Nei crimini di massa compiuti dall’Israele di Netanyahu e Ben-Gvir, che cosa vedono gli antisemiti? Vedono una conferma. La tradizione antisemita ha trasformato la sua imputazione contro gli ebrei dalla teologia alla politica, dal deicidio al complotto per il potere. A partire dall’inizio del secolo scorso fino ad oggi, i Protocolli dei Savi Anziani di Sion, la falsa “rivelazione” poliziesca del complotto politico ebraico per il dominio sul mondo, sono stati un testo chiave per l’antisemitismo in genere e per il nazifascismo in particolare: i Protocolli sono appunto un’accusa politica.

Ora Israele, in quanto Stato, ha dato al mondo ebraico un’espressione esplicitamente politica, e se agisce “in nome del popolo ebraico”, questo conferma tra gli antisemiti, la tradizione accusatoria dei Protocolli.  E poiché nei secoli l’antisemitismo ha conferito agli ebrei lo statuto di vittime per antonomasia, l’antisemitismo prevede nelle proprie vittime la minaccia di una loro propensione alla vendetta, da prevenire e da cui difendersi. Difendersi dalle proprie vittime è la tonalità vittimistica dell’antisemitismo, compreso in quello nazista, secondo il quale i popoli erano perseguitati dagli ebrei ed era dunque un dovere perseguitarli. Per questo lo statuto di vittime non è una buona protezione per gli ebrei, ma è al contrario un ulteriore fonte di sospetto e di ostilità antisemita.

Lo sguardo dell’occidente liberale

Che cosa vedono invece nei crimini dell’Israele di Netanyahu e Ben-Gvir, i non-ebrei in cui vive la tradizione del sostegno all’emancipazione ebraica e al loro diritto di cittadinanza come elemento pratico e simbolico di una generale emancipazione civile? Vedono un tradimento dell’investimento culturale, politico ed etico fatto a favore degli ebrei, a partire dalla Rivoluzione Francese, attraverso l’affare Dreyfus, la lotta contro il nazifascismo, il loro risorgere dopo la Shoah nella nascita dello Stato di Israele, l’affermarsi delle democrazie e dei diritti umani come valori di civiltà. Coloro che si riferiscono a questa tradizione vedono in Israele un tradimento, perché i crimini dell’Israele di Netanyahu e Ben-Gvir non sono una deviazione da quei valori, ma ne sono un rovesciamento: dalla forza del diritto al diritto della forza, dalla democrazia all’etnocrazia, dagli ideali di liberazione all’oppressione altrui, dallo sforzo di giustizia all’imposizione di ingiustizia, dall’essere perseguitati all’essere persecutori, dall’universalismo dei valori al particolarismo nazionalistico, dalla responsabilità verso il mondo alla responsabilità verso solo se stessi, dallo sforzo della politica alla scorciatoia della guerra. E questo senso di tradimento li espone alla tentazione dell’antisemitismo, e cercano segni tra gli ebrei che li preservino da questa deriva abietta.

E che cosa vedono molti ebrei nel mondo, che hanno guardato a Israele come a un riscatto dopo la catastrofe nazifascista e ne vedono adesso una degenerazione in etnocrazia razzistica, che trova sintonie ed alleanze nei fascismi di nuovo montanti in Europa e in America? Vedono anch’essi un tradimento, una disillusione dolorosa, la spaccatura irrimediabile come tra fascismo e antifascismo. Vedono che Israele, con Netanyahu e Ben-Gvir si è ripiegato sul suo nazionalismo e sulla sua ragion di Stato e non è più in grado di rappresentare lo Stato–guida della costellazione ebraica nel mondo, che non è più garanzia per l’esistenza degli ebrei, ma piuttosto un fattore di insicurezza, che li espone all’ostilità del senso comune nei paesi in cui vivono. Vedono che Israele, per la sua autoreferenzialità, sta diventando esso stesso non più un superamento della diaspora, com’era nelle aspirazioni del sionismo, ma un elemento particolare della diaspora stessa.

Decadenza dello Stato-Guida

L’ebraismo che è vissuto fino a noi non è “biblismo”, anche se il testo biblico rimane centrale. Deriva piuttosto dalla ricostruzione culturale, giuridica e religiosa seguita alla catastrofe del regno di Giudea ad opera dei romani nel 70 dopo Cristo, con la devastazione di Gerusalemme e la distruzione del Secondo Tempio, la perdita del centro politico-religioso e la dispersione in diaspora. È una tradizione che non presume di essere la Parola di Dio ma di portarla, riattivandola di generazione in generazione nell’interpretazione multipla e controversa di una rivelazione la cui profondità inesauribile resta sempre da decifrare e di cui la Scrittura è un’eredità e una traccia. È un ebraismo che discende dagli autori di quella ricostruzione, i maestri della Mishnah e del Talmud, per i quali il messaggio divino non era più diretto, come si presumeva fosse stato per i profeti biblici, ma era piuttosto un’eco i cui molti significati sono dentro e tra le parole dei testi sacri immutabili, ma la cui interpretazione è variabile a seconda delle epoche, dei luoghi, delle menti e delle culture di chi interpreta. Non c’è più la voce del cielo diretta: sono gli esseri umani a dover decidere, decodificando l’inchiostro delle lettere e i bianchi tra gli inchiostri, entrambi significanti.

Questa tradizione si è elaborata per due millenni nella diaspora.  La diaspora era come una rete. I suoi nodi erano le sinagoghe e le case di studio che si ripetevano in tutte le presenze ebraiche sparse tra le nazioni, affini l’una all’altra per gli stessi testi sacri, ma ciascuna era immersa in società e culture diverse con cui intratteneva relazioni variabili, tra scambi fecondi e persecuzioni. La dispora era  una grande rete elastica,  tra i culti e i testi  inamovibili  di un’unica Torah e relazioni variabili, e questa modulazione tra adattabilità e costanza e tra riservatezza e relazioni è stata di fatto la strategia di durata dell’ebraismo mentre grandi potenze crescevano e crollavano, una strategia che  ha consentito ad esso di funzionare come cerniera e mediazione tra culture e tra epoche, generando anche i grandi innovatori intellettuali nel trapasso all’epoca contemporanea, tra ‘800 e ‘900.

Ora, la nascita dello Stato d’ Israele ha sostituito questa configurazione a rete con un modello diverso: una costellazione diffusa convergente verso uno Stato. Reagendo all’offensiva antisemita tra 800 e 900, il sionismo era animato da un’accesa polemica nei confronti della diaspora: di fronte al pericolo di sopravvivenza degli ebrei in quanto ospiti precari o sotto minaccia in terre altrui, il sionismo proponeva una nuova condizione: quella di farsi nazione e Stato su una terra propria, assimilando, come ho detto, il modello degli Stati-nazione in occidente. La polemica sionista contro la diaspora è diventata tanto più convincente dopo la catastrofe della Shoah, quando gli ebrei, sionisti o non sionisti, hanno salutato come una resurrezione la nascita dello Stato di Israele. Nella secolarizzazione una grande parte del mondo ebraico è passato dalla fede religiosa alla fedeltà verso Israele. Dalla Torah allo Stato-nazione. Per gli ebrei Israele non è semplicemente un’istituzione politica, ma è un luogo di identità, di orgoglio e speranza, di investimento ideale e affettivo, una garanzia di sicurezza e protezione, una seconda patria e al contempo una prima patria ideale, un estremo rifugio nel caso del ripetersi della persecuzione. Quell’ebraismo che nella diaspora era stato vissuto, per dottrina e sentimento esistenziale, come una condizione di incompletezza, come un’aspirazione da realizzare, in cui gli ebrei erano coloro che si sentivano come proseliti ardentemente desiderosi di realizzarsi come ebrei, ha visto nella nascita dello “Stato ebraico” l’esito di un ebraismo realizzato. In senso laico o in senso religioso: un luogo di vita pienamente ebraica. Si è così formata una nuova configurazione: una costellazione ebraica non più a rete ma gravitante intorno a uno Stato- Guida.

Un paragone con l’esperienza sovietica

Per comprendere questo fenomeno, vale forse un confronto, un’analogia.  Il rapporto tra diaspora e Israele è per molti aspetti simile a quello che c’è stato tra “diaspora” comunista e Stato sovietico, nella “terra promessa” della Rivoluzione d’Ottobre e della sua Rivelazione. Per il movimento comunista internazionale – e qui ripeto esattamente quello che ho scritto di sopra per Israele – l’Unione Sovietica non è stata semplicemente un’istituzione politica, ma “un luogo di identità, di orgoglio e speranza, di investimento ideale e affettivo, una garanzia di sicurezza e protezione, una seconda patria e al contempo una prima patria ideale, un estremo rifugio accogliente nel ripetersi della persecuzione”: un luogo di socialismo, ovunque tentato, si era realizzato.  Per questo si può umanamente capire perché i comunisti e i loro compagni di strada si siano così a lungo rifiutati di vedere gli orrori dello stalinismo e hanno accusato chi li denunciava di essere un calunniatore fascista.  Analogamente si possono comprendere tanti ebrei che preferiscono non vedere i crimini che Israele sta perpetrando, e trovano sollievo nell’accusare chi li denuncia d’esser un calunniatore antisemita. Per ragioni esistenziali, le nostre anime mobilitano una quantità di argomenti e di censure per difendersi dalle disillusioni ideologiche e d’amore.

All’Unione Sovietica si è guardato come Stato-guida di movimenti di emancipazione sociale e anti-coloniale nel mondo, e a Israele si guarda come a Stato –guida per una maggioranza della diaspora ebraica, sionista o non-sionista. Ma lo Stato-guida è tale se si conferisce ad esso una certa carica messianica, e il suo fallimento ha caratteri di apocalissi.

La configurazione a “Stato-Guida” ha avuto grande importanza nel XX secolo e lo Stato di Israele è nato nel loro clima: tali sono stati il patto atlantico a guida americana e il patto di Varsavia a guida sovietica.  Gli Stati-guida non rappresentavano solo una forza militare e politica, ma anche un’egemonia culturale, morale, di cultura e di gusti, per poi decadere. La costellazione a guida sovietica si è disgregata dopo il crollo del muro di Berlino, quello americano si sta disgregando con Trump. Le loro iniziali ambizioni internazionalistiche e universalistiche si sono via via ripiegate su se stesse, in un nazionalismo centripeto ristretto, il loro afflato imperiale e le loro ambizioni storiche si sono via via ridotte a ragion di Stato, intorno ad interessi di auto-conservazione di etnie e di caste dominanti senza prospettive innovative proiettate al futuro.

Israele come Stato-guida del mondo ebraico sembra vicino a concludere una parabola simile: dalla forza costruttiva di aggregazione alla crisi di disgregazione nella vergogna del sangue e della guerra permanente come necessità drogata per la coesione interna e la prevenzione esterna.

Le contraddizioni dello Stato-guida

La fedeltà a Israele è diventata quasi un culto laico, fino a prevalere sulla Torah come riferimento, luogo mentale e affettivo dell’identità ebraica. Ma come la “terra promessa” della Rivoluzione di Ottobre,  riferimento identitario della speranza socialista internazionale è via via degenerata in una ragion di Stato nazionalistica che ha soppiantato la vocazione universalistica  iniziale  del comunismo, e come la “terra promessa” del sogno americano, riferimento identitario della speranza liberale,  è via via degenerata in ragion di Stato, o meglio di casta capitalistica;   così la ragion di Stato  di Israele sta sostituendo e rinnegando i fondamentali valori universalistici dell’ebraismo laico o religioso. Il senso di responsabilità verso il mondo si restringe alla responsabilità verso se stessi. L’ebraismo, che è stato un fermento tra le nazioni, tra le culture e tra le epoche, viene rinnegato e trasfigurato in una specie di autismo impaurito e aggressivo, e lo spirito “messianico” ridotto a un motivo confessionale di rapina di terre e di esistenze altrui, in un irredentismo di tipo fascista ma sedicente biblico.

Questo è il processo con cui la destra sta disgregando Israele e la relazione tra diaspora e Israele. Ora l’antica forma “a rete” della diaspora non sembra più proponibile, perché la forza della Torah che ne costituiva gli incroci e le corrispondenze non è la stessa che aveva nei secoli passati. Per via della secolarizzazione, la Torah può essere argomento di cultura, ma non altrettanto di culto. Un tempo l’ebraismo era uno sforzo culturale e una fede, ora non più.  Oggi è difficile capire cosa ne resti, che cosa diventerà. Gli ebrei potrebbero assestarsi ancora intorno a uno Stato, ma che non è più solo argomento di orgoglio e di affetto ansioso ma anche di vergogna e di insicurezza. Difficile   intravedere quel che succederà.

Fratture nel mondo ebraico

L’ Israele di Netanyahu e Ben-Gvir  si sta ripiegando in un’autoreferenzialità etnico-religiosa, per la quale la sicurezza non è una coraggiosa impresa politica ma si affida alla deterrenza terroristica delle armi, e la guerra permanente è strumento di conservazione ricattatoria del potere, di coesione emergenziale interna e di imposizione militare verso l’esterno. Così Netanyahu e Ben-Gvir stanno dissipando la dignità e l’autorevolezza di Israele come riferimento del mondo ebraico. Anzi, stanno spaccando il mondo ebraico. E il mondo ebraico si sta dividendo grosso modo in tre parti.

Quelli che, proprio in quanto ebrei, sono contrari alle tendenze attuali prevalenti in Israele.

Quelli che compongono un’estesa zona grigia che tace, che evita di considerare i fatti per la difficoltà di elaborarne le conseguenze, e magari trova rifugio   negli stereotipi della tradizionale apologia degli ebrei su se stessi  e nella tradizionale lamentazione assolutoria della vittima calunniata  da un antisemitismo infondato e perenne, e mentre sono  angosciati per le manifestazioni propal di ostilità etica e  politica contro Israele e per la ricrescita dell’ antisemitismo,  trovano anche in queste avvisaglie di persecuzione un argomento tradizionale di auto-assoluzione per sé e per Israele “che deve difendersi”.

Quelli infine che, in nome di una fedeltà di principio e istituzionale, si allineano con Israele, qualunque cosa faccia o diventi, e accusano ogni critica ad Israele di collusione con l’antisemitismo e di tradimento della “patria ebraica”. Su questi, tra gli ebrei, punta soprattutto l’Israele di Netanyahu e Ben-Gvir, abusando dell’accusa di antisemitismo contro ogni critica etica e politica. Per questo, gli antisemiti sono un sostegno al governo di Israele: ne alimentano la propaganda vittimistica che traveste ogni aggressione in un atto di difesa esistenziale e preventiva. Astuzia inconsapevole degli antisemiti per favorire la rovina di Israele: producono e spacciano una droga, l’antisemitismo, di cui abusano largamente i Netanyahu e i Ben-Gvir per ridurre gli ebrei ad un gregge spaventato, per accusare di collusione col nemico ogni alternativa e ogni critica, mentre portano Israele verso un baratro da cui sarà gran fatica risalire.

Profetici contro “messianici”

Ma non sarebbe educato e neppure giusto finire uno scritto in tono negativo. La storia non è fatale, è spesso sorprendente.  Non sempre da ragione ai pessimisti che pretendono di essere i più realistici, perché si appoggiano alla constatazione dei fatti piuttosto che sulle possibilità. Vero è che le catastrofi fanno come le valanghe che non si fermano finché non si sfracellano sul fondo, ma una volta sfracellate la situazione è per ciò stesso mutata.  Ci può essere una svolta e il darsi da fare la prepara anche se, nel frastuono della valanga, sembra irrilevante, come lo era, negli strepiti della dittatura, l’antifascismo così marginale negli anni Trenta. Ma poi vennero la resistenza e la rinascita che si sono fortemente nutrite di quel lavorio minoritario. Da molto tempo in Israele e tra gli ebrei nel mondo ci sono gruppi e persone che agiscono per affermare prospettive del tutto diverse da quelle che sono prevalse, che pensano che la salvezza stia più nella difficile costruzione di relazioni di coesistenza che non nelle illusioni disumane di sbrigative soluzioni finali. Altri gruppi si sono aggiunti di recente, per opporsi all’etnocidio dei palestinesi, al degrado politico e morale di Israele e al moltiplicarsi delle sue guerre preventive senza fine e senza finalità accettabile o credibile.  Sonoattivismi minoritari ma tenaci e coraggiosi di cui bisogna parlare e con cui bisogna collaborare. Ma di questo un’altra volta.

Contro i “messianici” al governo, contro coloro che pretendono di concludere messianicamente il lavoro restaurando un Israele sedicente “biblico”, e che, se lo facessero esistere, sarebbe un caduco faro di stupidità, crudeltà, ingiustizia e vergogna, quei gruppi e quelle persone che agiscono controcorrente sono una speranza per Israele, sono lo shear, il “resto” di Israele, annunciato da Isaia:

In quel giorno
il resto di Israele e il residuo della casa di Giacobbe
non si appoggeranno più su chi li ha percossi,
ma si appoggeranno sul Signore,
sul Santo di Israele, secondo lealtà.
Tornerà il resto,
il resto di Giacobbe, al Dio forte
.

(Is. 20, 20-22)

È un passo che, da non credente, trovo comunicare una grande energia. Quei gruppi di opposizione sono profetici contro i “messianici”. Profetici in quanto volti al futuro contro i messianici che guardano a un passato immaginario e vogliono restaurarlo; profetici ma non in senso greco, di coloro che annunciano il fato inevitabile, ma in senso ebraico, cioè coloro che nella catastrofe colpevole e colposa sanno aprire la breccia per uscirne.

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