Ancorché espressa nell’abituale linguaggio iperbolico, nel quale è difficile distinguere la verità dalla finzione, mi pare di avere scorto accenti di sincerità nella confessione di Grillo in tv da Fazio: ho le idee confuse, ho fallito, ho fatto danni al paese. Chi mi conosce sa che non ho mai demonizzato il M5S. Talvolta sono stato accusato semmai di essere troppo indulgente e incline a dialogare con esso, già quando stavo in parlamento. Non me ne pento. Ero e sono tuttora convinto che, a fronte del grande consenso a suo tempo raccolto dal movimento di Grillo (specie tra i giovani), ci si dovesse interrogare. Mi sono sempre stati chiari i suoi limiti e le sue contraddizioni ma anche la circostanza che esso avesse parlamentarizzato un disagio che avrebbe potuto prendere una piega inquietante. Come si è visto in Europa e in America. Di più: penso che la strategia della sua ostracizzazione adottata dal PD renziano, appiattito sull’ establishment nel mentre spirava potente un vento antipolitico, abbia semmai contribuito a gonfiare le vele di quel movimento. Con l’exploit del 32% del 2018. Aggiungo che qualche risultato va loro riconosciuto. Penso al reddito di cittadinanza e ai due meriti del secondo governo Conte: la gestione del Covid e l’acquisizione del Pnrr.

Ciò premesso, torno sulla confessione del suo pirotecnico fondatore. Può egli cavarsela così? Con una tra le sue infinite performance teatrali? Con una battuta alle solite di difficile decifrazione circa il confine tra verità e finzione? A lui, che per troppi anni ha fatto due parti in commedia tra il comico e il politico, è lecito chiedere un briciolo di etica della responsabilità. Ovvero di non limitarsi a una battuta, ma di mettere a tema la sua estemporanea autocritica. L’Italia ne ha diritto, lui ne ha il dovere. Troppo grande il rilievo che il M5S ha avuto negli ultimi quindici anni per potersi permettere di scherzare al riguardo. E se non lo farà lui – come temo – lo devono fare coloro che a quell’avventura politica hanno partecipato. Quelli che hanno lasciato il movimento seguendo i percorsi più diversi e contraddittori (già questa è una circostanza sulla quale meriterebbe sostare); quelli che tuttora, ancorché molto cambiati, se ne professano eredi portandone ancora il nome e il simbolo. Insomma è dovere dei protagonisti e interesse di tutti che si apra un confronto ampio e onesto intorno al ruolo tutt’altro che marginale svolto dal M5S nello scorcio recente del nostro paese. Per ricavarne qualche lezione utile per il presente e per il futuro della nostra democrazia. In particolare per sviluppare gli anticorpi contro le suggestioni populiste che si sono succedute nel tempo, simili nella sostanza, ancorché espresse in fogge diverse. Nella società, nelle istituzioni, sin su a palazzo Chigi. Mi riferisco alla Meloni che ci delizia con la truffa infantile inscritta nella domanda “volete scegliere voi i governi o farli decidere dai partiti?”. Non è difficile dimostrare come la lusinga del potere finalmente elargito al cittadino di scegliere il premier – un potere sin qui usurpato dai partiti, a detta di Meloni – è l’altra faccia della demagogica massima grillina dell’uno vale uno. Il miraggio della sovranità popolare che, con il premierato assoluto, si rovescia nel conferimento di tutto il potere all’uomo o alla donna soli al comando. Grazie alla disintermediazione. A conferma che certe derive sono tutt’altro che archiviate. Dunque, si faccia un bilancio critico dell’avventura del M5S, ma più in genere non si abbassi la guardia sulle sirene del populismo ancora abbondantemente tra noi. Per quanto esso, ad ogni stagione, assuma forme e attori diversi.

(Foto: Revol Web from Bologna, Italia – Beppe Grillo, wikimedia.org)

 

 

  • Franco Monaco

    Pubblicista, già presidente dell’associazione «Città dell’uomo» e parlamentare della Repubblica; fa parte del gruppo di coordinamento della rivista web Appunti di cultura e politica.