Potrà sembrare che la prenda da lontano, ma, assicuro, verrò presto al punto, cioè alle dispute intorno alla guerra e alla pace nella Costituzione e, segnatamente, all’interpretazione dell’art. 11. Qualcuno forse conosce le dispute interpretative su un altro articolo, il 33 secondo comma, sempre della nostra carta fondamentale. Dopo un vivace dibattito in sede di Costituente circa la scuola e, in particolare, la facoltà di privati di istituire scuole non statali, si giunse alla nota formulazione. Trattasi di un diritto-potere riconosciuto e tuttavia “senza oneri per lo Stato” (emendamento Corbino, nome del costituente deputato liberale firmatario di esso). Sappiamo che fu e, in certo modo, ancora è, materia di conflitto interpretativo tra laici e cattolici ma anche dentro di essi. In una delle innumerevoli discussioni negli anni a seguire il noto economista Paolo Sylos Labini, a chi arzigogolava sul punto – anche con argomenti plausibili del tipo “non si dà un diritto automatico a sostegni pubblici, ma le scuole non statali, una volta istituite e, a sgravio del bilancio dell’ente pubblico, possono godere di contributi”, cosa che propiziò la legge del 1997 sulla parità scolastica – ripeto, Sylos Labini oppose la seguente obiezione “senza vuol dire senza”. Qualcuno, celiando, concluse che i cattolici alla Costituente si erano fatti mettere nel sacco con una formulazione effettivamente perentoria e in assoluto preclusiva di sostegni pubblici.

Perché questa digressione? Per analogia, a fronte della proliferazione di certe letture dell’art. 11 mi verrebbe da osservare “ripudia (la guerra) vuol dire ripudia”. In questo nostro tempo, dominato dalla drammatica realtà e dalla cultura della guerra, è invalsa una lettura/interpretazione di quell’incipit netto e inequivocabile che ne depotenzia sino a vanificarle la sostanza e le implicazioni pratiche. Penso a chi (si veda Antonio Polito), con tono didascalico, ci richiama ciò che sappiamo perfettamente: ovvero che l’articolo in oggetto prosegue con la cessione di sovranità, in condizioni di parità con altri Stati, a organizzazioni che perseguono la pace e la giustizia internazionale. Con riferimento privilegiato all’Onu, in certo modo anche alla Ue (ancorché nata dopo) e pure, volendo, con un nesso meno stretto, persino alla Nato. Lo sappiamo. Non siamo del tutto sprovveduti. Tuttavia, insisto, non è una buona ragione per rovesciare l’ordine delle priorità, per sminuire l’incipit, per estendere a dismisura il novero degli organismi a ciò titolati oltre quelli la cui stretta finalizzazione sia appunto la pace e la giustizia internazionale. Per inciso: il recente libro di Polito porta un titolo che è piaciuto moltissimo alle destre al governo e ai suoi media, anzi chiaramente concepito a tal fine, ovvero La Costituzione non è di sinistra. Un’ovvietà tendenziosa, che sottintende la polemica verso la sinistra che pretenderebbe di appropiarsene in esclusiva. Pretesa indebita, ovviamente. Ma certo è singolare che nel mentre stanno al governo tre partiti oggettivamente estranei alla matrice della Carta e alcuni di essi manifestamente mostrano difficoltà (un eufemismo) a interiorizzare l’ethos costituzionale si scriva e si titoli un libro contro la sinistra. Uno sport da molti praticato, con la civetteria e la malizia di professarsi di sinistra.

Di recente, ha preso corpo un’altra corrente interpretativa (un solo esempio: Franco Bassanini): quella di chi invoca l’art. 52 che prescrive il “sacro dovere” della difesa della patria. Una scoperta dell’acqua calda. L’enfasi sull’art. 52 quasi che sia esso a dettare la lettura/interpretazione dell’art. 11 è palesemente concepita al fine di correggere e circoscrivere la portata del menzionato ripudio della guerra. Già il diverso posizionamento dei due articoli dovrebbe istruirci: l’11 sta nella parte che fissa i principi fondamentali, non così il 52. Non vedo come il ragionamento possa essere così tirato. Mi spiego: d’accordo, l’art. 52 semmai rappresenta una obiezione al pacifismo assoluto e integrale, quello di chi sostiene che mai e poi mai sia lecito ricorrere alla forza per difendersi dall’ingiusto aggressore. È l’estensione del diritto alla legittima difesa. Ma che c’entra con il principio, sottolineo il principio, del ripudio della guerra? Ancora: chi ostenta familiarità con il pensiero cristiano (penso a Giovanni Cominelli e Stefano Ceccanti, citando a sproposito Rosmini e Mounier) ci spiega con sussiego che la violenza e il male ci accompagneranno sempre in questa vita terrena, che indulge a ingenuo angelismo chi misconosce il peccato dell’uomo. Gianfranco Miglio, per trent’anni preside della facoltà di Scienze politiche dell’Università cattolica, si spingeva sino alla contestazione dell’irenismo dei costituenti di parte cattolica, a suo avviso ignari del senso del peccato: per lui, le Costituzioni e le leggi si scrivono per mettere le briglie all’uomo – di suo – briccone e malvagio. Una tesi assai debole teologicamente: la parola ultima e decisiva della Rivelazione non è il peccato ma la Redenzione. Del resto, non a caso, specie con lo sviluppo delle tecnologie belliche, il magistero della Chiesa, specie quello pontificio, ha preso progressivamente le distanze dalla tradizionale dottrina della guerra giusta. Lo hanno fatto tutti i pontefici da Giovanni XXIII in poi. Da ultimo lo stesso Leone nella sua Magnifica Humanitas. Da un lato e soprattutto perché, con il salto tecnologico delle armi di distruzione di massa, si rivela sempre più inservibile una delle condizioni della guerra giusta, ovvero il principio della proporzionalità tra danno inferto e torto subito, considerata la concreta impossibilità di tracciare e rispettare un limite e il non coinvolgimento delle popolazioni civili. E considerati altresì, in positivo, lo sviluppo e l’affinamento degli strumenti negoziali e pattizi, del diritto e delle organizzazioni internazionali.

A riprova della circostanza che lo spirito del tempo e che parte dei suoi politici e dei suoi “chierici” si prestano a una lettura/interpretazione dell’art. 11 decisamente flessibile e molto, troppo contestualizzata al “bellicismo ambientale”, sia lecito accennare a quattro interrogativi abitualmente negletti. Problemi, non certezze. Primo: davvero è impossibile che, nella produzione e nel commercio delle armi, l’ottemperanza alla norma costituzionale non prescriva una trasparenza che mal si concilia con la segretazione, per esempio, delle nostre forniture all’Ucraina? Secondo: è proprio impossibile stabilire una distinzione tra armi di difesa e armi di natura offensiva? Terzo: siamo sicuri di avere rispettato la stessa legge 185 sul commercio delle armi che ci impedirebbe di fornire armi ai paesi in guerra? Quarto: sono compatibili con la Costituzione missioni internazionali non autorizzate da una delibera Onu? Domande oziose? Possibile che il solo interrogativo sia il dilemma armi sì-armi no all’Ucraina? Confesso che mi dà più affidamento chi quella Costituzione l’ha scritta rispetto a costituzionalisti troppo inclini a piegarla allo spirito del tempo e a certi improbabili teologi che millantano di conoscere il pensiero cristiano più dei papi. Ancora a metà degli anni Novanta, il vecchio monaco costituente Giuseppe Dossetti, giurista e teologo, tra gli estensori di quel bistrattato articolo, ci ammoniva a vigilare su tali derive, sull’aggiramento di quel “ripudia che vuol dire ripudia” e a testimoniare che, quell’art. 11, in sede di Assemblea costituente, fu larghissimamente condiviso e non incontrò particolari obiezioni. Un principio, una norma, un sentimento nitido e fermo in palese contrasto con i sofismi di certi esegeti di oggi. Forse perché quella generazione tutta, trasversalmente agli schieramenti, aveva della guerra una memoria viva, tragica e recente. Difficile non pensare che il possibilismo bellicista odierno sia ascrivibile a una diffusa e leggera smemoratezza. Ecco le precise parole di Giuseppe Dossetti: “come italiano e antico costituente, noto che si è fatto dire all’articolo 11 ciò che non corrisponde né alla sua lettera, né al suo spirito, né nella prima parte, né nella seconda, la quale non attenua ma conferma il ripudio della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.

Crediti foto di Moa Alexandersson su Unsplash

  • Franco Monaco

    Pubblicista, già presidente dell’associazione «Città dell’uomo» e parlamentare della Repubblica; fa parte del gruppo di coordinamento della rivista web Appunti di cultura e politica.