Ha preso il via e andrà crescendo nelle prossime settimane, almeno tra gli addetti ai lavori. Mi riferisco al dibattito sulle nuove Indicazioni nazionali per il primo ciclo (che qualcuno continua ostinatamente a chiamare “Programmi”) annunciate dal ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara.
Anticipazioni sommarie
Attraverso le parole delle interviste rilasciate dal ministro stesso, ma anche dal prof. Ernesto Galli della Loggia, che è membro della commissione incaricata della redazione, si possono cogliere alcuni elementi di contenuto (possibilità dello studio del latino alle medie; attenzione alla storia dei popoli italici ecc.) subito rilanciati ed enfatizzati dai media, ma non il quadro d’insieme che penso proprio sia più articolato e complesso. Per esprimere perciò riflessioni approfondite e giudizi ponderati, nel rispetto di coloro che hanno lavorato al testo, occorre aspettare il testo completo.
Ciò che però appare già chiaro da quanto fatto emergere in sede di annuncio è la portata culturale che il ministero intende dare a questa nuova formulazione delle Indicazioni nazionali. Come è accaduto anche in passato, attraverso questo strumento (o simili) chi ha una responsabilità di governo intende dare dei messaggi al Paese e tracciare una linea culturale mettendo in evidenza alcuni temi e mettendone in ombra altri. Si ritiene che alcuni contenuti siano decisivi e che possano una volta inseriti a scuola rappresentare una svolta nella formazione delle nuove generazioni.
Mi sembra però che così facendo si confonda la parte con il tutto. Certamente i contenuti del curricolo scolastico costituiscono un aspetto molto importante, e proprio per questo sarebbe bene che essi non fossero ogni volta campo di scontro della pur necessaria dialettica tra posizioni diverse (che porta poi alla pratica del ‘mettere’ da parte di uno e del ‘togliere’ poi da parte di un altro e così via in un circolo senza fine). Occorrerebbe invece mitigare questa dialettica entrando nella logica della ricerca della maggior convergenza culturale possibile, che non significa appiattimento delle posizioni, ma tensione a ricercare un nucleo essenziale imprescindibile riconosciuto da tutti.
Oltre i contenuti: questioni concrete di funzionamento della scuola
Il tema dei contenuti inoltre, come dicevo, non è il tutto e per questo non va reso tale. Ci sono delle condizioni di funzionamento della scuola, che non fanno audience, che non si vedono in superficie, ma che sono altrettanto decisive. Esse toccano aspetti portanti di carattere strutturale del fare scuola, come in una casa sono le tubature e gli architravi che ad occhio nudo non si vedono, ma senza i quali l’edificio non sarebbe abitabile. Si tratta di quelle condizioni da cui dipende la reale capacità del sistema scolastico di fare cultura e promuovere il diritto all’educazione.
Vorrei perciò, e spero che il testo delle Indicazioni nazionali, dica qualcosa su questi aspetti portanti, che il dibattito sulla scuola andasse oltre l’esaltazione o la depressione sulla reintroduzione del latino o altri aspetti, per toccare alcuni nodi da troppo tempo irrisolti e la cui cronicizzazione rischia di fare implodere le scuole. Ne richiamo alcuni.
Il sistema scolastico ha bisogno di ripensare seriamente la propria organizzazione pedagogica. Attualmente ci sono istituti troppo grandi gestiti da un dirigente (non poche volte in reggenza) su cui gravano molteplici responsabilità, senza che abbia realmente il tempo di coordinare la vita della scuola dal punto di vista educativo. Dove oggi si realizza la regia pedagogica di una scuola? Quali dispositivi ci sono a supporto? È inutile parlare delle scuole come comunità senza ripensarne le dimensioni e soprattutto, al loro interno, la cura del coordinamento del lavoro educativo/culturale che in esse si compie.
Regia pedagogica e burocratizzazione
Più è debole il pensiero sulla gestione pedagogica delle scuole, più cresce il peso degli adempimenti burocratici che si accavallano senza che ci si possa fermare a chiedersi: perché stiamo facendo questo? È proprio necessario? A che cosa dare priorità? La debolezza della regia pedagogica da un lato e l’iperburocratizzazione dall’altro rendono molto fragile (se non assente) la possibilità per i docenti di avere tempi adeguati per il confronto educativo tra colleghi, per parlare con calma delle situazioni difficili, per condividere le pratiche didattiche e imparare gli uni dagli altri. La ragione è semplice: si continua a pensare al lavoro degli insegnanti come una professione individuale che consiste nel parlare davanti a degli alunni in una classe, dimenticando che oggi l’insegnamento chiede confronto, condivisione, lavoro insieme.
Chiede inoltre formazione continua, ma non intesa semplicemente come aggiornamento sui contenuti, ma come un processo accompagnato di crescita. Oggi la quasi totalità degli insegnanti quando inizia si trova ‘lanciato’ in classe senza che nessuno abbia fornito loro spiegazioni sul contesto dove sta operando e senza momenti specifici dove capire meglio che cosa è bene fare grazie all’aiuto dei colleghi.
Sarebbe poi necessario affrontare la questione della struttura dei nostri curricoli, così carichi di contenuti da portare paradossalmente ad imparare di meno; troppo rigidi per introdurre innovazioni didattiche significative e realizzare interventi davvero personalizzati; troppo centrati sulla logica disciplinare, da rafforzare percorsi paralleli e ridondanze invece che sviluppare connessioni; troppo condizionati dall’assunto, ingestibile nei fatti e discutibile pedagogicamente, che tutte le emergenze socio-culturali debbano diventare oggetto di insegnamento a scuola.
Altri ancora probabilmente se ne potrebbero aggiungere. Se non si affrontano però in profondità questi temi, le novità incideranno certo sulla superficie del fare scuola (in attesa della linea culturale di chi verrà dopo), ma le strutture portanti diventeranno via via sempre più fragili e il fare concreto della scuola potrebbe diventare sempre meno coerente rispetto ai fini teoricamente enunciati, oppure semplicemente ingestibile.
(Foto: Foto di Kenny Eliason su Unsplash)