Fin dalla prima riga si intuisce la direzione del testo, scandita dalla citazione che ne offre il titolo e fornisce la spina dorsale al ragionamento: il riferimento a una comunità proto-cristiana che aveva “poca forza”. Tra le sette Chiese dell’Apocalisse papa Leone – e prima di lui papa Francesco, che aveva avviato la stesura del documento – ha scelto Filadèlfia, la più fragile, la meno potente, in qualche modo la più povera e disarmata, per far risuonare un consolante “io ti ho amata”. Dilexi te: l’ultima esortazione apostolica del precedente pontefice, e la prima di quello attuale, è una specie di carezza – sobria, documentata, meditata – agli ultimi della terra e della storia.
Cambiare postura
Carezza che, a ben vedere, si apre con l’illustrazione di un’evangelica, apparente contraddizione. «I poveri li avete sempre con voi, ma non sempre avete me», scandisce Gesù ai discepoli nel testo di Matteo. Salvo promettere, pochi capitoli dopo, che «Io sono con voi tutti i giorni». Leone-Francesco ne ricavano che, là dove è il povero, è anche Gesù: «Il contatto con chi non ha potere e grandezza è un modo fondamentale di incontro con il Signore della storia» (DT, 5).
Ciò significa che nel guardare alla condizione dei più poveri, e nel valutare il significato e il valore storico della povertà, dobbiamo collocarci non «nell’orizzonte della beneficenza, ma della Rivelazione» (DT, 5). L’intera esortazione apostolica è, in effetti, un’articolata dimostrazione della necessità, che diventa chiamata, di spostarci non solo da uno sguardo di condanna e di esclusione, ma anche da uno sguardo paternalista e assistenzialista, nei confronti di chi soffre, di chi resta indietro, di chi non rientra nei canoni mondani del merito e del successo. È come se i due papi dichiarassero che è necessario cambiare postura nei confronti di chi è ai margini: non soggetti da aiutare (o non anzitutto da aiutare); al contrario, fratelli e sorelle, portatori di una parola di Vangelo. Esattamente la parola di Vangelo che interpella il senso profondo della nostra esistenza. Che ci spinge a non ritenerci garantiti e giustificati da modelli organizzativi, convenzioni, tradizioni, ideologie, poteri, patrimoni. Che, in definitiva, ci chiede di convertirci. Cioè di cambiare i criteri alla luce dei quali viviamo, come singoli, come membri di una comunità, come società.
Il povero, che nella storia è sempre l’“altro che ci interpella”, come Gesù lo è nella coscienza, viene inquadrato sin dai primi paragrafi della Dilexi te non come destinatario di una più o meno sincera opera di bene, ma come specchio delle nostre relazioni, personali e sociali. Fratello, o sorella, che ci sollecita a esaminare, ed eventualmente rivedere i criteri del nostro agire, rivelando l’autenticità della nostra carità. Lezione esigente, anche e soprattutto per chi – come Caritas – sull’«esercizio della carità […] nucleo incandescente della missione ecclesiale» (DT, 15) intende fondare la propria missione quotidiana.
Potenza trasformativa
Dopo aver delineato la prospettiva spirituale e filosofica che attraversa tutto il testo, l’esortazione apostolica entra in una ricognizione ampia e puntuale del ruolo centrale che “il grido del povero” ha assunto nel cristianesimo: dai libri dell’Antico Testamento ai recenti sviluppi della dottrina sociale della Chiesa, dal Gesù dei Vangeli alle innovazioni del concilio Vaticano II, dall’esemplarità degli Ordini mendicanti alla coraggiosa concretezza dei santi sociali (accanto agli indigenti, ai carenti di educazione, ai malati, ai migranti), dalla saggezza dei Padri della Chiesa e dalle intuizioni del monachesimo medioevale sino al dinamismo dei movimenti popolari odierni.
Ripercorrendo in forma sintetica il lascito di tutte queste esperienze storiche, il documento ricava un’evidenza lampante: la carità, intesa come apertura d’amore nei confronti di tutti gli uomini, a partire dai più fragili e inermi, quando è autentica è una forza in grado di cambiare la realtà. Di trasformarne la comprensione e di reindirizzarne le pratiche e le sorti. Non uno “sgocciolamento” di attenzioni e risorse residuali da chi può a chi non può. Non la messa sotto tutela di intere porzioni di società, a fini di controllo e di mera sopravvivenza. Ma un’autentica potenza storica di cambiamento. Un vento di liberazione dalle ingiustizie. Una forza trasformativa della realtà.
L’opzione “preferenziale” per i poveri si conferma, nella lezione della Dilexi te, una «forma speciale di primazia nell’esercizio della carità cristiana» (DT, 87). Nel solco di una bimillenaria storia di impegno ecclesiale e sulla scia dell’insegnamento dei pontefici dalla seconda metà dell’Ottocento in poi, tale preferenza non si limita a sollecitare la conversione spirituale e delle prassi individuali. È invece la sorgente a cui attingere per analizzare, denunciare e cercare di risolvere le “cause strutturali” della povertà, le “strutture di peccato” che incatenano, in vario modo e varia misura, in forme più o meno drammatiche, violente e degradanti, consistenti parti dell’umanità.
«È compito di tutti i membri del Popolo di Dio far sentire, pur in modi diversi, una voce che svegli, che denunci, che si esponga […]. Le strutture d’ingiustizia vanno riconosciute e distrutte con la forza del bene, attraverso il cambiamento delle mentalità ma anche, con l’aiuto delle scienze e della tecnica, attraverso lo sviluppo di politiche efficaci nella trasformazione della società» (DT, 97): con parole che più esplicite non potrebbero essere, Francesco-Leone chiamano a raccolta i fedeli cristiani, ma anche la responsabilità di chi studia, di chi amministra, di chi comunica, di chi governa, al fine di combattere la povertà alla radice, con l’obiettivo di rovesciare iniquità e disuguaglianze che delle povertà sono all’origine, non accontentandosi di lenirne gli effetti.
«Tanto l’annuncio quanto l’esperienza cristiana tendono a provocare conseguenze sociali», scandisce l’esortazione (DT, 97): chi ha fede in Gesù è costitutivamente chiamato a essere lievito e sale di un modello di comunità umana differente, alla realizzazione del quale sono esortate a cooperare le forze migliori della società.
Cornice condizionante
Dalla prospettiva storico-ermeneutica, a quella antropologica. Perché va bene mettere a fuoco e in ordine le idee, ma quando si tratta di povertà al centro devono essere messe le persone. Ogni persona. Nella sua irriducibile singolarità. «I poveri non ci sono per caso o per un cieco e amaro destino. Tanto meno la povertà, per la maggior parte di costoro, è una scelta. Eppure, c’è ancora qualcuno che osa affermarlo, mostrando cecità e crudeltà» (DT, 14).
Cecità. Crudeltà. I papi non hanno paura di chiamare le cose con il loro nome. Relegare le povertà nell’ambito delle colpe, delle sole negligenze morali di chi cade nell’indigenza, è una visione miope e distorta. E un atto di vera e propria insensibilità umana. Certo, tante biografie dei margini sono segnate da svolte (dipendenze, rotture famigliari e relazionali, cattivo impiego delle risorse, inerzie, furbizie) di cui i protagonisti recano, in qualche modo, la responsabilità: non la si può negare, senza negare la libertà, e dunque la dignità umana di colui o colei che vede inabissarsi la propria traiettoria esistenziale nei sottosuoli della storia. E però la Dilexi te è categorica, nell’invitarci a smettere di pensare alla povertà come a una condizione individuale, che riguarda esclusivamente la persona che ne è portatrice. Le “strutture di peccato” di cui si è detto sono infatti cornice potentemente condizionante (e spesso inesorabilmente determinante) le traiettorie di impoverimento, marginalizzazione, esclusione sociale, e anche quelle di potenziale riscatto: se non ammettessimo che la povertà è fenomeno e sfida storica di cui siamo tutti corresponsabili, gettandone il peso sulle precarie spalle di chi la subisce, non faremmo pratica di onestà. Né morale, né intellettuale.
Questa corresponsabilità ci conduce peraltro a incrociare il cammino sinodale compiuto dalla Chiesa universale negli ultimi anni. Cammino in virtù del quale non è sufficiente che essa si qualifichi come “Chiesa povera per i poveri”. Ma che pretende che essa si lasci evangelizzare dai poveri. E si strutturi dunque come “Chiesa con i poveri”. Non è un mero scarto linguistico (anche se, forse, dovremmo abituarci a evitare di categorizzare sin dal momento in cui pensiamo e parliamo: di fronte a noi abbiamo non “poveri” ma “persone in povertà”, da non ridurre, definendole, alla condizione del loro bisogno). È, piuttosto, un mutamento di prospettiva relazionale, che si sforza di riconoscere sempre l’altro, ogni altro, anche colui che è segnato da fragilità, debolezze, necessità, come portatore anche di doni, di risorse, di punti di forza, di capacità. La Chiesa – e noi in essa – si evangelizza davvero se cerca di spostarsi da una logica di accoglienza, di assistenza, di benevolenza (dirette o concesse al povero, per quanto doverose) a una logica di riconoscimento e di comprensione del pieno valore di ogni alterità (in quanto tale). Alterità che, nella sua irriducibile originalità e complessità, è condizione di ogni reciprocità possibile.
Non rinunciamo all’elemosina
Perché Dilexi te, «Ti ho amato», lo si può dire con verità non alla rappresentazione sociologica e ideologica di quello che chiamiamo povero, ma solo all’uomo e alla donna di cui tocchiamo la carne, al fratello e alla sorella di cui ci facciamo prossimi lungo la strada.
Rivelazione. Trasformazione. Riconoscimento. Reciprocità. La freccia ermeneutica della Dilexi te segue una traiettoria logica chiarissima. E punta a un finale per certi versi a sorpresa. Ma capace di riannodare in un’immagine i tanti fili del discorso. «L’amore e le convinzioni più profonde vanno alimentate, e lo si fa con gesti. Rimanere nel mondo delle idee e delle discussioni, senza gesti personali, frequenti e sentiti, sarà la rovina dei nostri sogni più preziosi. Per questa semplice ragione come cristiani non rinunciamo all’elemosina». Che «non sarà la soluzione alla povertà nel mondo, che va cercata con intelligenza, tenacia, impegno sociale. Ma noi abbiamo bisogno di esercitarci nell’elemosina per toccare la carne sofferente dei poveri» (DT, 119).
(Foto: Vatican media)


Questa analisi di *Dilexi te* è affascinante, ma devo ammettere che lidea di far evolvere la Chiesa in Chiesa con i poveri suona un po come chiedere a un formaggio di diventare più molle – la logica è lì, ma il processo fa pensare. E poi, la parte sullaelemosina: non è la soluzione, ma ci serve per toccare la carne sofferente. A volte mi chiedo se invece di toccare la carne sofferente, non sarebbe più efficace mettere una mano sul cuore… o su un bonifico bancario. La conversione spirituale è importante, ma a volte sembra che ci si converta più da elemosinieri che da veri cambiamenti strutturali. La corresponsabilità è una parola pesante, ma forse la prossima volta si potrebbe provare a dire grazie per il panino, ma la povertà non è una condizione personale, è un sistema complesso. Sarebbe un inizio.