Mi accingo a scrivere queste righe nei giorni della turbolenta bagarre intorno alle parole della presidente del Consiglio Giorgia Meloni sul Manifesto di Ventotene. Un episodio variamente interpretato, ma che indica la precisa volontà di colpire, nel luogo simbolo della democrazia repubblicana, un fondamento della cultura antifascista, puntando a delegittimarla.

Una volontà di delegittimazione dell’antifascismo

Siamo ben distanti dal Fini di Fiuggi, dal passaggio dal Msi ad An, dal riconoscimento che, non senza fatica, pure venne dalla destra radicale italiana dell’antifascismo. Non solo un percorso evidentemente interrotto, ma sostanzialmente invertito. Ora è l’antifascismo a venire semmai delegittimato, ridotto a ideologia di parte, antidemocratica, autoritaria, perfino generatrice di violenza. Si è dunque osato ciò che si riteneva impensabile. Possiamo concludere che la risposta di Meloni alla reiterata richiesta di esprimersi sull’antifascismo è alla fine arrivata: forte, chiara, netta. E supporre che la Costituzione si delinea sullo sfondo come l’obiettivo strategico di questi attacchi tattici per sondare la resistenza e la tenuta dell’avversario.

Cosa ci si potrà attendere dunque per il 25 aprile? Difficile prevederlo nel dettaglio, la velocità impressa dalla destra al sabotaggio della cultura democratica, dell’antifascismo, delle pratiche istituzionali repubblicane è oramai incalzante. Si può certo immaginare che non sarà un 25 aprile prêt-à-porter, al quale gli ultimi anni ci stavano abituando. Non solo perché la volontà di preminenza dell’esecutivo e l’attrazione per un’idea di democrazia gerarchica e afascista, se non autoritaria, impongono un bombardamento a tappeto dell’antifascismo. Ma anche perché tutto ciò si cala entro un quadro politico mondiale che contribuisce a sostenere, amplificare e rilanciare tale indirizzo, dalla Russia agli Stati uniti, da Israele alla Turchia. Insomma, andiamo a celebrare l’80° in un clima in cui tutto ciò che viviamo nega il valore del 1945 che eravamo soliti attribuirgli.

L’antifascismo nella Repubblica: un fondamento attivo

Peraltro, la storia del 25 aprile racconta di un’esposizione continua della ricorrenza alle oscillazioni degli assetti politici, nazionali e internazionali, del resto inevitabile per queste date politico-civili. Il fallimento del tentativo originario (1946-47) di farne una festa “costituente”, che celebrasse la nascita della nazione democratica e la sua legittimazione popolare e antifascista, quindi una festa di tutti, fondativa e identitaria, capace di trasformarsi per gli italiani in qualcosa di simile al 14 luglio dei francesi, ben presto portò ad imbrigliare il 25 aprile nella dialettica legittimazione/delegittimazione reciproca tra Pci e Dc. Ciò non impedì tuttavia che l’antifascismo costituisse comunque un argine invalicabile per qualsivoglia tentativo in senso autoritario, come dimostreranno le piazze del 1960 e l’effervescenza politica tra anni Sessanta e Settanta. A partire dagli anni Ottanta, nell’Italia dello spregiudicato realismo decisionista di Craxi, la Resistenza e l’antifascismo sono così messi in discussione quali fondamenta della Repubblica, sino ad approdare nel XXI secolo, dopo l’implosione per via giudiziaria del sistema dei partiti nei Novanta, a una prospettiva post-antifascista, quando non afascista.

Gli argomenti che emergono negli anni del craxismo saranno in buona parte ripresi nell’Italia azzurra di Berlusconi e poi in quella tricolore di Meloni: la banalizzazione antropologica e la neutralizzazione politico-ideologica del fascismo, la riscoperta patriottica di una indefinita identità nazionale, l’anticomunismo, il frusto e generico richiamo alla liberaldemocrazia, l’apoliticizzazione della memoria collettiva e della coscienza storica. Il fascismo scompare come fenomeno storico reale, rimanendo solo come manifestazione astratta di totalitarismo, quasi un meta-totalitarismo, cui accorpare il comunismo. Mentre nella realtà politica va emergendo una forma specifica di neo-fascismo, radice politico-culturale autentica della destra ora al governo, del cui processo di rilegittimazione a tappe forzate e a suon di strappi istituzionali siamo spettatori.

Insurrezione: una battaglia quotidiana sulle scelte democratiche

Su tutto ciò Meloni innesta un attacco frontale all’antifascismo – del resto in più occasioni si è coerentemente dichiarata anti-antifascista – coperto dal richiamo di sapore plebiscitario all’investitura conferita dal voto popolare. Come vogliamo quindi intendere il 25 aprile 2025, al tempo dell’inclinazione alla democrazia autoritaria? Riandando al significato originario della data, che non evocava solo la “liberazione”, ma “l’insurrezione”. La quale non era da intendersi come “l’ora x” della presa del potere, ma come “l’insurrezione di tutti i giorni”: un processo, una lotta quotidiana contro il fascismo, che oggi potremmo tradurre in una consapevole mobilitazione a contrastare la regressione in atto della democrazia, difendendo la visione della democrazia e dei diritti disegnata nella Costituzione antifascista, contrastando le sempre crescenti diseguaglianze sociali ed opponendosi alle logiche belliciste trionfanti. E anche riandando alla storia del fascismo e dell’antifascismo, perché l’ancoraggio alla storia è essenziale per restituire senso politico-civile al 25 aprile, per fondare una consapevole coscienza critica della civitas, per comprendere le matrici del nuovo autoritarismo senza ricorrere a stereotipi del passato, anzi cogliendo le novità del presente. Per ricordare che l’antifascismo costituzionale è stato per l’Italia qualcosa di assimilabile al repubblicanesimo per i francesi, una risorsa politica che ha garantito sino ad oggi la tenuta dell’assetto democratico del paese.

Crediti foto di Antonio Vivace su Unsplash

  • Luca Baldissara è docente di Storia contemporanea nell’Università di Bologna.