Come interpretare la politica internazionale dell’Amministrazione Trump 2 a un anno dagli esordi? Come provare a mettere un po’ d’ordine conoscitivo nella rutilante e sconcertante messe di azioni, giudizi urlati, frasi sfuggite, parole pesanti, atti éclatanti e confusionarie svolte improvvise che l’inquilino della Casa Bianca ci ha sciorinato davanti? Non è impresa facile, perché il nome Trump e la parola strategia nella stessa frase fanno davvero fatica a convivere. Sembra proprio che lo show business sia il suo terreno, non certo l’orizzonte costruttivo degli statisti.

Detto tra parentesi, questo non rassicura, al contrario di quanti continuano a derubricare le questioni sul piano del carattere personale, delle forme espressive, delle boutade… In questa visione, basterebbe far la tara per capire che in fondo sotto il folklore si celano poi normali tattiche negoziali e interessi politici comprensibili. Osservare certe performance invece non consola, anzi, preoccupa molto, perché il loro carattere ondivago contiene sempre il rischio di debordare, mentre il loro obiettivo reale è spesso nascosto e poco chiaro, e la mancata trasparenza è di per sé un danno alle relazioni internazionali. Ma tant’è.

Proviamo allora a mettere in fila alcune riflessioni, distinguendo al meglio che ci sia possibile propaganda e realtà, e soprattutto politica interna e politica internazionale.

Riaffermare una posizione imperiale traballante

La National Security Strategy 2025, pubblicata a novembre dall’amministrazione Trump, è un documento molto chiaro nella sua ispirazione ideologica, ma come vedremo non altrettanto nelle sue conseguenze operative. In un mondo descritto come costituito esclusivamente da Stati-nazione in accesa competizione tra di loro, il ragionamento espresso in quel testo si centra infatti sulla scelta fondamentale di affermare la “sovranità” e quindi gli interessi nazionali degli Stati Uniti d’America (“il paese più forte, più ricco e potente, più pieno di successo del mondo”). In questo senso, l’obiettivo della strategia nazionale dell’amministrazione in carica è semplice da descrivere: “vogliamo la continuazione, la sopravvivenza e la sicurezza degli Stati Uniti come una repubblica sovrana e indipendente, il cui governo assicura i diritti naturali dei suoi cittadini come dati da Dio e mette al primo posto il loro benessere e i loro interessi”. Mario Del Pero ha ben spiegato quanto ci sia di nostalgico in queste affermazioni, basate sul rimpianto di un mitico passato.

La conseguente descrizione dei modi di esercizio di questo primato – dato per ovvio – nelle diverse parti del mondo è invece vaga. Il paragrafo sui “core and vital interests” è breve e scheletrico. A parte una pomposa riaffermazione del controllo statunitense nel “proprio” emisfero occidentale (qui si è scomodata la dottrina Monroe, seppur impropriamente, perché nel 1823 il presidente di allora si era limitato a sostenere che il continente americano doveva essere libero da ingerenze coloniali europee). Poi si parla di “mantenere sicuro e libero l’Indopacifico”, evitando quindi i danni all’economia degli Stati Uniti (allusione vaga alla competizione cinese). Si parla di rafforzare i legami con gli alleati in Europa, naturalmente soltanto se essi riprendessero fiducia nella “civiltà occidentale” (!). Si fissa l’obiettivo di evitare che qualsiasi “potenza avversaria” egemonizzi il Medio Oriente e le sue risorse energetiche. Punto.

Sullo sfondo di questi sintetici cenni, si intravede la condizione oggettiva di un potere egemone che si sente minacciato (ed è cosciente dei propri limiti, anche se sottaciuti). E che quindi deve ripensarsi, concentrandosi su alcuni interessi essenziali.  Si intravede soprattutto la chiara percezione dell’alternativa di potenza ormai costituita dal gigante cinese, che sta sullo sfondo del documento.

Tale ripensamento sbiadisce però nei primi mesi di esercizio del potere, quando si è tradotto soprattutto in un approccio sbrigativo da potenza imperiale. C’è un’esasperazione dell’idea di ottenere risultati immediati. La politica trumpiana è stata definita come “transazionalismo amorale”, che considera elementi fondamentali dell’ordine a guida statunitense, quali valori ispiratori, alleanze e accordi multilaterali, come semplici pedine di scambio da utilizzare per ottenere vantaggi diretti. Non è però banale chiedersi se i vantaggi cercati siano sostanziali o apparenti, più legati a guadagni di breve termine in chiave di immagine, che ad affermazione duratura di interessi sostanziali del Paese. E questo sia nella retorica della capacità di imporre pacificazione, sia nell’ormai non infrequente uso della forza. Proviamo a distinguere i due campi

Un pacificatore senza pace

Trump si presenta come il benefico e fattivo pacificatore del mondo. È interessante notare che un mondo pacificato è descritto nella Nss come positivo, semplicemente perché i conflitti sono “negativi per gli interessi americani”. Infatti, il documento parla della necessità di evitare le “guerre eterne” del passato (con tutta evidenza Afghanistan e Iraq) che hanno messo in difficoltà il paese e dilapidato le sue risorse.

Già a settembre 2025 Trump si era vantato di aver messo fine a sette guerre in sette mesi. Elenchiamole quindi: si tratterebbe dei conflitti tra Israele e Iran (ma come, lo scontro non è ancora di attualità in questi giorni in cui si parla di nuovi attacchi possibili?), Repubblica Democratica del Congo e Ruanda, Cambogia e Thailandia, India e Pakistan (la crisi del Kashmir sarebbe finita?), Serbia e Kosovo (dubitiamo che si tratti di qualcosa di duraturo), Egitto ed Etiopia (qui il vago accordo sulla questione delle acque del Nilo risale in realtà al 2020) e Armenia e Azerbaigian (tregua al momento, ma con quali prospettive?).

L’ottava guerra è naturalmente quella tra Israele e Hamas, dove il “piano” di tregua con annesse prospettive di ricostruzione e pacificazione, annunciato in pompa magna a fine settembre è stato seguito anche sulla nostra rivista con un articolo di Enrico Palumbo. Diciamo che il sollievo per la sospensione (relativa e parziale) delle violenze non induce comunque a essere ottimisti sullo sviluppo successivo. Abbiamo dovuto assistere alla recente istituzione del cosiddetto “Board of peace”, con tutte le sue rigidità verticistiche e profonde ambiguità: vedi il commento di Arturo Marzano. I suoi primi passi sono sconcertanti. Il fatto che il Consiglio di sicurezza dell’Onu l’abbia sostenuto, legittimandolo (risoluzione 2803 di novembre) è purtroppo il segno dell’impotenza degli organismi internazionali. E – lo diciamo qui tra parentesi – l’adesione parziale e imbarazzata del governo italiano spicca non a caso per essere isolatissima in Europa (anche se Francia e Gran Bretagna si sono dimostrate pavide nel votare la sopraddetta risoluzione, passata con l’astensione di Cina e Russia). Una seria ipotesi di pace attende, anche in questo caso.

La questione più delicata di tutte, quella ucraina, è poi avvolta in una sorta di velo di incertezza: sono in corso a Ginevra negoziati ufficiali, ma i segnali sono molto fragili rispetto alla possibile creazione di intese di compromesso, mentre non si parla ancora affatto nemmeno di sospensione delle ostilità o di tregua militare: Trump ha oscillato tra strapazzare Zelensky, blandire Putin, arrabbiarsi con lui, scaricare i costi sugli europei, chiedere di controllare le “terre rare” ucraine (?), promettere impegno permanente. Chi è riuscito a seguire tutto, a trovare un capo e una coda in questa pantomima?

Al di là dell’egomania presidenziale (con l’assurda auto-rivendicazione del Nobel), su questo terreno c’è comunque del solido intento politico, ma tutto legato alla politica interna statunitense, ovviamente, non agli equilibri mondiali. Si tratta di blandire una base del movimento Maga che non è affatto in sintonia con la persistenza degli impegni militari permanenti degli Stati Uniti in giro per il mondo. Che ritiene soldi del contribuente americano mal spesi quelli appunto dedicati all’”esportazione della democrazia” modello Bush jr. Che si esalta per l’apparenza della dimostrazione di forza negoziale e di imposizione da parte del capo della propria volontà. E che si aspetta dalle millantate pacificazioni lucrosi affari per l’economia del paese a stelle e strisce.

Perché questo è l’altro aspetto che colpisce: tutta l’attività internazionale del presidente e dell’amministrazione è continuamente e ostinatamente soffusa di una retorica orientata al denaro, agli affari, all’arricchimento. Politics is business. Non che mai la politica sia stata separata dell’economia, per carità, ma una subordinazione così forte è una novità, anche nell’ambiente statunitense. Purtroppo, naturalmente, appare ben più che l’impressione che alla fine questa tendenza porterà successo al massimo a una ristretta cerchia di accoliti vicini al presidente o ai solidissimi interessi che nel capitalismo americano hanno la potenza di approfittare delle situazioni che si creano nella destabilizzazione permanente in corso. Non certo alla base elettorale di Trump, come i dati economici sembrano mostrare.

Veniamo alla Cina: accordo pacificamente negoziato o “nuova guerra fredda”, con un’espressione impropria che circola molto? In concreto, non sembra che nell’anno passato si sia elaborata una politica solida e coerente nei confronti del competitore essenziale. La Casa Bianca ha infatti alternato anche verso Pechino i toni recriminatori (basta con i favori che vi abbiamo fatto e che avete usato per farci concorrenza…), quelli minacciosi (siamo ancora noi più forti militarmente… con una ripresa del discorso sulle sperimentazioni nucleari e un altolà su Taiwan) e quelli in fondo passivi e accomodanti (l’accordo sui dazi raggiunto al vertice di Busan, dopo le prime sparate che sembravano portare a una vera e propria guerra commerciale).

E qui possiamo aggiungere che nell’uso disinvolto dei dazi come strumento di negoziazione l’amministrazione non solo si è rivelata incompetente nell’uso degli strumenti legislativi (come perfino la Corte suprema ultraconservatrice ha dovuto far rivelare), ma non ha certo messo le basi di una prospettiva di pacificazione che passasse per la collaborazione economica. Cosa che stava nella tradizione dell’egemonia statunitense, e che ora sembra essere allegramente superata.

Il volto duro dell’egemonia: rapsodicità e arbitrarietà

Poi c’è appunto la faccia armata dell’egemonia.  Alcuni interventi militari sono apparsi in realtà nient’altro che la prosecuzione di una linea già adottata dalle presidenze Obama e Biden: interventi “chirurgici”, svolti spesso con i droni, utilizzando il gap tecnologico enorme che avvantaggia le forze armate statunitensi per colpire gruppi terroristici od organizzazioni ostili. Qualcuno di questi interventi ha però conosciuto sviluppi certamente su scala più ampia. Si pensi a quelli in Somalia e nella zona dell’Iraq in cui ci sono ancora presenze dell’Isis o di gruppi collegati. Ma soprattutto hanno assunto un volto più distruttivo i bombardamenti nello Yemen contro gli Houthi, accusati di voler estendere la loro guerra locale fino al pirataggio sui passaggi nello stretto di Hormuz. A dicembre, infine, sono stati colpiti – hanno annunciato le autorità a Washington – ben settanta obiettivi in Siria, nella stessa logica.

Certo, l’orizzonte degli interventi selettivi e mirati è stato superato con l’attacco diversificato e potente contro i siti nucleari dell’Iran del giugno 2025: l’operazione Midnight Hammer, naturalmente concordata con lo stretto alleato Netanyahu. Anche in questo caso però abbondano i dubbi, perché le proclamazioni di vittoria e di efficacia dell’attacco contrastano sia con l’impressione di una sorta di scambio di informazioni con il regime di Teheran avvenuto prima dell’attacco, sia con le vicende successive. Non solo la Repubblica islamica iraniana è ancora in sella, nonostante le turbolenze interne e il sommovimento drammatico delle proteste giovanili, ma la prospettiva di un secondo intervento per farla cadere – nelle scorse settimane – si intreccia con il nuovo annuncio di negoziati per (udite…) risolvere la questione nucleare. Ma allora? Non era stata risolta con la forza? Si comprende qui come non ci si curi più nemmeno di costruire narrazioni logicamente e cronologicamente coerenti, al di là di quello che sia stato veramente realizzato sul terreno. Conta solo la boria degli annunci momentanei.

C’è poi la vicenda venezuelana. Dapprima gli attacchi indiscriminati alle imbarcazioni (dei narcos?) e poi il blitz che non ha fatto cadere il regime dittatoriale, ma semplicemente catturato il presidente Maduro, imputato presso una corte statunitense. In barba a regole di territorialità, rispetto delle sovranità, legislazioni internazionali vigenti. Un colpo da gangster, appunto. Dove la posta non è certo la democrazia, quanto piuttosto il petrolio (con qualche affarista che ci guadagna, non certo “il Paese” nel suo insieme). Certo, ha contato probabilmente anche l’obiettivo di isolare il regime di Cuba dalle sue fonti di approvvigionamento energetico, ma tutto è appunto sfocato e ambiguo.

Infine, occorre ricordare l’uso disinvolto e ripetuto non della forza, ma delle minacce di usarla, in tante situazioni. Fin nel caso paradossale della questione della Groenlandia, la cui sovranità pertiene all’alleato Stato di Danimarca. Minacce da derubricare semplicemente a uno schema di pressione disinvolta, in vista di negoziati successivi? Per ora sembra così: anche perché l’enormità del passaggio ha suscitato qualche prima tardiva e modesta reazione europea, e Trump appare sensibile a chi reagisce alle proprie provocazioni. Peraltro, è difficile pensare che non possa succedere il caso in cui di fronte a solide reazioni, la dinamica dei conflitti peggiori rapidamente. Insomma, un quadro contraddittorio quanto articolato. In cui non appare proprio una bussola chiara, se non quella di lucrare qualche elemento di consenso nella dialettica interna e quella di aprire spazi a ben definiti interessi affaristici, più o meno vicini al presidente. Un destino piuttosto poco attraente per il paese più potente del mondo. Altro che “egemonia inclusiva” e forza del soft power, come si diceva un tempo!

Crediti foto di Markus Spiske su Unsplash

  • Professore di Storia contemporanea e Prorettore vicario, Università IULM - Milano. Coordinatore della rivista web Appunti di cultura e politica.