La situazione energetica dell’Italia e dell’Europa è attualmente così sconvolta dalle guerre scatenate prima da Putin e poi da Trump e Netanyahu che ogni previsione è altamente incerta.
L’incertezza nel mondo è inevitabile ma questa volta è più grande
In questi giorni attorno alla Pasqua 2026 il pensiero corre alle crisi del passato: quella petrolifera del 1973 con la guerra del Kippur, le code ai distributori e il prezzo del petrolio quadruplicato; quella del 1979 con l’avvento di Khomeini in Iran e il petrolio raddoppiato; quella del 2022 con l’Ucraina aggredita e il prezzo del gas in Europa quintuplicato.
A un mese dall’attacco all’Iran, il prezzo europeo del petrolio à salito a una volta e mezzo quello d’inizio anno, quello del gas a una volta e tre quarti. Non c’è ancora scarsità generale perché ci sono le scorte, i prezzi salgono a causa delle previsioniche riguardano più di tutto le guerre: se continuano, fino a quando e come.
Nel mondo di oggi c’è una circostanza che aiuta, il miglioramento nel trasporto del gas che un tempo era solo via tubo e ora ampiamente via mare, con liquefazione (a 160 gradi sotto zero) all’imbarco e rigassificazione allo sbarco, dove ci siano impianti appositi. I mercati del gas si sono ampliati con l’effetto di prezzi più simili tra grandi regioni e quindi meno instabili.
Ciononostante, la scarsità ha già cominciato a colpire alcuni segmenti del mercato petrolifero, come quello del cherosene per i motori aerei. Questo combustibile leggero è ricavato dalla frazione più pesante del petrolio che è proprio quella oggi più scarsa in quanto tipica della produzione iraniana (bloccata dalla guerra) e venezuelana (impedita dalla lunga mancanza di adeguamento degli impianti).
Un altro impatto già forte è sui prezzi dei fertilizzanti, già raddoppiati, che dipendono dal petrolio di composizione più pesante. Gli agricoltori dei paesi poveri semplicemente non riescono a procurarseli. Già a metà marzo il World Food Program delle Nazioni Unite lanciava un allarme: i 300 milioni che nel mondo sono soggetti alla fame (acute level of hunger) rischiano di diventare 350 in pochi mesi.
Complessivamente, per ora la crisi colpisce soprattutto l’Asia, che dipende molto dal petrolio e gas del Golfo, ora soggetto al filtro iraniano dello stretto di Hormuz. Ma se il blocco continua a funzionare, le conseguenze possono essere gravi.
Chi ha provato a immaginare il caso peggiore (come Paul Krugman, premio Nobel 2008) prevede che si arrivi a livelli di prezzi dell’energia anche doppi o tripli, non subito, tra qualche mese; ma se questo caso peggiore diventa molto probabile, le aspettative accorciano i tempi dell’impatto.
Sicurezza energetica e alimentare dipendono, prima che da qualsiasi politica settoriale, dalle guerre in corso; e comporre i conflitti dopo che siano sfociati in guerre non è materia per economisti e mi sento incapace.
Posso notare che gli eventi bellici sono così spaventosi da mettere in ombra il timore del cambiamento climatico. Il maggior costo dell’energia dovrebbe spingere i consumi verso l’elettrico e la generazione elettrica verso le rinnovabili, ma nessuna di queste transizioni è abbastanza veloce per quel che serve oggi. Ha invece effetti immediati l’attale politica americana di smantellamento dell’amministrazione ambientale interna, cancellazione degli impegni internazionali per il clima, definanziamento delle istituzioni globali comprese quelle che di clima si occupano. Tende a generalizzarsi una tendenza a dimenticare, se non negare, il rischio del clima e a rinviare le azioni di prevenzione: si rendono così più probabilii i conflitti del futuro.
L’Europa disunita appare fuori gioco, e potrebbe non esserlo
Gli shock energetici hanno posto in evidenza quanto lontani siamo dall’unificazione piena dei mercati energetici europei, nonostante i notevoli passi compiuti. L’idea inizialmente coltivata di un mercato interno dove il livello dei prezzi fosse unico come il livello dell’acqua in un lago, grazie a scambi liberi e continui, ha trovato due limiti formidabili nelle strutture fisiche di trasporto e nelle politiche nazionali. Così, ad esempio, nel periodo recente si è visto un costo dell’energia elettrica ai consumatori finali in Italia addirittura triplo che in Spagna e doppio che in Francia.
Il limite delle strutture si supera solo in parte e con tempi lunghi: per costruire o rafforzare elettrodotti transalpini o sottomarini occorrono grandi investimenti e accordi politici tra paesi interessati, non facili da realizzare anche se favoriti da Bruxelles.
Il limite delle politiche ancora tenacemente nazionali sta nell’assegnazione delle competenze scritte nei trattati istitutivi dell’Unione e anche nella mentalità prevalente, che aggiungono ai limiti fisici ostacoli normativi, contrattuali e organizzativi. Così di fatto ci sono sei mercati elettrici: uno per le grandi pianure centrali (Francia Germania Polonia) e uno ciascuno per le penisole iberica, italiana, balcanica, per l’area scandinava, per isole britanniche. E sei prezzi all’ingrosso.
Le prospettive sono incoraggianti perché la decarbonizzazione rende comunque necessario investire molto in nuove linee per sostituire la generazione da fonti fossili con quella da rinnovabili, dato che le localizzazioni sono per natura diverse e la nuova produzione è intermittente (di notte non c’è il sole e spesso non c’è il vento), quindi i flussi devono colmare sbilanciamenti locali che continuamente si ricreano. Nel disegnare le linee conta la competenza tecnica (che non manca), la coesione politica (che manca) e anche una capacità delle imprese di avere e promuovere una visione del futuro.
Ad esempio, visto che si sta potenziando la rete elettrica italiana tra un Nord affamato di energia e un Sud più idoneo alle fonti rinnovabili, alzare l’ambizione fino a proporre che l’«autostrada europea dell’energia», poderoso elettrodotto in costruzione tra le piattaforme eoliche del Mare del Nord e l’area industriale affamata di energia della Baviera, continui la sua strada a raggiungere e percorrere l’Italia fino all’Africa, dove lo sviluppo del solare sta interessando sia i paesi del Golfo ricchi di capitali e ansiosi di diversificazione, sia alcune grandi imprese energetiche europee che valutano la complementarietà di eolico e solare. Un’idea che un Enrico Mattei forse prenderebbe in considerazione.
Quello che la politica può fare, oltre al pronto soccorso
Una politica energetica c’è, e mette le pezze agli strappi operati dagli eventi bellici, consistendo prevalentemente in sussidi o sgravi a famiglie e imprese consumatrici di energia colpite dagli aumenti dei prezzi. Misure inevitabili ma necessariamente temporanee e insoddisfacenti.
Per comporre una prospettiva che orienti il complesso degli interventi vedo cinque aree.
- Le autorizzazioni ai nuovi impianti di generazione da fonte rinnovabile: più utile degli incentivi sarebbe un’accelerazione delle procedure. È un esercizio di amministrazione moderna: invece che lasciar formarsi una paralisi per Ie indicazioni delle imprese di rete (solo vicino alle reti esistenti), dei paesaggisti (solo dove è invisibile) e degli scettici (lasciate perdere che non c’è territorio in Italia), prendere l’iniziativa, trovare e poi imporre il punto di mediazione con il simultaneo concorso dei vari livelli di governo.
- La formazione dei prezzi. Semplificando una realtà complessa, in qualsiasi mercato gli offerenti a prezzo più basso vedono facilmente accolta la loro offerta e il prezzo sale fino a che tutta la domanda non è soddisfatta: il prezzo di chiusura è quello dell’offerta più costosa tra quelle che gli acquirenti sono disposti ad accettare. Questo aggiustamento, nei mercati con molte transazioni, è continuo.
Così nel mercato elettrico italiano sono le centrali a gas che fanno il prezzo perché quelle a fonte rinnovabile, con prezzo più basso, sono ancora troppo poche e (quelle a generazione intermittente) non hanno batterie sufficienti per offrire il servizio continuo che i compratori vogliono. Questo non accade nelle ore in cui la generazione da rinnovabili è più abbondante, ma accade in oltre il 60% delle ore in Italia, molto meno in Spagna e in Francia.
I rimedi sono lo sviluppo della generazione da rinnovabili e delle batterie, e anche la diffusione di contratti che ai generatori da rinnovabili assicurino un ritorno certo e stabile per un lungo periodo, lasciando che il mercato elettrico serva a soddisfare solo la parte più instabile e imprevedibile della domanda.
- Il ruolo delle reti locali. Ilgasresta irrinunciabile ma si riduce in quantità: in particolare va evitato uno sviluppo di reti di distribuzione locale del gas che si rivelerebbero ben presto antieconomiche, mentre è essenziale il potenziamento delle reti locali elettriche per accogliere la generazione decentrata e favorire un uso modulato dell’energia elettrica nelle varie ore del giorno e giorno dell’anno in modo da accomodare la generazione intermittente: ad esempio staccare i congelatori nell’ora di picco della domanda e caricare I veicoli elettrici nelle ore di produzione eccedente.
- Il sistema europeo dei crediti (o permessi) negoziabili di emissione (EU Emissions Trading System, ETS) è irrinunciabile perché fornisce una corretta incentivazione a ridurre ogni forma di combustione con una forza proporzionata all’ammontare delle emissioni, cosa che nessun sistema di incentivi artificialmente disegnato saprebbe fare.
- Il ruolo del nucleare è utile, nell’incerto sviluppo delle innovazioni, per ampliare la gamma delle possibili vie di riduzione delle emissioni, con rischi ormai simili a quelli di altre industrie. Non è da perseguire a ogni costo, la sua adozione è desiderabile in misura inversa all’ammontare degli incentivi richiesti.
(Foto di Marc-Olivier Jodoin su Unsplash)

