti possono appassionarsi per il dibattito sulle primarie del campo largo o le continue macerazioni della sinistra? Astruserie.
L’esperienza personale – prima con l’insegnamento universitario di una materia come Storia Contemporanea, poi con le iniziative educative dell’Anpi per i ragazzi delle superiori nella mia città (Legnano) – mi ha posto a confronto con studenti che apprezzano la storia se la si presenta come la concreta vicenda umana di persone (anche di politici, per carità) e, ancor più, con ragazzi che tendono a identificarsi con i loro coetanei che hanno fatto la Resistenza: valori quali la libertà, il coraggio, lo spirito di sacrificio, la coerenza personale appartengono anche al mondo dei giovani d’oggi (o, almeno, alla parte più viva di loro). Le testimonianze che questi ragazzi riportano ai loro compagni dopo essere stati in visita a Mauthausen, così come gli elaborati preparati per l’annuale concorso riservato alle classi delle medie (superiori e inferiori) mostrano una tendenza comune: quella di riappropriarsi della vita di persone come Tina Anselmi, Teresa Mattei, Ida D’Este o i partigiani e i deportati locali, immaginando di scrivere loro delle lettere oppure reinterpretandole in fantasiosi dibattiti televisivi o in interviste postume.
Una reazione salutare a un’immagine autoritaria di Stato
Torniamo al referendum. Credo che i diciottenni o i ventenni del 2026 abbiano percepito che in ballo non c’era solamente la separazione delle carriere e il doppio CSM, bensì un’idea di società più restrittiva, sullo sfondo di una torsione autoritaria e guerrafondaia in atto nel mondo. Con il timore che essa potesse influenzare in modo sempre più significativo anche l’Italia. Il voto del 22 marzo ha riflesso sia il fastidio di molti giovani per il modo di far politica oggi (e in questo la politicizzazione del referendum non ha certo giovato alla destra) sia la volontà di mettere un argine a un’idea di Stato sempre più concepito in termini repressivi e punitivi. L’afflusso dei giovani alle urne e il loro massiccio “no” alla revisione costituzionale va forse letto in connessione con tutti gli episodi avvenuti negli anni del governo Meloni: da una parte le manganellate ai ragazzi manifestanti, l’inasprimento delle pene per un’ampia tipologia di reati (o atteggiamenti ritenuti tali), forse anche talune norme surreali presenti nel decreto in discussione sul possesso dei coltelli; dall’altro l’incapacità di spendere una parola chiara di fronte al genocidio dei palestinesi, al bellicismo di Trump, ma anche di intervenire con politiche concrete a tutela dell’ambiente e di una migliore qualità della vita, per non parlare dei problemi della scuola e dell’università, oltre che delle prospettive di lavoro.
Più che difendere la Costituzione, vien da dire, si è voluto mandare un messaggio forte al governo di destra. Non c’è bisogno di aggiungere, perché lo hanno già detto in tanti, che tutto ciò non comporta affatto un futuro convinto sostegno ai partiti del “campo largo”, i quali dovranno sudare e tanto per conquistare e conservare il voto giovanile.

