I detrattori di Sigfrido Ranucci e del suo lavoro giornalistico possono finalmente dare libero sfogo al loro accanimento polemico covato da tempo. Al punto da sostenere – chi esplicitamente, chi in forma allusiva – che egli fosse consapevole o addirittura corrivo con il proposito di Valter Lavitola di ordire un attentato volto a fare lievitare le chance di una sua ascesa ai vertici della politica. Tesi francamente già di suo piuttosto bislacca se non delirante, come osservato dal legale di Ranucci. Tesi poco plausibile nella stessa testa di Lavitola, un faccendiere spregiudicato e tuttavia non uno sprovveduto politicamente. Tesi smentita dai magistrati che l’hanno messa a verbale asserendo che Ranucci è semmai la vittima. E, in una vicenda oscura e inquietante che ha fatto irruzione nella contesa politica e nella sua esasperata polarizzazione, è saggio dare credito alla versione terza dei magistrati, che hanno dato prova di serietà ed efficacia. Scovando esecutori e mandanti, non abboccando alla versione di Lavitola e riservandosi di appurare il reale movente.
Del resto, come credere a un Lavitola pronto ad affrontare il carcere per un atto d’amore (sic) o anche per un ideale politico di sinistra? I politici e i media di destra ora, non a torto, non lesinano aggettivi pesanti per definire il profilo di Lavitola: pluripregiudicato, faccendiere, ricattatore …. Aggiungerei doppiogiochista. Merita rammentare agli smemorati che gli episodi di singolare rilievo politico che gli hanno procurato condanne sono due: la compravendita dei senatori che sortì la caduta del secondo governo Prodi e la rivelazione della casa di Montecarlo che segnò la fine politica di Fini dopo la sua rottura con Berlusconi. Servigi resi a una precisa parte politica. Per inciso: il primo dei due casi, di tale portata, da cambiare il corso politico del paese. Eppure, sorprendentemente, archiviato senza che il mandante-beneficiario politico, come minimo, lasciasse l’agone politico. Solo in Italia ….
Dunque, sino a prova contraria, Ranucci è la vittima. E sta pagando un prezzo salato. Tuttavia – va detto – un po’ ci ha messo del suo a motivo della stretta amicizia intessuta con Lavitola. Amicizia sconcertante e imbarazzante. Che non può essere derubricata a mero rapporto con una fonte. Un po’ troppo sbrigativamente altri affermati giornalisti, delle due principali testate, Paolo Mieli e Stefano Cappellini, che avrebbero cooperato a mettere a punto il noto sondaggio ideato da Lavitola (e che, poco plausibilmente, avrebbero dato consigli sul questionario ignorando chi fosse il soggetto di cui testare il consenso), se la sono cavata osservando che il giornalista non va per il sottile nel frequentare le sue fonti. A differenza dei politici. Tesi assai discutibile.
Vero è che Ranucci è andato oltre, cedendo alle lusinghe del sondaggio di un amico a dir poco controverso del quale era d’obbligo diffidare e facendo così un grave danno a lui, alla redazione di Report, al giornalismo d’inchiesta oggi ridotto al lumicino. Nonché alla causa della Rai quale servizio pubblico non asservito al governo, tanto da condurre al paradosso di costringere lui a rispondere al codice etico aziendale che misura la sua lealtà e che sarà suggellato da una sentenza facilmente prevedibile in quanto dettata da una dirigenza che lo ha sempre mal sopportato. Chissà che qualche “mente finissima” non avesse previsto tutto.
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