Nel 2008 il quarto governo Berlusconi stipula con la Libia di Gheddafi il Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tar la Repubblica Italiana e la Grande Giamahiria araba libica popolare socialista. Il Ministro dell’interno è Roberto Maroni. L’Italia promette cinque miliardi di euro per la costruzione di infrastrutture in cambio del pattugliamento costante della costa per impedire la partenza di migranti. L’articolo 19 del Trattato prevedeva che “in tema di lotta all’immigrazione clandestina le due parti promuovono la realizzazione di un sistema di controllo delle frontiere terrestri libiche”.

Nel 2012, dopo la caduta di Gheddafi, in una Libia in preda a conflitti tra fazioni claniche e milizie territoriali autorganizzate, l’Italia rinnova gli accordi con un Memorandum.

Capo del governo allora è Mario Monti e la Ministra dell’Interno è Annamaria Cancellieri. Viene ribadita la necessità di controllare le frontiere meridionali della Libia e introdotto l’addestramento della polizia di frontiera libica da parte di formatori italiani.

Il 2 febbraio 2017 viene firmato a Roma il Memorandum d’intesa sulla cooperazione nel campo dello sviluppo, del contrasto all’immigrazione illegale, al traffico di esseri umani, al contrabbando e sul rafforzamento della sicurezza delle frontiere tra lo Stato della Libia e la Repubblica Italiana. Ha validità triennale ed è rinnovabile tacitamente. Paolo Gentiloni è Capo del Governo italiano e Fayez Mustafa Serraj è il Capo del Governo di Riconciliazione Nazionale dello Stato della Libia. Ministro dell’Interno è Marco Minniti.

Viene concordato che “la parte italiana si impegna a fornire supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati della lotta contro l’immigrazione clandestina e che sono rappresentati dalla guardia di frontiera e dalla guardia costiera del Ministero della Difesa e dagli organi e dipartimenti competenti presso il Ministero dell’Interno”.

Nell’occasione si concordano anche finanziamenti per i centri di accoglienza già attivi e la fornitura di medicinali e attrezzature mediche per “soddisfare le esigenze di assistenza sanitaria dei migranti illegali”. Si parla anche di “formazione del personale libico all’interno dei centri di accoglienza per far fronte alle condizioni dei migranti illegali”. Il governo italiano procura radar e motovedette utili al pattugliamento in mare e delle frontiere con l’Africa subsahariana e finanzia anche dei centri di “detenzione”. Il promotore dell’accordo è Minniti che ha passato il mese di gennaio ad incontrare personalità libiche e soprattutto non ben definiti rappresentanti locali, individuati come “sindaci”. Questo Memorandum è stato tacitamente rinnovato per 3 anni il 2 novembre scorso e entrerà in vigore nel febbraio 2023, a meno che non venga disdetto da una parte.

È dell’aprile 2017 la legge n. 46/2017: “Disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto dell’immigrazione illegale”. Per la sua approvazione si ricorre alla fiducia sia in Senato che alla Camera. Vengono introdotte alcune innovazioni come le sezioni specializzate nei tribunali ordinari per trattare le controversie in materia di protezione internazionale e la ridefinizione del personale delle Commissioni territoriali. Non viene garantito ai ricorrenti, richiedenti asilo, un giudizio di secondo grado per passare direttamente alla Cassazione, cosa estremamente complicata e costosa. Le Commissioni territoriali vengono costituite da solo personale del Ministero dell’Interno senza la presenza di referenti degli enti locali e dell’Unhcr in qualità di intervistatori.

I risultati fin qui ottenuti

I due decreti sicurezza di Matteo Salvini, adottati nel 2018 e nel 2019, con il primo governo Conte peggiorano la condizione dei salvataggi in mare. Viene definitivamente criminalizzato il principio di umanità. Il fallimento degli accordi bilaterali è dimostrato dalla necessità di avere navi di varie Ong per la tutela dei migranti e il loro salvataggio. Navi spesso definite “taxi del mare”, e indicate come fattore allettante per le partenze dei migranti dalla sponda sud del Mediterraneo. La credibilità accreditata alle autorità libiche e alle loro unità operative, soprattutto in zone Sars o in acque internazionali, è inversamente proporzionale all’ipocrisia dei governi che si sono succeduti. Infatti, il paese è ostaggio di influenze esterne, soprattutto da parte di Russia e Turchia, ed è incapace di procedere all’elezione di un governo di unità nazionale. Non si capisce da dove possa attingere attendibilità operativa, essendo di fatto carente di potere esercitato e di autorità impositiva. Le frontiere sud della Libia sono incontrollabili. Le piste che arrivano da Tunisia, Algeria, Niger, Ciad e Egitto sono in mano a mercanti di carne umana che fanno affari con bande libiche e “consegnano” la merce già nelle oasi del Sud per lavori mai pagati, per sfruttamento sessuale e “degradazione” della dignità umana in migliaia di persone, uomini, donne e bambini. Nel Mediterraneo, dal 2014 ad oggi, sono state accertate 25 mila morti.

Che fare?

Conosciamo perfettamente le cause delle rotte migratorie che da sud e da est interessano ogni anno l’Europa. Non si può fermare lo sguardo alla sola linea mediterranea, occorre coniugare in modo appropriato e ambivalente la necessità di capitale umano per l’ Europa, decisamente in declino demografico, e la necessità dei paesi di emigrazione. Occorre implementare attività economiche, tutelare la sovranità e promuovere processi di democratizzazione nei paesi di emigrazione. L’Europa e l’Italia rischiano, con le loro politiche migratorie di chiusura, di fomentare rancore e rivendicazioni in continenti indissolubilmente collegati al nostro futuro, quali l’Asia e l’Africa. Le influenze cinesi o russe avvengono anche a causa di una strategia miope che non vede nei migranti di oggi un ponte ideale e necessario per traghettarci in un futuro prossimo che non potrà che essere condiviso.

 

Foto di Anthony Beck

  • Franco Valenti

    Laureato in teologia morale presso l'università di Friburgo, esperto di tematiche inerenti le migrazioni contemporanee, membro della Weltethos Stiftung di Tubinga.