La notizia dell’annuncio del governo Netanyahu di non riconoscere come vincolante un’ordinanza provvisoria della Corte Suprema israeliana relativa all’autorità di regolazione delle televisioni commerciali ha suscitato polemiche e riacceso un dibattito sulla condizione della democrazia in Israele.

Le democrazie si comportano sempre meglio degli autoritarismi?

L’idea dello Yishuv prima e di Israele poi come bastione delle democrazie occidentali in Medio Oriente è antica ed è stata alimentata nel corso della Guerra fredda dagli stessi governi israeliani, oltre che dai gruppi di pressione filo-israeliani in Occidente. Ancora oggi questa immagine resiste, attraverso l’espressione “Israele unica democrazia in Medio Oriente”, che è la formula prescelta da chi contrappone lo Stato ebraico a tutti gli altri soggetti regionali, quasi a stabilire una gerarchia morale fra Israele e gli altri attori, facendo derivare dal carattere democratico del primo una legittimazione delle sue azioni.

La questione apre a numerose riflessioni, che qui si possono solo accennare. Anzitutto, sul piano giuridico, una democrazia ha un valore maggiore di un regime autoritario? Certamente ce l’ha sul piano morale, perché in linea generale garantisce maggiori diritti e libertà ai propri cittadini di una dittatura o di una democrazia incompiuta. Ma questo atteggiamento non si manifesta necessariamente anche nella proiezione esterna, verso altri soggetti: anche democrazie consolidate e paesi campioni della cultura dei diritti umani hanno condotto (e conducono) guerre di aggressione, operazioni neocoloniali e interventi volti a modificare – spesso destabilizzandoli – ordinamenti di altri Stati o di intere regioni.

Il ruolo di Israele nell’incremento delle tensioni regionali è largamente riconosciuto: diversi casi possono confermare o quanto meno far riflettere su questa tesi: dall’operazione nel Sinai del 1956 all’invasione del Libano nel 1982, fino alle operazioni militari nella Siria post-Assad – queste ultime avvenute prima che le nuove autorità avessero manifestato una concreta intenzione o capacità offensiva verso Israele.

Israele baluardo della democrazia?

Più complesso è ragionare sulla natura della democrazia israeliana. Ci sono alcuni dati incontrastati: in Israele le elezioni sono libere e competitive; l’opposizione può vincere e vi è stata più volte alternanza al governo; esiste un ampio pluralismo partitico, che rappresenta anche la minoranza palestinese di cittadinanza israeliana; il sistema giudiziario ha conservato una sostanziale autonomia dal governo e il dibattito pubblico è vivace e conflittuale.

Tuttavia, fin dalla sua fondazione la democrazia israeliana si è differenziata dalle altre occidentali e negli ultimi anni sono cresciuti i segnali di una sua sofferenza: beninteso, Israele non è l’unica democrazia del mondo ad arretrare, ma il processo sta per certi versi subendo un’accelerazione negli ultimi anni, proprio mentre da più voci si enfatizza una sua presunta eccezione democratica. Possiamo dire che Israele ha sviluppato diversi regimi politici, differenziatisi secondo vari criteri (cittadinanza, residenza, territorio, origine nazionale). Con qualche semplificazione, si possono a questo proposito immaginare tre cerchi concentrici in cui collocare le persone sottoposte alla giurisdizione israeliana: in tutti e tre i diritti si sono ristretti, sebbene con strumenti e tempi diversi, per effetto di decisioni assunte dai governi, sostenuti da una parte consistente dell’elettorato.

Israele e i palestinesi dei Territori

Nel cerchio più esterno vi sono i palestinesi dei Territori occupati, che sono da sempre la categoria più esposta, soprattutto nel confronto con i coloni israeliani che vivono negli insediamenti illegali della Cisgiordania. Come abbiamo già segnalato in precedenza, l’ultimo governo Netanyahu ha fortemente promosso le politiche di colonizzazione della Palestina e ha coperto le violenze dei coloni sulla popolazione locale, in un quadro di complessivo deterioramento delle condizioni di vita quotidiana e di inasprimento anche dell’azione dell’esercito, che sempre più spesso si è collocato al fianco dei coloni. Dopo il 7 ottobre 2023, questa traiettoria si è ulteriormente accentuata, aggravando la crisi in più direzioni. Si pensi per esempio agli sfollamenti forzati di decine di migliaia di civili dai campi profughi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams nel gennaio del 2025. Secondo Peace Now, inoltre, dall’inizio del 2025 ai primi mesi del 2026, le autorità hanno approvato un piano-record di costruzione di nuovi insediamenti nei Territori, mentre secondo HaMoked, ong israeliana che offre supporto legale ai palestinesi, nel luglio del 2026 si registravano oltre 3.200 palestinesi in detenzione amministrativa. Tutto questo nell’area non soggetta alle operazioni militari a cui assistiamo a Gaza, dove organizzazioni internazionali e soggetti indipendenti hanno documentato distruzioni estese e gravi violazioni del diritto internazionale umanitario. Negli anni più recenti il discorso pubblico ha sdoganato espressioni e proposte che fino a pochi anni fa sarebbero state inconcepibili: dall’auspicio che il villaggio palestinese di Huwara fosse raso al suolo, dopo che uno dei suoi 6.000 abitanti aveva ucciso due coloni israeliani (Bezalel Smotrich), all’evocazione di una distruzione completa di Gaza con i suoi abitanti confinati in riserve o costretti ad andarsene (ancora Bezalel Smotrich). Dal 30 marzo 2026, una nuova legge prevede che siano soggetti a pena di morte i palestinesi dei Territori occupati che si rendano responsabili di atti giudicati come terrorismo da un tribunale militare, mentre i coloni israeliani che commettano gli stessi atti terroristici politicamente motivati continueranno a essere sottoposti a un diverso sistema della giustizia civile.

Israele e i palestinesi di cittadinanza israeliana

I palestinesi di cittadinanza israeliana, dal canto loro, hanno vissuto fasi alterne: fino al 1966, pur essendo formalmente cittadini israeliani, erano soggetti alla legge militare. Per questa ragione, una parte della storiografia ha descritto l’Israele delle origini come una democrazia fortemente limitata. Per questa popolazione la situazione è sempre stata migliore che per i palestinesi dei territori occupati, ma – anche se nel tempo la loro titolarità dei diritti politici non è venuta meno – il sistema nel suo complesso ha prodotto forti ineguaglianze. Nel loro caso, i dati (che comprendono anche le minoranze non palestinesi) mostrano un divario amplissimo in termini di livelli di povertà, salario medio, istruzione, diritto alla salute e altri parametri, rispetto agli israeliani ebrei. Perfino la protezione dai pericoli della guerra è ineguale: meno dello 0,5% dei rifugi antimissilistici israeliani è collocato nelle “località arabe”. Gli anni più recenti hanno visto deteriorarsi anche la loro posizione di cittadini uguali di fronte alla legge. Una serie di iniziative governative ha promosso la loro progressiva esclusione dal recinto della comunità nazionale, sia sul piano culturale che su quello giuridico. La legge sulla Nakba del 2011, per esempio, prevede che il ministero delle Finanze tagli risorse ad associazioni o municipalità che ricordino la nascita di Israele (che coincide con la commemorazione della tragedia palestinese) come giorno di dolore, impedendo così ai cittadini di origine palestinese di rievocare un evento non riconosciuto dalla comunità maggioritaria. La contestata legge di base del 2018 intitolata “Israele come stato-nazione del popolo ebraico”, inoltre, ha costituzionalizzato questa asimmetria tra le comunità, riservando al popolo ebraico l’esercizio dell’autodeterminazione e introducendo un elemento etno-nazionale nella definizione della comunità israeliana. Ma, accanto ai passaggi legislativi più o meno incisivi nella vita quotidiana dei cittadini palestinesi di Israele, a preoccupare i rappresentanti di quest’ultima comunità è la crescente ostilità che serpeggia nei discorsi dei politici di vertice, che considerano sempre più le identità altre come un pericolo per la coesione e la stabilità dello Stato. Nel 2022, l’allora deputato Itamar Ben-Gvir, oggi uno dei falchi dell’esecutivo guidato da Netanyahu, propose di punire in modo diverso i cittadini che avessero compiuto atti violenti contro membri delle forze armate: gli ebrei avrebbero affrontato il carcere a vita, gli arabi sarebbero stati privati della cittadinanza e deportati altrove (e suggeriva l’Europa). Con loro se ne sarebbero dovuti andare anche i deputati considerati “infedeli” a Israele.

Israele e gli israeliani ebrei

Il cerchio più interno è costituito dagli israeliani ebrei. Anche per loro gli standard democratici hanno a lungo differito rispetto ai paesi occidentali: si pensi in particolar modo alla legislazione matrimoniale, largamente assoggettata all’autorità religiosa fin dalla nascita di Israele. La lunga stagione della destra al potere ha accentuato l’erosione dei diritti anche degli israeliani ebrei. La battaglia del governo Netanyahu per riformare il sistema esistente di controlli sull’esecutivo conteneva certamente un tentativo di indirizzare l’evoluzione della complessa vicenda giudiziaria personale del primo ministro, ma rientrava anche in uno schema, comune a molti partiti e governi di estrema destra in Occidente, di attacco alla separazione dei poteri in favore di una deriva plebiscitaria e autocratica. Il progetto complessivo di riforma è stato temporaneamente sospeso nel marzo 2023, ma riprese nei mesi successivi e, dopo il 7 ottobre di quell’anno, ha proseguito in forma più frammentata. La decisione di ignorare il pronunciamento della Corte Suprema cui si è fatto cenno all’inizio è stata identificata da più parti come un segnale pericoloso di un’intensificazione dell’offensiva contro la divisione dei poteri, se non addirittura un viatico per una “crisi costituzionale”. Anche in questo caso, oltre ad alcuni passi giuridicamente rilevanti, il clima politico aiuta a delimitare un confine tra due campi radicalmente contrapposti. La caccia al “nemico dello Stato” è per il momento soltanto verbale: un deputato della maggioranza ha proposto nel 2023 di arrestare i leader dell’opposizione contrari alla riforma del sistema giudiziario (Zvika Fogel), mentre l’inizio della guerra a Gaza ha moltiplicato le accuse degli ambienti governativi verso esponenti critici dell’opposizione (Ben Gvir, Tally Gotliv). L’asprezza del linguaggio, va da sé, appartiene anche alle opposizioni al governo. Tuttavia in questo momento è alla coalizione di Netanyahu – che ha dominato la politica di governo dal 2009, salvo la parentesi compresa fra il giugno 2021 e il dicembre 2022 – che bisogna guardare con attenzione per comprendere dove va la democrazia israeliana.

Conclusioni

In definitiva, se non è corretto definire Israele un paese non democratico, è altresì percepibile una traiettoria di lungo periodo che ha visto i contrappesi liberali messi in discussione e il clima politico notevolmente deteriorarsi a favore di una visione etno-nazionale e autoritaria. Questo processo, lungi dall’essere un’anomalia che interessa unicamente Israele, nello stato mediorientale assume un significato specifico, non solo per la pretesa di Tel Aviv, rilanciata dai suoi sostenitori occidentali, di rappresentare un’isola felice di democrazia e di diritti in un’area dominata da autoritarismi (salvo preferire rapporti privilegiati con questi ultimi, se allineati, e non con le democrazie europee, se critiche), ma anche perché tende a rendere più complicata e in ultima analisi improbabile una soluzione alla questione palestinese che consideri la controparte un soggetto depositario di diritti.

Crediti foto: Anthony Baratier, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons
Descrizione: Interno della Corte Suprema di Israele, Gerusalemme

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    Ricercatore di Storia contemporanea presso l’Università Iulm di Milano.