Riprendo quanto scritto qui da Luciano Caimi nella rubrica Rassegne a proposito degli articoli apparsi sul “Merito” (lo scrivo così, perché intorno a questo concetto si è aperto un appassionato dibattito politico) e sul suo inserimento nella nuova denominazione del Ministero della istruzione. Sono state fatte tante interpretazioni che si sono succedute sui giornali nelle scorse settimane. La maggior parte delle riflessioni, si sono concentrate sull’importanza di rivalutarlo al fine di premiare la qualità dell’impegno e del lavoro svolto da chi può essere definito dotato… di un talento giudicato meritevole. Renderlo significativo – diciamo così – a valle più che a monte, per i frutti che si hanno, a vantaggio dell’intero Paese e a dispetto di quel “uno vale uno” che, seppur adottato per altri contesti, è finito per diventare una sorta di slogan egualitario malamente utilizzato con insistenza.

Penso sinceramente che non ci sia alcuna persona dotata di buon senso che possa invece apprezzare il demerito e premiare solo l’appartenenza. Anche senza andare alla paradossale domanda “Chi vorreste come chirurgo in un momento delicato? Uno bravo o uno della tua parte politica?”. Facile risposta. Penso sia utile, però, contribuire alla riflessione con alcune considerazioni di diverso tipo.

Dato per condivisibile il pensiero di chi ritiene decisive le condizioni di partenza (socio-economiche e culturali) dei giovani che si preparano a coltivare e a valorizzare i propri talenti, e le analisi di chi dice che accanto al merito giocano, spesso, situazioni casuali (fortuna) che incidono in modo determinante sulla “svolta” di vite “meritevoli”, parto da una distinzione di base: la valutazione del merito può essere includente, (esempio: quando all’interno di una classe scolastica si può, paradosso, ma fattibile, perché no, valutare tutti meritevoli e premiarli senza pregiudicare alcuno); o, al contrario, escludente quando in una graduatoria di un concorso per un posto, si deve far vincere un solo “meritevole” ed escludere gli altri (mettiamo) nove partecipanti.

In entrambi i casi bisogna, a mio avviso rispondere ad una serie di domande: chi valuta il merito; con quali parametri; come renderli pubblici e – se è il caso- rivedibili; come contestare un giudizio di merito (se si ritiene non sia stato rispettoso delle regole di base), chi e come, a sua volta, giudica e premia coloro che valutano il merito.

Insomma, la storia del merito, per essere giustamente ed efficacemente applicata, richiama una serie di altre questioni ad esso connesse. Ma se per il primo caso esiste un sistema (quello scolastico) che, seppure strutturato e consolidato negli anni, lascia (per costituzione) una certa libertà agli insegnanti (i valutatori del merito), per la seconda categoria delle valutazioni “escludenti”, il sistema si deve fare necessariamente più rigido e vincolante, per non correre il rischio di creare ingiustizie e squilibri: sovra premiare il merito quando non c’è, o, viceversa, penalizzarlo quando invece appare evidente.

Aggiungo: si potrebbe dire che la prima situazione nasce da una concezione della società e dalla comunità fondata su uno spirito cooperativo e la seconda su uno spirito competitivo. Il primo, in cui l’insieme dei valori è a beneficio di tutti e anche chi non ne ha o ne ha di meno si avvantaggia con il consenso di tutti; e l’altro in cui solo alcuni possono (giustamente) vincere e convincere… Nulla di male, anzi, la società democratica è più fertile e felice se riesce a stimolare e a far vivere entrambi: smussandone gli eccessi; intuendone momenti, periodi storici e contesti sociali in cui accreditarne in maggior misura l’uno o l’altro; addirittura facendoli a volte convivere (si vedano, ad esempio parziale, aziende tecnicamente fallite ma riabilitate sul mercato perché rilevate da cooperative di lavoratori).

Ora, però, mi pare che ci troviamo in un dibattito che tende a fare emerge l’uno (il secondo, la competizione, favorita dal mercato come presunto adattatore dell’efficienza), a discapito del primo (la cooperazione, che rischia di appiattire e rendere tutti forzatamente uguali senza valorizzare le differenze meritevoli). Una contrapposizione concettuale che non fa premio, a mio avviso, di un giusto ed efficace concetto di merito. Il tutto, nasce, alla fine dei conti e banalmente, da un originario concetto di partenza. Quello ritenuto presente nel Dna delle relazioni tra gli esseri umani. Se si ha l’idea che naturalmente e irrimediabilmente si è l’uno contro l’altro (homo homini lupus), che l’uomo non può fare a meno di confliggere, allora la competizione va sostenuta, al limite sì, regolamentata e gestita, ma ritenuta pur sempre il miglior modo di giudicare e valorizzare meriti e competenze. Se, invece, le relazioni positive, quelle che dalla somma dei valori dei singoli generano un di più di valore a beneficio di tutti (la solidarietà è, al netto dell’aspetto etico, una di queste), allora la cooperazione resta non solo idealmente valida, ma anche utile e intelligentemente preziosa. Una collettività (piccola o grande che sia, come quella statale) può decidere di procedere a mo’ di pendolo, oscillando tra uno e l’altro profilo. Ma chi fa politica e guida le scelte di governo di un Paese, deve rendere chiare le proprie posizioni, senza ingannare chi ascolta camuffandole con presunte oggettività da condividere forzatamente.

 

 

Crediti foto: Florian Schmetz su Unsplash

  • Vittorio Sammarco

    Giornalista pubblicista, docente di Comunicazione politica e Opinione Pubblica, Università Pontificia Salesiana.