C’è voluta la figuraccia universale del segretario della Nato Mark Rutte per sottolineare ancor di più la paradossalità dell’attuale dibattito sul riarmo europeo. Come è noto, il brillante ex premier olandese ha mandato un messaggino enfatico e servile a Trump, vantandosi di aver ottenuto con la propria faticosa mediazione l’accordo dei paesi europei della Nato sull’obiettivo di raggiungere il 5% del Pil in spese per la difesa. E il personaggio che siede alla Casa Bianca – nel suo spiazzante ruolo, che oscilla ormai continuamente tra il gangster e l’imbonitore mediatico – l’ha ovviamente subito reso pubblico: il danno aggiunto alla beffa per questi irritanti e imbelli europei.

Il duplice incontro del Vertice dei capi di Stato e di governo della Nato e del Consiglio europeo di settimana scorsa – non a caso uno dopo l’altro – è stato contraddistinto da questo evento, di per sé marginale: come spesso succede, peraltro, il diavolo si annida nei particolari. Così l’Europa colma nel discredito universale la misura dell’attuale frustrante impasse in cui si trova. Da una parte, la frammentazione del vecchio sistema internazionale multipolare e la nuova instabilità conseguente chiederebbero un ruolo più chiaro ed assertivo dell’Unione nelle dinamiche internazionali, all’altezza del compito di gestire una convivenza internazionale che promuova la sicurezza collettiva, con i metodi dell’integrazione pacifica, che le sono valsi in anni ormai dimenticati un premio Nobel per la pace. Dall’altra parte, le maggiori potenze europee balbettano sul loro futuro comune, si schierano dietro roboanti quanto vaghi discorsi sul si vis pacem para bellum, prendono a prestito retoriche belliciste da Oltreoceano e continuano a litigare in una snervante incapacità di venire a capo di una vera ed effettiva coesione interna.

Proviamo a schematizzare. Cosa dovrebbe fare un’Unione all’altezza della sfida della storia? E cosa invece non fa, o fa esattamente al contrario?

Un’analisi realistica: il nuovo ordine mondiale è fallito, ma gli Unni non sono alle porte

Primo: dovrebbe basarsi su un’analisi realistica della situazione. Che dovrebbe portare a rendersi conto che sicuramente siamo in un periodo di accelerata transizione internazionale. Dove dobbiamo fare i conti con le ceneri delle pretese neoconservatrici del roboante “nuovo ordine mondiale” post-1989. Non si è realizzato un mondo serenamente unificato nella globalizzazione economica e nella democratizzazione politica. Non tanto per l’emergere di potenti nemici, ma soprattutto per i limiti del modello perseguito, che si è rivelato al contempo troppo rigido e troppo fragile. Rigido perché ha inteso imporre brutalmente standard costruiti in Occidente a paesi non pronti ad accettarli, a colpi di doppie morali e di rotture delle regole. Fragile perché sconta la perdita progressiva di leadership statunitense e al contempo di preminenza materiale dell’Occidente nel mondo. Tutto questo risultato della storia degli ultimi trent’anni dovrebbe portare a ragionare di come gestire il rapporto con altri “mondi” nascenti, con la crescita cinese, con il policentrismo via via più solido, in un modo più prudente, flessibile e lungimirante. Identificando i punti critici ma anche le interdipendenze che ancora esistono e che non spariranno. In modo da costruire una sicurezza articolata e multidimensionale, accettando le diversità senza farne motivo di ineluttabile scontro. Invece, fioccano allarmi enfatici e ingiustificati sulle minacce militari, russe o cinesi. Che parlano di una Russia imperiale che esiste solo nelle fantasie del Cremlino e negli incubi di qualche politico dell’Europa orientale: non negando affatto l’aggressività di Putin e la necessità di controllarla, occorre ribadire che la Russia non ha semplicemente gli strumenti economici e militari per essere una minaccia per l’Europa atlantica o anche solo per uno dei suoi membri (come si è visto nella gestione della vicenda ucraina, dove si è ben guardata dall’alzare il livello dello scontro, come più volte ha minacciato di fare). Mentre dall’altra parte l’assertività crescente della politica cinese e il riarmo in corso sono state finora – e tutto lascia pensare che saranno ancora – uno strumento per la politica di rafforzamento economico del gigante asiatico più che non una minaccia di imminenti conflitti militari.

Sicurezza è un progetto politico: occorrono investimenti, strategia e capacità di dialogo

Secondo: se di sicurezza c’è bisogno, essa va quindi declinata prima politicamente che militarmente. Il che vuol dire che l’Europa deve soprattutto riflettere sulla propria capacità politica di trovare un equilibrio nuovo tra le proprie parti, sia demograficamente ed economicamente parlando, sia dal punto di vista culturale e programmatico. Facendo funzionare una capacità strategica di immaginare il futuro, non abbandonata solo agli interessi mutevoli delle sue élite finanziarie. Per essere “sicuri” occorrerebbe preoccuparsi quindi della propria capacità di continuare a creare ricchezza e sviluppo qualitativo e sostenibile, e inoltre di integrare le popolazioni divise e arrabbiate in un modello civile moderno, rispettoso dell’ambiente, capace di competere con gli altri ma anche di riconoscere il contributo degli altri. Un modello che sia al contempo sicuro di sé e delle proprie opzioni cruciali e capace di dialogare fuori dal proprio mondo. Solo un’Europa di questo tipo sarebbe in grado di proporre un nuovo modello di sicurezza condivisa e di fiducia basilare, per ricostruire una trama di convivenza tra diversi nel mondo. Certo, è banale osservare che un progetto di questo tipo chiederebbe capacità di investire risorse per il futuro: cosa che il capitalismo europeo non sempre mostra di saper fare in termini efficaci. Si potrebbe cogliere a questo proposito l’occasione offerta dal cambiamento di rotta dei cosiddetti “frugali” della destra conservatrice (europeista) nordeuropea: il cancelliere Merz, erede dell’austerità modello Bundesbank, ha rumorosamente messo fine al “freno al debito”, rilanciando proprio l’idea della necessità di investimenti pubblici cospicui. Molti paesi sembrano disposti ad abbandonare le remore per la creazione di debito comune europeo e le ristrettezze della austerità che ha bloccato le energie europee per quindici anni. Peccato che questa resipiscenza, come mostrato dal piano von der Leyen “Rearm Europe” (ribattezzato pudicamente Safe), si indirizzi solo a prospettare un aumento indiscriminato delle spese per la difesa di ogni Stato nazionale europeo, scollegato da qualsiasi prospettiva politica comune e da un’analisi fondata di quello che veramente, in termini sociali, economici e politici, serva alla sicurezza europea.

Più che di alzare la spesa, l’Europa avrebbe bisogno di darsi istituzioni comuni per la difesa

Terzo: in questo orizzonte, la sfida della sicurezza dovrebbe portare a rafforzare le istituzioni unitarie, anche sul piano della difesa, non a continuare ad agire in ordine sparso e incoerente. Il nuovo contesto può certo servire a dare ragioni per rafforzare l’integrazione dei 27 (o di coloro tra essi che vogliano davvero non ridursi a essere nani tra i giganti). Quindi ben venga l’ipotesi di dare il via alla costruzione istituzionale di una difesa comune europea. Questo è il vero tema politico che sarebbe da mettere al centro dell’attenzione, non quello quantitativo del livello di spesa militare. Anzi: creare una solidità politica europea in materia può servire anche a bilanciare gli investimenti, a creare convergenze operative più efficienti, a risparmiare risorse dove necessario. L’Europa nel suo insieme (Ue più Uk e altri paesi occidentali) spende in difesa già ora circa due volte la spesa totale della Russia (se non si seguono le stime gonfiate dell’Iiss britannico, circolate nei mesi scorsi, diverse dai dati Sipri): l’aumento del 2024 è stato già molto cospicuo. Dare un’infrastruttura istituzionale che renda efficiente tale spesa per la difesa europea non è possibile senza costruire passi avanti politici in termini di unità dei paesi che veramente abbiano deciso di prendere sul serio questa sfida. Altrimenti restiamo nel campo della semplice propaganda. E invece, sembra proprio che nel Consiglio europeo di fine giugno –a valle del vertice Nato – la questione all’ordine del giorno sia diventata quella dell’aumento delle spese, punto. Senza quadro comune, senza corrispettivi politici. La Nato aveva da tempo messo a fuoco – su pressione degli Stati Uniti, ben prima di Trump, e proprio a causa della traballante condizione della finanza pubblica di Washington – l’obiettivo già impegnativo di raggiungere il 2% del Pil di ogni paese membro in spese per la difesa. Tutti hanno traccheggiato, in materia, negli ultimi anni, compreso il nostro governo (a parole ultra-atlantista), che ha viaggiato attorno all’1,5%. La media europea parla dell’1,9% raggiunto solo nel 2024, dopo i primi cospicui aumenti attuati da diversi governi. Ora si è lanciata – ovviamente su ulteriori pressioni trumpiane – l’irragionevole parola d’ordine del 5% del Pil (pur comprendendovi un 1,5%di spese in “sicurezza allargata”, che includerebbe cybersicurezza, infrastrutture critiche e mobilità militare), come obiettivo da raggiungere nel 2035. Si noti che gli Stati Uniti stessi spendono nel 2024 il 3,38% del loro Pil in difesa. Quindi di cosa stiamo parlando? Pura propaganda.

Ma i vertici internazionali sono ormai teatro di propaganda più che di sostanza. Trump è arrivato, ha incassato una vittoria a parole, e se ne è tornato a casa, adulato e riverito. La sostanza dei problemi si vedrà (magari dopo che anche Trump sia passato). Questo sembra il modo di ragionare di scafati politici europei. Se il mondo internazionale è definitivamente consegnato al format dello show mediatico, possiamo anche stare su questa lunghezza d’onda. Le parole non contano. Alzare il livello del volume è sempre utile per strappare un pezzetto di share maggiore. Se invece ci sforziamo di credere di essere ancora in un contesto di civiltà e di razionalità politica, il quadro dovrebbe cambiare drasticamente. Ma si può essere purtroppo pessimistici sulla capacità europea di contrastare la deriva attuale. Un vero piano per la sicurezza può purtroppo attendere.

(Foto di Tetiana SHYSHKINA su Unsplash)

  • Professore di Storia contemporanea e Prorettore vicario, Università IULM - Milano. Coordinatore della rivista web Appunti di cultura e politica.