Ogni Repubblica iraniana sembra nascere da una morte. La prima, nel 1979, sorse dal collasso politico della monarchia dei Pahlavi e dall’ingresso di Ruhollah Khomeynī sulla scena come fondatore, giurista e padre carismatico della rivoluzione. La seconda prese forma nel 1989, alla morte dell’Imam. Una terza Repubblica, oggi, sembra iniziare a prendere corpo dopo l’uccisione di ‘Alī Khamene‘ī e l’ascesa quasi dinastica al potere del suo secondogenito, Mojtabā. Se inizialmente questo passaggio avrebbe potuto far pensare ad una ibridazione politico-istituzionale, uno Stato confessionale che sta evolvendo (o involvendo) verso una sorta di monarchia teocratica a impronta dinastica, in realtà la situazione caotica nella quale è stata eletta la nuova Guida Suprema è un elemento rivelatore, o quantomeno indiziario, per cercare di comprendere come possa evolvere il potere in Iran: il tratto essenziale di questa nuova fase è il passaggio da una Repubblica dei chierici alla Repubblica dei guardiani armati. Non la fine dell’Islam politico, ma la sua progressiva militarizzazione.
Khomeynī e il costituzionalismo teocratico-elettorale
La prima Repubblica islamica fu, in senso stretto, il regime dell’Āyatollāh Khomeynī. Il suo impianto costituzionale nacque da una genealogia lunga, che affondava le sue radici nel costituzionalismo persiano dei primi del Novecento, il quale aveva già cercato una sintesi fra le forme europee ed il controllo religioso. Nel 1979, invece, la Costituzione assunse come paradigma istituzionale la Quinta Repubblica francese, ma vi innestò un’innovazione politologica senza precedenti per l’Islam sciita: il velāyat-e faqih, il governo o la tutela del giurista islamico. Secondo la dottrina sciita duodecimana, infatti, il dodicesimo Imam, Muḥammad al-Mahdī, vive in occultazione e tornerà solo alla fine dei tempi per restaurare la giustizia. Su questa assenza dell’Imam si fonda il problema della legittimità politica nel tempo dell’attesa, che l’Āyatollāh risolve rielaborando la velāyat-e faqih e attribuendo al giurista islamico qualificato non solo una funzione interpretativa della legge sacra, ma anche una responsabilità politico-religiosa nella guida della comunità e dello Stato. Furono così istituiti nuovi organi politico-religiosi incaricati di reggere, orientare e controllare la neonata Repubblica islamica, proclamata dopo un referendum dal risultato plebiscitario. Il nuovo ordinamento, voluto e guidato dallo stesso Ruhollah Khomeynī, non si limitava a sostituire il regime monarchico con una repubblica, ma inseriva il principio elettivo entro una struttura di legittimazione religiosa. Tra le istituzioni centrali di questo assetto vi erano la Guida Suprema, o Rahbar, il Consiglio dei Guardiani e, sul piano della designazione della leadership, l’Assemblea degli Esperti. Esse non abolivano la sovranità popolare, ma la sottoponevano a un sistema di controllo confessionale e rivoluzionario, nel quale elezioni, Parlamento e Presidenza operavano entro i limiti fissati dal velāyat-e faqīh e dalla conformità dell’azione politica all’Islam. Si venne così configurando una forma di costituzionalismo teocratico-elettorale.
Dall’istituzionalizzazione alla crescita dell’esigenza di sicurezza
Quella che può essere definita la seconda fase della Repubblica islamica nacque nel momento in cui l’Imam accompagnò la transizione verso un ordine meno rivoluzionario e più istituzionalizzato. Il punto decisivo fu la successione al vertice. La nuova Guida Suprema, ʿAlī Khamene‘ī, non possedeva l’autorevolezza religiosa di Khomeynī, né il rango di marjaʿ-e taqlīd (fonte di emulazione religiosa). Il requisito sostanziale per la Guida divenne possedere una competenza giuridico-religiosa, capacità politica, prudenza, coraggio e attitudine amministrativa. Al tempo stesso l’ufficio del Rahbar venne rafforzato come centro ultimo dello Stato, titolare dell’indirizzo generale del sistema, del comando supremo delle forze armate e di ampi poteri di nomina, controllo e interdizione. L’Iran post-1989 fu dunque meno clericale nel senso della gerarchia sapienziale sciita, ma più concentrata nel senso politico-istituzionale.
La terza Repubblica islamica prosegue la linea inaugurata nel 1989, ma ne rovescia l’equilibrio interno. Dopo Khomeynī il sistema aveva già separato la sopravvivenza dell’ordine politico dalla statura teologica personale della Guida, ma all’indomani della guerra del 2026, questa separazione è andata radicalizzandosi. Gli attacchi del 28 febbraio, diretti contro i laboratori di ricerca nucleare, siti missilistici e centri politico-militari iraniani, hanno colpito il vertice simbolico del potere con l’uccisione di ʿAlī Khamene‘ī, ma non hanno prodotto il collasso dell’apparato statuale, così come almeno inizialmente preconizzato ed auspicato dall’Amministrazione Trump e dal Governo Netanyahu. La successiva crisi dello Stretto di Hormuz ha palesemente mostrato che anche la guerra non solo non ha dissolto il regime, ma ne ha accelerato la riorganizzazione. La Guida Suprema conserva – almeno in apparenza – una funzione di legittimazione, mentre il potere operativo tende a concentrarsi nel dispositivo militare, nell’intelligence, nei Pasdaran, nell’Ufficio della Guida e nei centri incaricati di gestire la guerra, la repressione e il negoziato con Washington. La teocrazia non scompare, ma viene progressivamente subordinata alla logica della sopravvivenza del regime. Al vertice formale si è trovato Mojtabā Khamene‘ī. La sua ascesa non riproduce né il modello carismatico dell’Imam Khomeynī, né quello istituzional-patriarcale del padre: la sua autorità non discende da un riconosciuto primato teologico né da una lunga biografia pubblica, bensì dalla capacità di offrire un sigillo di continuità ad un sistema ormai dominato da logiche di emergenza, controllo e conservazione del potere. La quasi totale assenza dalla scena pubblica dopo la successione, tanto da alimentare ipotesi su una sua grave inabilità, se non sulla sua stessa morte, ha rafforzato l’immagine di una Guida più legittimante che operativa.
Mobili equilibri e componenti interne del regime
La terza Repubblica non nasce dunque dalla fine della teocrazia, ma dalla sua subordinazione funzionale a un ordine di controllo politico e militare. Il sacro resta la base della legittimità; la coercizione diventa invece grammatica di governo. In questa nuova configurazione, la leadership iraniana emerge da una frattura violenta nella continuità del regime. Il sistema appare più opaco, meno centrato su una sola figura e più dipendente da un equilibrio instabile tra fazioni politiche, apparati militari, reti economiche e strutture di sicurezza.
Il potere effettivo sembra oggi articolarsi attorno a un Direttorio informale, costituito da tre livelli. Il primo è il beyt della Guida, ossia la Casa o l’Ufficio della Guida, che funge da cerniera tra una autorità religiosa ormai residuale, reti politiche, centri del controllo politico ed economico. Il secondo è costituito dai Guardiani della Rivoluzione e dall’intelligence, gli attori che dispongono degli strumenti coercitivi, militari, informativi ed economici necessari alla sopravvivenza del regime. Il terzo è rappresentato dalle istituzioni repubblicane, Parlamento, Presidenza e Consigli costituzionali, che continuano a operare, ma entro un quadro decisionale sempre più condizionato dagli apparati di forza. In questa configurazione, la Repubblica islamica non abolisce le proprie istituzioni, ma ne modifica il peso relativo. La forma costituzionale resta, mentre il comando tende a spostarsi verso i luoghi nei quali si amministrano sicurezza, repressione, guerra e negoziato.
Da un punto di vista del potere politico e, solo in parte, della rappresentanza elettorale, si possono identificare quattro poli principali: il blocco pragmatico-istituzionale, gli ultra-radicali, il clero istituzionale e il blocco militare-intelligence raccolto attorno ai Pasdaran.
La frattura principale attraversa il campo conservatore. Da un lato si colloca una componente più pragmatica, legata agli uṣūlgarāyān o “principalisti” di orientamento tradizionale, a settori tecnocratici e a figure interessate a riaprire margini di negoziazione esterna per alleviare la crisi economica. In questo spazio possono convergere, pur con interessi e traiettorie differenti, personalità istituzionali come Mohammad Bagher Qalibaf, presidente del Majlis, già sindaco di Teheran ed ex comandante della Forza aerea dei Pasdaran, poi capo delle forze di polizia; il Presidente Masoud Pezeshkian, medico e cardiochirurgo di formazione, già ministro della Sanità nel governo Khatami e figura proveniente dall’area riformista ma pienamente interna alle istituzioni nazionali; e il Ministro degli Esteri Abbas Araghchi, diplomatico di carriera, già ambasciatore in Finlandia e in Giappone, vice Ministro degli Esteri e protagonista dei negoziati sul dossier nucleare. La loro priorità non è democratizzare il sistema, ma impedirne l’asfissia economica e diplomatica, dopo oltre quattro decenni di sanzioni, isolamento finanziario e pressione internazionale. La negoziazione con gli Stati Uniti, in questa prospettiva, non rappresenta una revisione ideologica, bensì uno strumento di sopravvivenza dello Stato, una forma di pragmatismo conservativo.
Dall’altro lato si collocano gli ultra-radicali legati alla Jebhe-ye Paydari, il “Fronte della stabilità della Rivoluzione islamica”. Questa componente non è maggioritaria, ma possiede una capacità di interdizione superiore al suo peso numerico. La sua forza deriva dalla presenza nel Parlamento, dove il campo principalista è largamente dominante e dove il Paydari dispone di una consistente capacità di condizionamento, dall’influenza sui circuiti ideologici più rigidi e dalla vicinanza a settori dell’apparato militare, dell’intelligence e della repressione interna. Per i Paydari, il negoziato con Washington rischia di apparire come una resa strategica; per i pragmatici, invece, il rifiuto del negoziato rischia di trasformare la crisi in collasso.
Un terzo polo è costituito dal clero istituzionale, radicato nelle istituzioni repubblicane, nell’apparato giudiziario e nei principali centri di studi teologici della città santa di Qom. In questo perimetro si muovono figure come l’Hojjatolislam Gholam-Hossein Mohseni-Eje’i, al vertice della magistratura iraniana dal 2021, già Ministro dell’Intelligence e Procuratore Generale, e l’Āyatollāh Alireza Arafi, membro del Consiglio dei Guardiani, dell’Assemblea degli Esperti e responsabile della rete dei seminari religiosi. Il ruolo di Arafi è particolarmente significativo perché subito dopo l’uccisione di Khamene‘ī, egli fu indicato come componente clericale del Consiglio provvisorio di leadership insieme al Presidente Masoud Pezeshkian e a Mohseni-Eje’i. Oggi questo blocco non sembra più in grado di dirigere da solo la Repubblica islamica, ma conserva la funzione essenziale di selezionare, certificare e legittimare l’autorità. Per conservare margini di influenza, il clero istituzionale cerca di offrire una copertura dottrinale al vertice dello Stato e di trasformare decisioni spesso maturate altrove in atti formalmente conformi alla natura religiosa della Repubblica.
Riformare alcune regole per consolidare il sistema
All’interno di questa contraddizione, i Pasdaran assumono un ruolo decisivo. Non rappresentano più soltanto il braccio armato della rivoluzione o un attore economico parallelo allo Stato. Tendono oggi a configurarsi come il perno della continuità statale, perché controllano le capacità missilistiche, le reti di intelligence ed economiche, gli strumenti di repressione interna ed i canali di influenza regionale. La loro centralità non trasforma automaticamente l’Iran in una dittatura militare classica, ma rende il sistema sempre più dipendente da una razionalità di comando, prevenzione e repressione. È in questo quadro che va letta anche la possibile rimodulazione di alcune norme sociali. Un regime più militarizzato non è necessariamente più rigorista sul piano dei costumi. Può, al contrario, scegliere un parziale allentamento selettivo delle regole più impopolari, come quelle relative al velo, non per liberalizzare il sistema, ma per ridurre il costo politico della repressione quotidiana. Si concede spazio alla società dove ciò non mette in discussione il monopolio del potere; si irrigidisce il controllo dove emergono il dissenso organizzato, la sfida politica o il rischio di una mobilitazione collettiva. Il risultato sarà probabilmente quello di una trasformazione profonda, ma non lineare. L’Iran non diventa semplicemente una dittatura militare, perché conserva istituzioni religiose, con i propri riti ed un lessico teologico-martiriologico ben preciso e legato alla tradizione, simboli rivoluzionari e dispositivi costituzionali propri della teocrazia khomeinista. Non resta però neppure la teocrazia ideologica delle origini. Si avvicina piuttosto a un autoritarismo ibrido, nel quale il linguaggio religioso legittima un ordine sempre più nazionalista, securitario e oligarchico. La religione resta il sigillo dell’autorità, ma il governo effettivo appartiene sempre più a chi controlla la forza.
La storia della Repubblica islamica mostra così una continuità paradossale. Ogni morte ne ha prodotto una trasformazione, ma nessuna ne ha ancora determinato la fine. Con il post-Khamene‘ī sembra ora prendere forma una Repubblica dei Guardiani della Rivoluzione, nella quale il sacro continua a legittimare, ma è la sicurezza a comandare. È forse questa la cifra più profonda della nuova fase politica: non la fine del regime, ma la nascita di una sua forma più dura e sicuramente meno carismatica, nella quale il potere non ha più la pretesa di convincere, ma di perdurare.
(Foto di mostafa meraji su Unsplash)

