* Una versione più estesa e approfondita di queste considerazioni si trova in G. Ugolini, La genealogia ideologica di Alternative für Deutschland, «Humanitas», 2026, 2, pp. 1-12.

Le elezioni regionali del settembre 2026 hanno mostrato quanto sia cambiata la geografia politica tedesca. In Sassonia-Anhalt Alternative für Deutschland ha ottenuto il 43,8 per cento dei voti, più del doppio rispetto al 2021; nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore ha raggiunto il 38,2 per cento, diventando anche qui il primo partito. Persino a Berlino, terreno assai meno favorevole alla destra radicale, l’AfD è salita a circa il 16 per cento, quasi raddoppiando il risultato del 2023. Una conseguenza immediata è stata l’elezione alla presidenza del parlamento locale della Sassonia-Anhalt di Tobias Rausch: per la prima volta nel dopoguerra un esponente dell’estrema destra presiede un parlamento regionale. E ci sono buone possibilità che Ulrich Siegmund, leader dell’AfD a Magdeburgo, diventi il prossimo governatore del Land.

Con ogni evidenza non siamo più di fronte soltanto a un partito di protesta radicato nei Länder orientali. In poco più di un decennio l’AfD è passata dalla contestazione dell’euro a una critica molto più generale della società tedesca: immigrazione, identità nazionale, sovranità, multiculturalismo, memoria storica. Ma da dove vengono le idee che alimentano questa trasformazione? Definire l’AfD semplicemente “estremista”, “neonazista” o “populista” spiega solo una parte del fenomeno. Il populismo descrive bene la contrapposizione fra popolo ed élite, ma molto meno il contenuto ideologico che viene attribuito a quel “popolo”. Ancora meno utile è stabilire una continuità immediata con il nazionalsocialismo. Per comprendere la nuova destra tedesca occorre piuttosto ricostruire una genealogia culturale più complessa.

L’AfD nasce nel 2013 in un ambiente molto diverso da quello che oggi associamo al partito. Bernd Lucke e molti dei fondatori erano economisti, professori universitari, imprenditori e liberali conservatori ostili alle politiche adottate durante la crisi dell’euro, per lo più fuoriusciti della Cdu. Alle loro spalle stava anche la tradizione dell’ordoliberalismo tedesco: Walter Eucken, Wilhelm Röpke, la Scuola di Friburgo, l’idea che il mercato abbia bisogno di regole rigorose, stabilità monetaria e responsabilità fiscale. La prima AfD contestava soprattutto l’Unione monetaria e i meccanismi europei di solidarietà finanziaria.

La crisi migratoria del 2015 ha cambiato il baricentro del partito. Con l’uscita di Lucke, il vocabolario economico ha perso progressivamente importanza e ne è emerso un altro: Volk, Heimat, Identität, Leitkultur. È a questo punto che la storia dell’AfD ha incrociato quella della Neue Rechte, la “nuova destra” intellettuale tedesca. Una figura fondamentale di questa genealogia è Armin Mohler. Nel 1950, con Die Konservative Revolution in Deutschland 1918-1932, Mohler riunì sotto l’etichetta di “Rivoluzione conservatrice” autori molto diversi come Oswald Spengler, Ernst Jünger, Arthur Moeller van den Bruck e Carl Schmitt. La categoria è storiograficamente discutibile, ma ebbe un’enorme efficacia culturale: permetteva alla destra tedesca del dopoguerra di costruirsi un passato intellettuale radicale che non coincidesse semplicemente con il nazionalsocialismo. Mohler, in altre parole, non fornì un programma politico: costruì un canone. Ed è proprio questa operazione a diventare importante per la successiva Neue Rechte.

Un secondo passaggio avviene in Francia. Alla fine degli anni Sessanta Alain de Benoist e il Grece (Groupement de recherche et d’études pour la civilisation européenne) elaborano la strategia della “metapolitica”: prima di conquistare elettori e istituzioni bisogna conquistare il terreno delle idee, modificare il linguaggio e trasformare ciò che una società considera pensabile. È una curiosa appropriazione da destra della lezione gramsciana sull’egemonia culturale. Da questo ambiente proviene anche uno dei concetti più influenti della nuova destra europea: l’etnopluralismo. Il vecchio linguaggio della gerarchia razziale viene sostituito da quello della differenza culturale. Tutte le culture avrebbero pari dignità, ma proprio per conservarsi dovrebbero evitare di mescolarsi. La differenza biologica lascia così il posto a quella culturale, mentre la separazione sostituisce la gerarchia. In Germania queste idee vengono riprese da una rete di riviste, case editrici e centri culturali: Junge Freiheit, Sezession, la casa editrice Antaios e soprattutto l’Institut für Staatspolitik legato a Götz Kubitschek. L’AfD non coincide con questo mondo, ma trova in esso un lessico già pronto attraverso cui reinterpretare immigrazione, sovranità e identità nazionale.

Parole come Volk, Heimat e Leitkultur acquistano così un significato particolare. Il popolo non è più soltanto l’insieme dei cittadini, ma tende a essere rappresentato come una comunità storica e culturale precedente allo Stato. L’integrazione, analogamente, non coincide più soltanto con l’accettazione della Costituzione, ma con l’assimilazione a una cultura maggioritaria. L’ultimo sviluppo di questa genealogia è la “remigrazione”. L’attivista austriaco Martin Sellner, proveniente dal movimento identitario, ne ha fatto una strategia organica: nelle formulazioni più radicali non si tratterebbe soltanto di espellere gli immigrati irregolari, ma di mettere in discussione la permanenza di residenti e persino cittadini naturalizzati considerati non assimilati. Qui la metapolitica incontra direttamente la politica.

L’AfD, dunque, non ha inventato un’ideologia completamente nuova. La sua originalità consiste piuttosto nell’avere ricomposto tradizioni differenti – ordoliberalismo, conservatorismo nazionale, Rivoluzione conservatrice e Neue Rechte – e nell’avere trasformato un patrimonio elaborato per decenni ai margini della politica tedesca in un linguaggio capace di raccogliere milioni di voti. I risultati del settembre 2026 rendono perciò ancora più evidente un dato: per comprendere l’ascesa dell’AfD non basta chiedersi chi la vota. Bisogna chiedersi anche quali idee abbiano reso possibile quel voto. La lunga marcia della nuova destra tedesca è cominciata molto prima della nascita dell’AfD.

(Foto di Bernhard su Unsplash)

  • Ugolini Notizie

    Gherardo Ugolini è professore associato di Filologia classica, Storia della tradizione classica e Storia del teatro greco e latino presso l’Università di Verona.
    Come giornalista pubblicista ha collaborato e collabora con varie testate tra cui «Corriere d’Italia», «Diario della Settimana», «L’Unità», «Il Giornale di Brescia» (di cui è editorialista).