Una parte dei politici italiani si è scandalizzata (o ha finto di scandalizzarsi) per le dichiarazioni della segretaria nazionale dei giovani del PD, Virginia Libero: “Non saremo noi i soldati delle vostre guerre. Se queste destre ci porteranno a un vero conflitto, alle armi andateci voi, perché noi organizzeremo i disertori”.
Tralascio i commenti più beceri e che – con aria moralista – inanellano una serie di insulti contro gli “squittii ingenui o ipocriti” della giovane esponente. Così pure ignoro gli attacchi delle destre vannacciane o in stato avanzato di vannaccizzazione.
Difesa dall’aggressione e ricordo della Resistenza
Mi concentro sull’ambito dei “moderati” del centro sinistra, che hanno posizioni di tutto rispetto (anche se non le condivido): posizioni, aggiungo, che, certamente, devono avere cittadinanza nel “campo largo”, pur senza, a mio avviso, condizionarne la linea. Sono posizioni che richiamano il sacro dovere, sancito dalla Costituzione, di difendere la Patria e ricordano il sacrificio dei partigiani, cioè la lotta armata della nostra Resistenza nazionale.
Dico subito che nei miei riferimenti ideali ci sono molti partigiani, di ideali democratici, cristiani e laici: Giuseppe Dossetti, Ermanno Gorrieri, Achille Ardigò, Tina Anselmi, ma anche Ferruccio Parri e Sandro Pertini. Il loro era un rifiuto del fascismo e dell’ideologia di guerra, che il fascismo sosteneva. Presero le armi per costruire un mondo che non avesse più né fascismi né guerre. Molti di loro furono costituenti e tra i redattori dell’art. 11 nei principi fondamentali della nostra Costituzione (che non è di sinistra: è semplicemente antifascista e ripudia la guerra). E fu un ex-partigiano cattolico, Giovanni Marcora, che promosse la così detta Legge Marcora (15 dicembre 1972, n. 772) che riconosce, in Italia, l’obiezione di coscienza all’uso delle armi. Quindi oggi in Italia i nonviolenti, obiettori di coscienza, hanno piena cittadinanza costituzionale: e non saranno commenti occasionali a farci tornare indietro.
Peraltro, quelli che considero i principali punti di riferimento in questo ambito – Giorgio La Pira, don Lorenzo Milani, padre Ernesto Balducci – hanno sempre onorato il sacrificio dei partigiani, sono stati antifascisti e hanno valorizzato la Resistenza, pur in un’evoluzione di pensiero che li portava al pacifismo e alla nonviolenza.
Bene hanno fatto i moderati del centro-sinistra a ricordare che gli ucraini di oggi sono come i nostri partigiani di ieri e che, sul piano etico-politico, non si può che stare, senza tentennamenti, dalla loro parte. In ogni caso, le posizioni della segretaria dei giovani del Pd mostrano che il pacifismo non è solo sostenuto dai Cinque Stelle e da Avs, ma che rappresenta un “campo larghetto” nel più sfumato campo largo.
I trend politici inquietanti sul piano europeo ci inducono a favorire una larga e coesa alleanza democratica in Italia: sono perciò assolutamente favorevole alla presenza anche di Matteo Renzi e dei “moderati centristi” nel campo largo. Ma, allo stesso tempo, mi pare giunta l’ora (anzi siamo già in gravissimo ritardo) per sciogliere il nodo cruciale della politica estera nel programma, urgentissimo, del centro-sinistra. Chiedo la possibilità, pur nei limiti ristretti di un articolo, di non ridurre la questione a slogan identitari, ma di provare ad articolare minimamente un’analisi di respiro storico, perché senza una “visione” ampia si creano cortocircuiti emotivi.
Il Novecento: oltre i totalitarismi, il secolo diviso dal 1945
Nel modo di concepire il Novecento (ma in una continuità con questi primi decenni del XXI secolo), due visioni interpretative sono soprattutto emerse: la prima (Hobsbawm) vede il Novecento come secolo breve, marcato dai totalitarismi, che inizia nel 1917 e finisce nei primi anni ’90 con il crollo del comunismo europeo; la seconda (Barraclough, ripreso da Paggi) parla invece di secolo spezzato, individuando una svolta epocale nella seconda guerra mondiale (Auschwitz, Hiroshima, Yalta, ma anche la conseguente nascita dell’Onu e la Dichiarazione universale dei diritti umani). Credo sia importante tenere insieme queste due visioni.
Invece ha prevalso una versione semplificata del “secolo breve”, come se si sia trattata di una lunga parentesi totalitaria: chiusa la parentesi, con la caduta del comunismo europeo, si torna alle logiche precedenti: dominio del liberismo e gara tra gli imperialismi per l’egemonia. Sono esattamente le dinamiche della “grande illusione” e del finale tragico esito nella Prima guerra mondiale. Gli ultimi decenni del XX secolo e questi primi del XXI hanno visto rinascere in Occidente la grande illusione di una pacifica globalizzazione neoliberale, per poi scoprire – più recentemente – che potremmo essere alla vigilia di una terza guerra mondiale tra piattaforme imperialiste.
Vediamo, invece, come sia necessario integrare le considerazioni del secolo spezzato. Dalla seconda guerra mondiale, con la nascita dell’Onu, è nato un sistema istituzionale mondiale che ha impedito che la guerra fredda diventasse guerra calda e ha portato a importanti trattati di non proliferazione nucleare e perfino di disarmo. La chiave di quel sistema era (ed è) un diritto internazionale paritario e multilaterale, tra Nazioni Unite, per preservare la pace (anche con la possibilità di interventi armati di corpi internazionali di caschi blu, sotto la bandiera Onu). Per un opportuno realismo, in quell’ordine era subordinato e incardinato anche il principio di equilibrio tra le grandi potenze (incorporando la logica di Jalta e avendo i vincitori della guerra come membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu). Quando nel 1956 l’Urss ha fatto in Ungheria quello che poi la Russia di Putin ha fatto in Ucraina, le potenze occidentali non sono intervenute militarmente. C’è stata allora, come oggi in Ucraina, una nobile Resistenza ungherese, che ha trovato l’apprezzamento e il sostegno morale dei popoli liberi. Ma nessuno Stato si è sognato di scatenare una guerra (che poteva diventare nucleare) per difendere il sacrosanto diritto – ripeto sacrosanto diritto – di legittima difesa degli ungheresi dai carri armati russi. Dopo la fine del comunismo europeo, molti Paesi che erano stati nella sfera di influenza russa hanno liberamente optato per l’Occidente e per l’Europa: anche qui, si trattava di un loro diritto. Ma dove poniamo un realistico punto di equilibrio oltre il quale c’è l’avventurismo di una possibile guerra suicida per tutti?
E perché nessuno ha pensato ad un’azione militare contro gli Usa che in Venezuela hanno militarmente operato in spregio del diritto internazionale e per uno sfruttamento economico, neocolonialista, del petrolio di quel Paese?
Non sto suggerendo che l’Ucraina si debba arrendere, perché la Russia – che non è più una potenza economica globale, ma che continua ad avere un arsenale, anche nucleare, formidabile – è una potenza. Auspico invece che gli Europei, rinsaldando il più possibile il legame federale tra loro (e avviando pure un sistema di difesa veramente comune e unitario), trattino con realismo una soluzione di compromesso: cercando anche una sponda nella Cina. Altrimenti gli Usa trumpiani (che sono interessati a indebolire l’Unione europea) si accorderanno con Russia e Cina. E allora non sarà solo la sconfitta dell’Ucraina, ma di tutta l’Ue. Con conseguenze molto negative, per non dire catastrofiche, per tutti gli europei, ucraini inclusi ovviamente.
Un programma per il centro-sinistra: costruire la pace
Un serio (e spero vincente) Programma del centro-sinistra non deve più asserire acriticamente e prioritariamente: aiuto militare alla guerra dell’Ucraina e riarmo dei singoli paesi europei. Dovrebbe a mio avviso, partendo da un forte richiamo alla pace e all’amicizia tra i popoli, a cominciare dai popoli europei, dall’Atlantico agli Urali, indicare la linea prioritaria della trattativa diplomatica, del sostegno umanitario, della riapertura del dialogo con Putin, offrendo tra le contropartite la fine delle sanzioni e la ripresa dei rapporti economici (a cominciare dalla ripresa dell’acquisto del gas russo). È indubbio che, sul piano ideale e valoriale, l’Ucraina ha tutto il diritto di resistere e di difendersi. Questo va ribadito sul piano di principio. Ma la difesa dell’Ucraina va ricondotta nell’ambito dell’Onu, con realismo. E l’Onu deve essere la nostra stella polare. Certo, pensando anche a possibili riforme (compresa la riforma del Consiglio di sicurezza) che lo rilancino. Ma riaffermando con forza che non ci sono alternative all’Onu, se vogliamo sperare in un mondo migliore e tentare di costruirlo, con una pace disarmata e disarmante. Vorrei terminare, però, con un appello a Matteo Renzi, nel nome di La Pira, don Milani e Balducci: che, per il loro legame con Firenze, credo gli siano cari. Spero, dunque, che sia lui a convincere i moderati del centro-sinistra che nel Programma unitario della coalizione ci deve essere una chiara (e certo articolata) opzione pacifista. E che questo avvenga al più presto.
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