Lo scorso 25 aprile Donald Trump è stato oggetto di un terzo tentativo di assassinio. Durante la cena annuale della White House Correspondents’ Association a Washington, un giovane insegnante, Cole Tomas Allen, ha tentato di introdursi nella sala in cui si svolgeva l’evento, alla presenza di giornalisti, funzionari governativi e membri dell’amministrazione, tra cui la first lady Melania, il vicepresidente J.D. Vance e il direttore dell’Fbi Kash Patel.
Un caso problematico e difficilmente spiegabile
I dettagli emersi successivamente hanno sollevato numerosi interrogativi sui protocolli di sicurezza. Allen era arrivato dalla California in treno, apparentemente per evitare controlli più rigorosi, trasportando le armi in un borsone, e aveva pernottato la notte precedente nello stesso hotel che ospitava l’evento, il Washington Hilton. Gli investigatori hanno inoltre diffuso parte di un manifesto in cui Allen denunciava l’immoralità della condotta di Trump e il tradimento dei rappresentanti politici nei confronti dei cittadini americani. La dinamica dell’attentato presenta ancora diversi elementi oscuri e ha alimentato, sui social media, le ormai quasi inevitabili ricostruzioni complottistiche. Tuttavia, a differenza di quanto avvenuto dopo i precedenti episodi – soprattutto il primo attentato subito da Trump a Butler, in Pennsylvania, durante la campagna elettorale del 2024 – e dopo l’uccisione del leader di estrema destra Charlie Kirk nel settembre 2025, le reazioni sono state decisamente meno veementi. Lo stesso Trump ha mantenuto toni relativamente moderati: la sua principale preoccupazione è sembrata essere la costruzione della ballroom faraonica nell’ala est della Casa Bianca, quasi a voler ridimensionare un episodio che avrebbe potuto avere conseguenze drammatiche. Dopo la sparatoria di Butler, ad esempio, i social network furono immediatamente invasi da teorie del complotto e accuse per lo più prive di fondamento. Sulla piattaforma Truth Social, frequentata abitualmente da Trump e dai suoi sostenitori, comparvero messaggi che attribuivano l’attacco a Joe Biden, a Hillary Clinton o a presunte cospirazioni governative. Quando invece Charlie Kirk venne assassinato, il movimento Maga e lo stesso vicepresidente Vance invocarono apertamente una campagna repressiva contro istituzioni, giornali e attivisti accusati di fomentare la violenza. Reuters stimò che, nel novembre 2025, si contassero circa 600 casi di persone licenziate, sospese o sottoposte a provvedimenti disciplinari per le opinioni espresse su Kirk, sulle sue posizioni o sulla sua morte.
Il ruolo di Trump nell’aumento del clima comunicativo violento
Come spiegare questa diversa percezione? Non sono mancate, anche in questo caso, accuse provenienti dalla destra nei confronti dei liberals: nel mirino sono finiti esponenti democratici ma anche personaggi dello spettacolo come Jimmy Kimmel, accusato da Melania Trump di aver contribuito al clima d’odio contro il marito. Eppure, tali accuse tendono a sorvolare su un dato evidente: lo stesso Trump ha contribuito in modo significativo ad “avvelenare” il linguaggio politico attraverso l’uso sistematico di insulti, minacce e termini offensivi rivolti agli avversari. Secondo i dati pubblicati da Reuters, non solo la violenza politica – fisica e verbale – è aumentata sensibilmente a partire dall’elezione di Trump nel 2016, ma la sua retorica è stata definita da diversi studiosi una forma di ‘terrorismo stocastico’. Con questa espressione si indica l’uso di una comunicazione pubblica che, pur mantenendo toni vaghi e indiretti, contribuisce a comportamenti violenti con esiti imprevedibili ma statisticamente probabili, consentendo al tempo stesso a chi utilizza quel linguaggio di negare responsabilità dirette. Nel novembre 2025, durante il durissimo scontro tra repubblicani e democratici sul bilancio federale – che portò al più lungo shutdown della storia americana – Trump pubblicò numerosi messaggi sui social nei quali definiva i democratici “traditori”, auspicava che fossero accusati di sedizione e condivideva post che ne invocavano l’impiccagione. Diversi istituti di ricerca hanno inoltre evidenziato come, dal 1975 a oggi – escludendo l’11 settembre – il 63% delle uccisioni a sfondo politico negli Stati Uniti sia stato compiuto da estremisti di destra, contro il 23% attribuibile al terrorismo islamista e il 10% a estremisti di sinistra. Uno studio pubblicato nel 2021 sulla rivista Criminology, Criminal Justice, Law & Society, ha mostrato che, tra il 1990 e il 2020, il numero di vittime di omicidi o tentati omicidi compiuti da esponenti della destra radicale è stato nettamente superiore rispetto a quelli riconducibili alla sinistra estrema. Anche per la Anti-Defamation League, i 61 omicidi politici registrati tra il 2022 e il 2024 sarebbero stati tutti opera di estremisti di destra. Secondo alcuni esperti di antiterrorismo, la decisione di Trump di concedere il perdono presidenziale ai partecipanti all’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021 avrebbe contribuito a creare un clima di tolleranza nei confronti della violenza politica.
Violenza normalizzata nella polarizzazione politica
Proprio per questo, l’episodio del 25 aprile merita particolare attenzione. Come è stato osservato da diversi analisti, esso sembra indicare un ulteriore salto di qualità. Ciò che ha colpito di più gli osservatori è infatti il profilo di Cole Tomas Allen: un individuo apparentemente “normale”, sia sul piano personale sia su quello ideologico. Non era riconducibile né all’universo liberal né alla destra radicale; non mostrava inclinazioni nichiliste né apparteneva a subculture estremiste alimentate dal dark web. Non era un militante dell’estrema sinistra e, per un periodo, aveva persino aderito al cristianesimo evangelico. Questo profilo di apparente “medietà” rende più difficile utilizzare l’attentato come prova di una presunta deriva violenta dell’opposizione a Trump. Ed è proprio questo elemento a fornire ulteriori motivi di riflessione alle analisi che, ormai dagli anni Novanta, sottolineano come la polarizzazione politica stia diventando sempre più pervasiva, fino a intaccare relazioni personali, legami affettivi e percezioni identitarie secondo una rigida logica amico/nemico. A partire soprattutto dal 2021, diversi sondaggi hanno mostrato che circa due terzi degli elettori repubblicani e metà di quelli democratici considerano il partito avversario “profondamente malvagio”. Inoltre, oltre la metà dei repubblicani intervistati ritiene che, se i leader politici non sono in grado di proteggere l’America, debba essere il popolo stesso a intervenire, anche ricorrendo alla violenza se necessario, secondo una lettura estrema del principio di virtù civica. Un sondaggio di YouGov del settembre 2025 ha inoltre rilevato che il 20% degli americani tra i 18 e i 29 anni considera la violenza politica talvolta giustificata, una percentuale superiore rispetto a tutte le altre fasce d’età. Come hanno osservato molti studiosi, si è ormai consolidata la percezione che ogni elezione rappresenti uno scontro “esistenziale”, alimentato da una logica del tipo “o noi o loro”, in cui alcuni individui finiscono per considerare la violenza uno strumento politico accettabile. In questo contesto, le piattaforme digitali hanno indubbiamente accelerato i processi di radicalizzazione. Gli algoritmi privilegiano infatti contenuti emotivamente forti, polarizzanti o complottisti, favorendo la creazione di vere e proprie “camere dell’eco” in cui gli utenti già predisposti vengono continuamente esposti a narrazioni estreme. La diffusione della disinformazione rafforza inoltre l’idea che le istituzioni democratiche siano corrotte o illegittime, rendendo sempre più “tollerabili” – e in alcuni casi persino “necessarie” – forme di violenza politica.
Radici profonde: ma c’è oggi un salto di qualità
Già nel 1970, lo storico Richard Hofstadter metteva in guardia dalla necessità di affrontare seriamente il tema della violenza, che non poteva più essere considerata un fenomeno sporadico o confinato a singoli individui o gruppi marginali. Per Hofstadter, la violenza rappresentava una minaccia non solo perché incrinava il mito eccezionalista di una società americana stabile e consensuale, ma anche perché le sue conseguenze travalicavano i confini nazionali: una violenza politica interna incontrollata costituiva un pericolo per l’intero equilibrio internazionale, dato il ruolo centrale degli Stati Uniti nel mondo. La riflessione di Hofstadter nasceva nel contesto traumatico degli anni Sessanta – segnati dagli assassinii di John F. Kennedy, Malcom X, Martin Luther King e Robert Kennedy, oltre che dalle violenze dei suprematisti bianchi contro il movimento per i diritti civili – ma appare oggi straordinariamente attuale. La polarizzazione politica è spesso indicata come uno dei principali fattori alla base dell’attuale clima di violenza. Eppure la polarizzazione politica non è una novità nella storia americana. Come hanno osservato Dan Wood e Soren Jordan, essa è “americana quanto la torta di mele”. Dallo scontro sulla ratifica della Costituzione alla Guerra civile, fino ai conflitti sociali e industriali di fine Ottocento e al clima di terrore dei linciaggi nel Sud, la politica statunitense è stata spesso caratterizzata da linguaggi di delegittimazione dell’avversario e da episodi di violenza fisica. Edward Foley, nel suo Ballot Battles del 2024, ricorda che nell’Ottocento il termine “guerra” era tutt’altro che metaforico: a livello locale, le campagne elettorali potevano facilmente degenerare in scontri armati. Nel 1899, ad esempio, uno dei candidati alla carica di governatore del Kentucky venne assassinato durante la competizione elettorale, mentre la milizia fu mobilitata in stati come il Maine, il Montana, il Colorado e il Kansas per contenere le tensioni politiche.
Non è dunque mai esistita una vera “età dell’oro” della politica americana, né un passato dominato esclusivamente da genialità politica e senso del decoro, come ha ricordato lo storico Frederik Logevall. Tuttavia, vale la pena chiedersi se il presente mostri elementi specifici e nuovi. Non c’è dubbio che, soprattutto a partire dal 2001 e ancor più dal 2016, gli episodi di violenza politica – legati al terrorismo interno, all’estremismo islamista o ai radicalismi ideologici – siano sensibilmente aumentati. Tra il 2016 e il 2024 si sono registrati 25 attacchi terroristici o azioni violente contro obiettivi governativi, contro appena due nei due decenni precedenti. Se negli anni Novanta gli attentati erano prevalentemente motivati dall’opposizione al governo federale – come nel caso dell’attacco all’edificio federale di Oklahoma City nel 1995 – dal 2020 in poi molti degli episodi più gravi sono stati ricondotti alla galassia del suprematismo bianco, storicamente ostile al governo federale, considerato responsabile delle politiche di integrazione razziale e di affirmative action. Un primo elemento da considerare è il progressivo processo di delegittimazione delle istituzioni politiche. Nel 2024 il Pew Research Center ha pubblicato una serie storica sulla fiducia degli americani nel governo federale, rilevata dal 1958. Se alla fine degli anni Cinquanta circa tre quarti degli americani dichiaravano di avere fiducia nelle istituzioni federali, nel 2024 quella percentuale era scesa al 22%. L’anno precedente aveva addirittura toccato il minimo storico del 16%. A questo dato se ne aggiunge un altro, altrettanto significativo: sempre secondo il Pew Research Center, soltanto il 19% degli intervistati considera oggi la democrazia americana un ottimo modello, mentre il 72% ritiene che gli Stati Uniti lo siano stati in passato, ma non più nel presente.
L’appello sfumato a una better politics…
La delegittimazione delle istituzioni, inoltre, non rappresenta più soltanto un terreno di scontro elettorale tra fazioni opposte: è diventata parte integrante del linguaggio politico degli stessi leader chiamati a rappresentarle, come nel caso del presidente o dei leader del Congresso. Da questo punto di vista, i discorsi inaugurali pronunciati da Donald Trump nel 2017 e, ancor più nel 2025, hanno segnato una cesura rispetto alla tradizione presidenziale americana. Storicamente, i discorsi inaugurali rappresentavano il simbolo del trasferimento pacifico del potere e della capacità del sistema politico statunitense di ricomporre il conflitto attraverso il richiamo ai valori fondativi dell’Unione. I discorsi di Trump, al contrario, sono apparsi improntati alla prosecuzione del conflitto politico e alla riaffermazione di una divisione permanente tra schieramenti contrapposti.
Nel 2011, dopo il ferimento, ad opera di un suprematista bianco, della deputata democratica Gabrielle Giffords e di altre 18 persone durante un comizio a Tucson, Arizona, Barack Obama lanciò un appello contro quella deriva di tribalizzazione e frammentazione che avrebbe segnato sempre più profondamente gli anni successivi. Invocò una “better politics”, una politica capace di recuperare il valore della civiltà del confronto democratico. Quindici anni dopo, non solo non si intravede una nuova “era di civiltà”, ma il problema sembra essere diventato un altro, evitare che quella che molti definiscono come una guerra civile fredda possa trasformarsi in una vera guerra civile aperta.
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