Pubblichiamo l’intervento svolto alla presentazione del libro-intervista di don Giuseppe Dossetti su Giuseppe Lazzati, tenutasi a Milano, presso il circolo ACLI di Lambrate, 29 gennaio 2026

«Non lamento, ma azione è il precetto dell’ora!». Quando – finalmente, nel radiomessaggio natalizio del 1942 – si levò alta e chiara la voce del Papa, Pio XII, a chiamare alla «ricostruzione di ciò che sorgerà e deve sorgere a base della società» non tutti i cattolici italiani erano proni, indifferenti e sottomessi al tallone della dittatura mussoliniana.

Amicizia e preparazione all’impegno

Un manipolo di “puri di cuore”, competenti e coraggiosi, si riuniva da più di un anno a casa Padovani, qui a Milano, in via Ariberto. Erano i professorini dell’Università Cattolica, guidati da un ventottenne studioso di diritto canonico ed ecclesiastico: Giuseppe Dossetti. Con lui Lazzati, Fanfani, Amorth, Bontadini, Vanni Rovighi, padre Giacon e don Carlo Colombo, nonché, saltuariamente, La Pira. Loro scopo era quello di riflettere, studiare, fare progetti per la nuova Italia che sarebbe venuta, con l’apporto di uomini e donne coraggiosi e capaci, desiderosi di dar vita a una organizzazione economica, sociale e politica rinnovata dal profondo.

È noto come si svolsero gli avvenimenti che, in progressione, portarono alla Resistenza, alla Liberazione del nazifascismo, alla Repubblica, all’Assemblea costituente e, infine, ad una “bella” Costituzione, fondata sui valori di pace, libertà, giustizia e solidarietà, su basi democratiche, personaliste ed autonomiste. È in questa temperie, e dentro questa cornice, che si collocano gli eventi che rievochiamo fugacemente questa sera, mettendo al centro due personalità dominanti, Dossetti e Lazzati, che vediamo immersi totalmente nelle due dimensioni: spiritualità e politica, che in loro agiscono come forze interagenti e complementari.

Proporrei pertanto di leggere il titolo del libro così: L’amicizia di Dossetti e Lazzati nell’ordine spirituale e politico.

Domandiamoci subito: che tipo di amicizia? Non saprei trovare aggettivo più adeguato di questo: un’amicizia intima. Nel senso etimologico di “intimus” che è superlativo assoluto di “interiorir” e dunque: una forma di amicizia la più stretta, interna, segreta, confidente, intrinseca, unita, profonda ed efficace, e soprattutto un’amicizia nella vita consacrata [così Armando Oberti, nel Dossier n. 12: Dossetti, Lazzati e il dossettismo, pp. 51-54].

Per quanto tempo è durata? Per tutta la loro vita da adulti: per Dossetti, che è reggiano e viene a Milano nel 1934, da allora fino alla morte di Lazzati nell’ ’86. Dunque, oltre mezzo secolo. Dossetti ha 21 anni quando arriva in Cattolica ed è già finissimo giurista, laureato a Bologna, profondo studioso di diritto canonico, ecclesiastico e civile, mentre l’altro Giuseppe ha 25 anni e si specializza in letteratura cristiana antica e in patristica.

Lo scopo finale della vita è, per entrambi, ultramondano, anche se è su questa Terra che ci è dato di vivere e operare da cristiani: “nel mondo, ma non del mondo” (A Diogneto). Lazzati a diciotto anni prende un impegno con sé stesso: “voglio essere santo”. Dossetti ha sempre considerato decisiva la dimensione spirituale/religiosa.

Nella lettera a Lazzati “suo ‘superiore’ in Gesù”, di commiato dell’Istituto Milites Christi, datata da Bologna il 22 ottobre 1955, ricorda che già vent’anni prima aveva deciso di darsi tutto a Dio e conclude: «Non so dove il Signore mi porterà, né voglio saperlo. Mi fido di lui ciecamente». Così ha abbandonato la politica nel 1952 per seguire la sua più profonda vocazione di monaco sacerdotale[1].

Lazzati ha la genuina vocazione e insieme il dono di essere educatore dei giovani, spronandoli e invogliandoli a prendere il cristianesimo sul serio. “Consacrarsi da laici nel mondo è la sua opzione spirituale e culturale”[2].

Il breve impegno politico comune

La parte totaliter “politica” nella vita di Dossetti è racchiusa nel termine di sette anni (una cifra biblica!): dal luglio 1945, quando in modo improvviso e strumentale (lo afferma lui stesso) viene cooptato come vicesegretario della Dc (accanto a Piccioni e a Bernardo Mattarella) al luglio 1952, quando dà le dimissioni da deputato Dc, dopo quelle di membro della Direzione e dopo lo scioglimento della corrente dossettiana a Rossena nell’autunno 1951.

A questo proposito nel libro curato da Monaco e Pazzaglia (p. 76) è riportata una battuta di Lazzati «Nel gruppo dei dossettiani, i veri dossettiani sono due, e cioè Dossetti ed io». Don Giuseppe lo riconosce, con un sorriso amaro. Anche perché gli altri due moschettieri Fanfani e La Pira, erano molto diversi da loro e tra loro.

Nel corso di quei sette intensissimi anni Dossetti, come capo corrente di chi si batteva per una democrazia reale e sostanziale (e per un partito, la Dc, al servizio di questo ideale che inglobava pace, libertà e giustizia sociale), è il vero antagonista – su questo punto – delle politiche liberali e conservatrici di De Gasperi da una parte, e, ancor più di quelle spesso reazionarie dei cattolici clericali dall’altra. Ma resta sempre duro avversario dei comunisti, che mai lo amarono.

Ma prima era stato partigiano: uno dei pochi del gruppo dirigente che – lo rivendica – aveva fatto davvero la Resistenza, in montagna e come presidente del Comitato di Liberazione Nazionale di Reggio Emilia.

Successivamente, nel 1956 per obbedienza al suo vescovo Lercaro, fu candidato sindaco di Bologna, venne sconfitto ma restò battagliero antagonista di Dozza in Consiglio comunale fino alla fine del 1958. Ivi denunciò ad altissima voce e con rara chiaroveggenza la tragedia della repressione dei carri armati sovietici in Ungheria (novembre 1956) ma occupandosi altresì, con precisione di bilanci, aziende municipali e di urbanistica della sua città. Da ultimo, tra il 1994 e il 1996, si assunse il ruolo di Sentinella e di animatore dei Comitati per la difesa attiva della Costituzione, contro manomissioni e tradimenti.

Lazzati fu eletto qui a Milano nel 1946 all’Assemblea costituente, ma non fece parte dei 75 che più da vicino elaborarono il testo della Costituzione. Dossetti lo volle sentinella nel Gruppo parlamentare e nella Direzione del partito. Interpellato da Monaco e Pazzaglia su quale ruolo Lazzati aveva svolto, Dossetti ha risposto: “Un grande ruolo, un ruolo di saggezza. Effettivamente io, quando sapevo che lui era cordialmente consenziente, mi sentivo molto confortato” (p. 65).

Come sappiamo Lazzati fu trascinato in politica da Dossettti, con l’avallo del monaco-vescovo Schuster, da entrambi venerato. Il 31 agosto 1945, appena tornato dai campi di prigionia tedeschi, dove era stato rinchiuso due anni, e con gravi patimenti, ricevette la richiesta dell’amico, rivolta pressantemente anche a Fanfani, e ribatté: “Ma avevamo prospettato un’altra linea! Cioé la preparazione politica delle masse cattoliche, piuttosto che un impegno diretto”.

Ma Dossetti fu irremovibile. “Ho bisogno urgente di voi. Abbi pazienza. Non ho chiesto io di essere cooptato tra i massimi dirigenti, ma adesso si balla al ritmo necessario”. E subito fu un lavoro immenso, profondo, faticoso ed efficace, che nessuno si aspettava e stupì tutti (esemplare a tale riguardo, e decisivo al Nord, l’impegno a favore della scelta per la Repubblica nel referendum istituzionale del 2 giugno 1946).

Mentre Fanfani era un motorino instancabile e La Pira un visionario fascinoso, Lazzati aveva il dono della grande parola che si fa comunicatrice nel profondo, perché l’ascoltatore avverte che chi gli sta dinanzi non è un parolaio furbastro, non è un influencer alla ricerca di followers, ma è un educatore colto, serio e affidabile, capace di risvegliare le coscienze e di orientarle. Così chi lo ascolta o lo legge ne percepisce, anzi ne gusta tutta la verità.

Dossetti era stato molto negativamente colpito da quanto aveva letto, durante le nottate passate nelle canoniche dell’Appennino reggiano durante la Resistenza, nelle cronache apparse su «la Civiltà cattolica» – organo della Compagnia di Gesù rivisto dalla Segreteria di Stato vaticana – dall’avvento del Fascismo in poi. Fu scandalizzato dagli articoli pubblicati a commento del rapimento e poi dell’assassinio di Matteotti nell’estate del 1924, quando la Chiesa, nel periodo cruciale, per insanabile avversione al socialismo ateo, regalò al fascismo e a Mussolini un avallo determinante in cambio di un futuro Concordato privilegiato (1929). Dichiara Dossetti che quello fu un “atteggiamento colpevole”, in qualche misura “fatale” (p. 57).

Apertura al futuro

La tirannia del tempo non mi permette di andare oltre. Desidero però chiudere col bel ricordo della giornata del 22 febbraio 1986 quando ebbi la ventura e la consolazione di accompagnare a Bologna Lazzati, chiamato a illustrare la figura dell’amico al quale veniva assegnato dalla città l’Archiginnasio d’oro. Il nostro Rettore era segnato duramente nel fisico dalla malattia che lo porterà alla Casa del Padre meno di tre mesi dopo. Benché visibilmente provato fu come sempre forte e profondo. Parlando della personalità dell’amico, Lazzati, in quella occasione ne rintracciava i caratteri dominanti, facendo involontariamente, al tempo stesso, una sorta di autobiografia, quando segnalava la tenacia con la quale, entrambi, si applicavano ai compiti propri dell’impegno politico e “la lucida apertura verso orizzonti di partecipazione delle masse dei lavoratori – fino ad allora escluse – dalla vita politica attraverso – ecco la massima perenne che li univa: una coscientizzazione [del popolo] non fatta di pura conflittualità, ma di appropriata comprensione dei rapporti: vero intreccio di diritti e doveri, di cui dovrebbe vivere la città dell’uomo, secondo il dettato della Costituzione”.


[1] Scegliendo le letture per la sua Messa esequiale (S. Petronio, Bologna, 18 dicembre 1996) ha privilegiato il brano che fa riferimento a Melchisedech “sacerdote per sempre” (Salmo 109 e Paolo, Lettera agli ebrei).

[2] V. Peri, Dossetti, Lazzati, La Pira. Nel silenzio la speranza, Studium, Roma 1998.

  • Enzo Balboni

    Già professore di Diritto costituzionale, Università Cattolica di Milano.