È ormai trascorso un decennio dall’elezione di Jorge Mario Bergoglio, la cui ascesa al soglio pontificio segna di per sé tre novità: per la prima volta un Papa sudamericano, un cardinale della Compagnia di Gesù e l’assunzione del nome di Francesco, il Santo del Vangelo sine glossa. Un pontificato che suscita ampio consenso e vaste simpatie, ma pure valutazioni critiche e prese di distanza tanto in settori laici quanto negli ambienti ecclesiastici più tradizionalisti. Nel primo caso sono soprattutto gli atei devoti a dispiacersi che “questo Papa piaccia troppo” -in proposito emblematico quanto scrivono Giuliano Ferrara, Gnocchi e Palmaro nel loro pamphlet edito da Piemme-, ma pure sul versante dei “laici furiosi” e di certa sinistra radicale non si va troppo per il sottile, sottolineando come nella predicazione di Bergoglio ricorrano i “tormentoni” propri di quel populismo –così Valerio Gigante e Vitaliano Della Sala in “Micromega”-, nel cui linguaggio ricorrono espressioni del tipo “cultura dello scarto”, “periferie della storia”, “globalizzazione dell’indifferenza” le quali mascherano una “finta rivoluzione”.

Quanto agli esponenti del tradizionalismo cattolico essi imputano a Papa Francesco di essersi allontanato dall’ortodossia cattolica e di aver ripreso deviazioni proprie delle correnti modernistiche del primo Novecento. E così pure, sul versante progressista, gli si addebita un eccesso di continuismo rispetto ai suoi predecessori, un immobilismo che lo ha portato a prendere le distanze dalle richieste di alcune Chiese locali in materia di ordinazione dei diaconi permanenti sposati, di revisione della disciplina del celibato ecclesiastico, di concessione alle donne di ruoli ministeriali. Un bilancio, retto su di un rigoroso metodo storico-critico, è offerto ora da Daniele Menozzi, che evidenzia, attraverso un’analisi suffragata da un’approfondita conoscenza di testi e da dettagliati riscontri, la cifra distintiva di Francesco: l’impegno a declinare la presenza della Chiesa, a restituire al cattolicesimo capacità di attrazione attraverso la proposta della misericordia come nucleo autentico del messaggio evangelico. Rispetto ai suoi predecessori che, pur con accentuazioni diverse, perseguono un progetto ispirato ad una logica di neocristianità –in proposito Pietro Scoppola in un suo saggio del 1985 ha teorizzato invece di “una nuova cristianità perduta”- il cui perno consiste nella dottrina della legge naturale custodita dalla Chiesa, Bergoglio, soprattutto coll’ “Evangelii gaudium”, in sintonia con Giovanni XXIII, propone una lettura dei “segni dei tempi”- da non confondersi con “lo spirito del tempo”- alla cui luce non si tratta di vivere la storia attraverso gli schemi culturali del passato, ma di attivare un processo che dall’incessante divenire delle vicende umane consenta di riformulare la tradizione, attraverso un’intelligenza del Vangelo, una vera e propria “conversione intellettuale”, una metanoia volta a comunicarlo in termini corrispondenti ai bisogni degli uomini d’oggi.

Come scrive Francesco, sulla scorta di fonti neotestamentarie –Matteo 16, 2-3- e magisteriali –il capitolo IV della “Gaudium et Spes”: “dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi”. Ne deriva una diversa gerarchia delle verità evangeliche, per cui senza rimuovere i “principi non negoziabili”, occorre mettere al primo posto il Vangelo della misericordia e del perdono annunciati da una Chiesa in cui “tutti possono sentirsi accolti, perdonati, quindi incoraggiati a vivere secondo la vita buona del Vangelo”. Una Chiesa che deve andare incontro al proprio rinnovamento attraverso una valorizzazione della collegialità episcopale, del ruolo del laicato ed assumere la povertà come segno e come forma, “una Chiesa povera per i poveri”, quindi ben oltre “la scelta preferenziale per i poveri”. È questo il fulcro dell’interpretazione operata da Menozzi. Lo studioso scrive pagine assai perspicue sul rapporto tra Francesco e il Vaticano II –l’irreversibilità della riforma liturgica e dell’intero Concilio-, sulle radici della sua spiritualità –il valore esemplare per la sua formazione della figura di Pietro Favre, il sodale di Ignazio di Loyola, “il Santo patrono della virtù dell’inquietudine”-, sull’enciclica “Laudato si’”, con alcuni passaggi che fanno pensare letteralmente ad Alexander Langer, alle sue teorizzazioni e alle sue battaglie, soprattutto quanto all’interpretazione bergogliana di Genesi, 2, 10 secondo la quale “coltivare e custodire il Creato” significa preservare, proteggere, vigilare, conservare, -la critica ad un “antropocentrismo deviato” e la saldatura tra questione ecologica e questione politico-sociale-; sull’idea di popolo coltivata dal Papa, del tutto estranea al populismo organicistico, identitario, escludente che politicizza il sacro e sacralizza la politica.  Qui lo studioso riprende e sviluppa un saggio pubblicato in “Il Regno”, in cui offre argomentazioni che rovesciano la tesi di Loris Zanatta, secondo il quale Bergoglio può essere iscritto a quel “populismo gesuita” dei Peron, Fidel Castro, Chavez che coltiva una visione olistica del popolo e legge la modernità come fenomeno corruttivo.

Nella sua analisi Menozzi insiste altresì sulla critica all’ecclesiocentrismo e al clericalismo, non semplicemente una “tentazione” che si traduce in integrismo, sete di potere, marginalizzazione del laicato, o una anomalia ecclesiale, ma una vera e propria “perversione della Chiesa”, in quanto “omissione della misericordia”. E così pure sulla battaglia condotta da Francesco contro la pedofilia nell’istituzione ecclesiastica, una “vergogna” da considerare un crimine contro la persona e non solo come reato contro la morale, nonché sulla pastorale accogliente nei confronti delle coppie omosessuali. Infine il respiro planetario del magistero papale, l’impegno alla purificazione della memoria della Chiesa, il dialogo con l’Islam sulla scia del Poverello di Assisi e la perorazione dell’istanza evangelica della non violenza attiva in sostituzione della teoria della guerra santa e della guerra giusta – il conflitto armato entro ben definiti limiti etici e la sua moralizzazione, la proporzionalità tra mezzi e fini secondo una linea che risale al giusnaturalismo di Ugo Grozio, al suo “De iure belli ac pacis”- a fronte della tragedia ucraina. Un appassionato appello ai credenti, pur nel riconoscimento del diritto alla ribellione all’indomani dell’invasione russa, affinché si mobilitino praticando forme di non violenza alternative al ricorso alle armi.

 

 

  • Paolo Corsini

    Già professore di Storia moderna all’Università di Parma, sindaco di Brescia e parlamentare della Repubblica. Fa parte del gruppo di coordinamento della rivista web Appunti di cultura e politica.