Nel 2021, il gas naturale costava circa 20 euro per megawattora. Nel 2022, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, ha toccato i 300. Nel 2025, con una nuova crisi in Medio Oriente, il prezzo è risalito del 50% in dieci giorni. Le famiglie italiane conoscono bene le conseguenze: bollette triplicate, riscaldamento razionato, scelte difficili tra spese essenziali.

E la differenza con il resto d’Europa non è piccola. Secondo i dati Eurostat del primo semestre 2025, le famiglie italiane pagano l’elettricità 0,329 euro per kilowattora — il quarto prezzo più alto dell’intera Unione, contro una media di 0,29 euro. Per il gas, l’Italia è al terzo posto in Europa. Non è sfortuna: l’Italia importa circa il 70% del proprio fabbisogno energetico sotto forma di combustibili fossili, contro una media europea già elevata del 57%. Ogni volta che i prezzi salgono sui mercati internazionali, le famiglie italiane pagano il conto più salato.

Abbiamo capito la sfida: la lontana origine del Green Deal

La buona notizia è che l’Europa ha capito il problema e ha deciso di affrontarlo. La transizione energetica non è un capriccio: è la risposta più concreta a una dipendenza strutturale che rende le nostre famiglie e imprese vulnerabili.

La transizione energetica non è nata con la guerra in Ucraina, né con il Green Deal del 2019. Ha radici molto più lontane. Già negli anni Ottanta la comunità scientifica documentava il legame tra emissioni di gas serra e riscaldamento del pianeta. Nel 1988 nasceva l’International Panel on Climate Change (Ipcc). Nel 1992, al Summit della Terra di Rio, i governi riconoscevano la necessità di agire. Nel 1997, il Protocollo di Kyoto fissava i primi obiettivi vincolanti.

Ma è stata la mobilitazione dei cittadini a trasformare una questione scientifica in priorità politica. I Fridays for Future, con milioni di giovani in piazza dal 2018, hanno reso impossibile ignorare l’urgenza. L’accordo di Parigi del 2015 aveva già fissato il quadro: limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali, obiettivo che richiede una trasformazione profonda dei sistemi energetici entro metà secolo.

È in questo contesto che nel 2019 la Commissione europea ha presentato il Green Deal: un programma per la neutralità climatica entro il 2050, con obiettivi vincolanti e strumenti concreti. Non solo ambientale, ma strategia industriale ed economica: ridurre la dipendenza dai fossili significa più autonomia, prezzi più stabili, più lavoro europeo. La guerra in Ucraina ha poi accelerato tutto: REPowerEu ha ridotto le importazioni di gas russo del 70% in due anni. Il Clean Industrial Deal del 2025 ha portato la decarbonizzazione al cuore dell’economia produttiva. AccelerateEu, nell’aprile 2026, ha tradotto tutto in numeri: cento gigawatt di nuove rinnovabili all’anno, tempi di autorizzazione ridotti a due anni entro fine 2026, capacità di accumulo quadruplicata entro il 2030.

La centralità delle energie rinnovabili

Il racconto che le energie rinnovabili siano costose e insufficienti è sempre meno credibile. Nel 2025, per la prima volta, le rinnovabili hanno superato il 50% della produzione elettrica europea. Il solare fotovoltaico è diventato la fonte di energia più economica della storia: un kilowattora solare costa oggi dieci volte meno di quanto costasse nel 2010. In Germania, le rinnovabili coprono già oltre il 55% del consumo elettrico. In Spagna, nelle ore di pieno sole e vento, il prezzo dell’elettricità scende quasi a zero. E i prezzi sono più bassi che in Italia.

L’intermittenza, cioè quando non c’è sole o vento, ha risposte concrete: batterie di accumulo, reti intelligenti, pompe di calore che fungono da volano di flessibilità. Ed è qui che entra l’efficienza energetica: un edificio ben isolato o un impianto industriale ottimizzato non producono energia, ma ne consumano meno, alleggerendo la rete esattamente quando serve. Efficienza e rinnovabili non sono alternative: si completano.

Quanto al lavoro, i dati Eurostat mostrano che l’economia verde europea occupa 5,8 milioni di persone, con la riqualificazione degli edifici come principale motore di crescita. In Italia, secondo stime Eu-Ase, il settore delle rinnovabili e dell’efficienza energetica impiega già circa 1,2 milioni di persone, in lavori che non si delocalizzano: un cappotto termico si installa dove c’è l’edificio.

Resistenze e ostacoli non mancano

Se la direzione e i vantaggi sono chiari, perché la transizione incontra ancora tante resistenze? Parte della risposta sta negli interessi di chi ha costruito il proprio modello di business sui combustibili fossili. EniI ha chiuso il 2024 con circa 5,8 miliardi di utile netto, Snam con 1,3 miliardi. Sono aziende con azionisti e strategie legate all’infrastruttura del gas e molto vicine alla politica. Riconoscerlo non significa demonizzarle, ma capire che le loro pressioni politiche  Corporate Europe Observatory ha documentato oltre 250 milioni di euro spesi in dieci anni dalle major petrolifere per influenzare le istituzioni Ue hanno contribuito a rallentare normative e obiettivi.

Il caso italiano è emblematico. Mentre il Consiglio europeo di marzo 2026 ribadiva: transizione accelerata, rinnovabili, efficienza, il governo ha deciso di tenere in “caldo” il carbone a Civitavecchia e preparava norme per prolungare il gas. Nel frattempo, 326 gigawatt di impianti rinnovabili – quattro volte il fabbisogno al 2030 – attendono i permessi, in media sette anni ciascuno.

La proposta nucleare, rilanciata in Italia e in alcuni paesi europei privi di centrali esistenti, merita una valutazione sobria: a parte tutte le considerazioni legate a sicurezza, inquinamento, accettazione sociale, un reattore nuovo richiede 15-20 anni e decine di miliardi per diventare operativo. Le rinnovabili si installano in mesi, se si eliminano gli ostacoli burocratici. Presentare il nucleare come soluzione al caro energia di oggi non è realismo: è ingannare l’opinione pubblica.

Al di là delle esitazioni politiche, le imprese stanno già investendo nella direzione giusta. Enel ha destinato decine di miliardi alle rinnovabili e continua ad espandere solare ed eolico a livello globale: non per convinzione ideologica, ma perché l’energia rinnovabile è più economica e prevedibile. Grandi aziende manifatturiere in Germania, Svezia e Olanda stanno elettrificando i processi produttivi perché l’elettricità da rinnovabili è diventata competitiva rispetto al gas per molte applicazioni.

Anche la componentistica italiana, spesso descritta come vittima della transizione si sta adattando più rapidamente di quanto il dibattito pubblico lasci intendere. Alcune delle aziende europee più avanzate nella produzione di pompe di calore, sistemi di accumulo e tecnologie per l’efficienza sono italiane. E nel settore finanziario, la Banca europea per gli investimenti ha cessato di finanziare progetti fossili: un segnale strutturale su dove va il capitale.

Il punto è che in Italia i segnali di mercato sono ancora troppo spesso distorti: una fiscalità che penalizza l’elettrico rispetto al gas, sussidi fossili che superano i 40 miliardi l’anno, permessi che arrivano dopo anni di attesa. Correggere queste distorsioni è compito della politica e l’Ue con AccelerateEU ha indicato la strada.

La transizione è irreversibile

La transizione è già in corso e non è reversibile. I costi delle rinnovabili non torneranno ai livelli del 2010, le batterie non torneranno inefficienti, le imprese non smonteranno i loro impianti. Anche il tema delle terre rare va ridimensionato: un pannello solare dura 25-30 anni, è riciclabile per oltre il 90% dei materiali, e una volta installato non richiede rifornimenti. Non è paragonabile a un serbatoio di benzina da riempire ogni settimana.

La domanda non è se la transizione avverrà. È quanto velocemente, e con quale distribuzione dei costi e dei benefici. Chi la rallenta non ferma il futuro: lo fa pagare più caro. E a pagarlo di più sono le famiglie con meno risorse, quelle che non possono installare un pannello sul tetto in affitto, che nelle prossime estati soffriranno il caldo senza aria condizionata, che già oggi faticano con le bollette più alte d’Europa.

L’Unione europea ha scelto la strada giusta. Percorrerla con intelligenza con attenzione ai costi sociali, con sostegno alle comunità e ai lavoratori/trici coinvolti e spendendo bene le risorse a disposizione, è la sfida politica del decennio.

La transizione non si ferma. Si può fare bene o fare male. Fatta bene, crea lavoro, abbassa le bollette e rende l’Europa più forte. Fatta male, ci lascia vulnerabili e poco competitivi  e il conto lo pagano sempre i più deboli.

Crediti foto di Markus Spiske su Unsplash

  • Parlamentare europea dal 1999 al 2009. Nel 2010 ha co-fondato la "European Alliance to save Energy", della quale è l’attuale presidente.