In un intervento su Repubblica Giuseppe Conte, sulla scia del “Woke 1 was crazy” di Alexandria Ocasio-Cortes, ha dichiarato che “la cultura woke è diventata una sorta di religione morale autoreferenziale e per una forza progressista sarebbe un grave errore di strategia politica confidare su di essa per costruire una efficace azione politica”. 

Diritti individuali e linguaggio

Una presa di posizione decisa che ha suscitato un ampio dibattito. Nello specifico si sostiene che una forza progressista deve aggredire le cause materiali delle diseguaglianze, dando priorità alla riduzione degli squilibri economici e sociali ormai strutturali. Deve rispondere alle insicurezze di lavoratori sottopagati, operai, piccoli imprenditori e ceto medio, oggi privi di certezze sul futuro. Deve contrastare la finanziarizzazione dell’economia, che ha trasformato il capitale in meccanismo speculativo a scapito di salari e investimenti produttivi, e sostenere l’economia reale, soffocata da burocrazia, costi energetici e tassazione. Deve affrontare il predominio delle Big Tech e il “capitalismo della sorveglianza”, che monetizza le vite delle persone. Deve infine opporsi alla corsa al riarmo, che sottrae risorse al welfare in nome di una falsa sicurezza fondata sull’escalation anziché su prevenzione, diplomazia e cooperazione.

Su questi temi il leader del M5S ribadisce che si gioca il futuro della politica progressista. Che deve farsi carico, invece, del sistema economico-sociale per costruire percorsi più radicali di giustizia sociale, senza rassegnarsi a una crescita di produttività e profitti sempre più sganciata da una distribuzione equa dei suoi benefici.

Il tema posto è di particolare rilievo, in particolare per quanto attiene il rapporto tra diritti civili e diritti sociali.

Partendo dal contrasto (“stay woke” ovvero restare vigili) a ogni forma di discriminazione di genere, orientamento sessuale e origine etnica, la storia più recente della cultura woke è stata segnata nella sua evoluzione, in particolare e tra i tanti, dal movimento Black Lives Matter, dalle politiche aziendali di diversity, equity and inclusion e dai movimenti MeToo e #OscarsSoWhite

Negli ultimi anni si è estesa fino a indicare, nel discorso pubblico, un insieme di sensibilità come, ad esempio l’attenzione al linguaggio. Per giungere alla controversa rappresentazione del linguaggio inclusivo schwa che sostituisce le desinenze di genere tradizionali maschile o femminile con simboli, come “ə” rovesciata o asterisco “*”, per favorire l’inclusione e superare il binarismo di genere. Con una osservazione. La cultura woke non ha avuto significativi proseliti in Italia e il dibattito in corso ha caratteristiche diverse rispetto agli Stati Uniti dove si è originata.

Comunque, chi la sostiene parte dall’idea che le disuguaglianze di genere, razziali, legate all’orientamento sessuale o alla disabilità non siano solo individuali ma strutturali, nonché radicate nel linguaggio. E che il fastidio verso questo linguaggio sia spesso il segnale di un privilegio che non vuole essere messo in discussione.

I pericoli di irrigidimento

Le critiche rivolte alla cultura woke provengono da fronti diversi. In particolare, riguarda l’eccesso di attenzione al linguaggio e ai simboli rispetto alle politiche redistributive concrete.  Una seconda critica, più conservatrice, parla di conformismo ideologico, di clima di autocensura fino alla cancel culture verso chi esprime opinioni divergenti. Anche osservazioni di orientamento liberale, non solo conservatore, hanno sollevato il tema della libertà di espressione messa sotto pressione.
Si rileva, poi, tra cultura woke e cancel culture la rappresentazione di concetti collegati ma distinti. La cultura woke riguarda una sensibilità e un insieme di valori; la cancel culture riguarda piuttosto le pratiche di boicottaggio, esclusione pubblica o professionale verso chi viene percepito come colpevole di comportamenti o dichiarazioni offensive fino alla deriva di una revisione iconoclastica come la rimozione di monumenti, autori, opere letterarie.

Non secondario, poi, il politically correct che, originato con la finalità di rispettare le diversità e le sensibilità altrui, è diventato progressivamente, secondo alcuni studiosi, uno “strumento per imbrigliare, nell’accusa di intolleranza e odio, qualsiasi espressione contraria a ciò che è imposto come modello culturale di riferimento”. Fino a rilevarsi il conflitto tra le pretese del politicamente corretto e le libertà costituzionali, come richiamato da Ginevra Cerrina Feroni, attualmente vicepresidente del Garante per la protezione dei dati personali, in “Per una critica costituzionale del politicamente corretto”.

Allora, quali sono i rischi? È che una interpretazione estremizzata, fortemente caratterizzata, potrebbe distogliere l’attenzione dalle strutture e dalle condizioni sociali che possono rendere effettivi diritti fondamentali come il principio di uguaglianza. Inoltre, c’è un rischio di polarizzazione. Vale a dire che il dibattito tende a diventare identitario più che argomentativo, con schieramenti che si rispondono per slogan. Questo rende difficile distinguere le critiche di merito su specifiche politiche o linguaggi da un rifiuto generale di certi valori. Viceversa, rende difficile per chi sostiene certe battaglie accogliere critiche legittime senza sentirle come un attacco.

Il merito delle lotte per l’inclusione

A questi aspetti bisogna altresì constatare che le questioni di fondo restano aperte indipendentemente dalle etichette che useremo in futuro per parlarne. Ciò significa che il termine woke stesso, usato quasi solo in senso polemico, perda progressivamente utilità descrittiva mentre i temi sottostanti continueranno a essere discussi sotto altre formule.

Ritornando alle ragioni di queste brevi riflessioni, si pongono ulteriori e sostanziali interrogativi. Eguaglianza formale ed eguaglianza sostanziale possono essere trattati separatamente? O, piuttosto, sono dimensioni di realtà intrecciate più di quanto il confronto politico lascia intendere?

Ad esempio, chi subisce discriminazione di genere, orientamento sessuale o origine etnica è spesso anche chi occupa posizioni lavorative più precarie e meno retribuite. E su questo terreno concreto, così come in tanti altri, diritti civili (diritti di libertà) e diritti sociali (diritti di prestazione) non si pongono su piani separati né possono essere trattati come alternativi.

Comunque, le lotte per l’inclusione hanno un merito storicamente riconosciuto e tutt’oggi hanno un ruolo fondamentale. Riconoscono diritti e visibilità a persone e gruppi esclusi, cercando di modificare linguaggi e comportamenti. Portando al riconoscimento di diritti che, purtroppo, non possono essere considerati acquisiti una volta per tutte. Questo merito va riconosciuto e senza esitazioni.

Ma quale può essere il limite? Consiste nel pensare che la sola rappresentazione simbolica o formale basti. Se l’accesso all’istruzione, alla sanità, al lavoro dignitoso e a una casa dipende sempre più dalla condizione di partenza, l’inclusione rischia di rimanere una promessa incompleta. Una società può essere attenta alla rappresentazione delle diverse identità e, nello stesso tempo, tollerare profonde disuguaglianze economiche. Ecco perché, al fine di contribuire per una società più giusta, devono tenersi insieme riconoscimento delle identità e diritti sociali. La politica, quindi, e la giustizia sociale devono agire su entrambi i piani: garantire risorse e opportunità e, contemporaneamente, riconoscere dignità e diritti a ogni persona.

Un aggancio nella Costituzione

Ritorna, in definitiva, sempre attuale il doveroso riferimento all’art. 3 della Costituzione. Si tengono insieme i due piani. Il primo comma sancisce il principio dell’eguaglianza formale che vieta allo Stato di emanare provvedimenti che siano discriminatori in base ad uno o più dei parametri in essa indicati (sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali). Il principio di eguaglianza, però, non significa assoluta parità di trattamento ma si concretizza nel trattare in modo eguale situazioni eguali e in modo diverso situazioni diverse. Ovvero trattare da “eguali” e non “ugualmente”. Perché parificare situazioni obiettivamente differenti, significherebbe creare discriminazioni per quei soggetti che necessitano di tutela specifica. Nel secondo comma dell’art.3 il Costituente si cala nella realtà concreta. Visti i molteplici fattori di diseguaglianze tra i cittadini, si sancisce il principio dell’eguaglianza sostanziale. Ovvero l’obbligo dello Stato di intervenire non solo per eliminare ogni situazione di privilegio che offenda la pari dignità, altresì promuovere politiche di sostegno e di aiuto che consenta la piena e libera affermazione della persona.

Ricordava Giorgio La Pira, nella Commissione per la stesura della Costituzione, che i diritti dell’uomo non sono concessi dallo Stato ma preesistono ad esso per natura. Una impostazione che si riflette direttamente nella logica dell’art. 3, dove la Repubblica è chiamata a “rimuovere gli ostacoli” al pieno sviluppo della persona umana, riconosciuta come valore fondativo piuttosto che come semplice destinataria di norme.

In definitiva, i due piani dell’eguaglianza formale e dell’eguaglianza sostanziale sono intrinsecamente correlati. Sono dimensioni che, coniugate, fanno sì che nessuno debba essere escluso “né per ciò che è”, “né per ciò che non possiede”.

(Foto di Jon Tyson su Unsplash)

  • Lucio Romano

    Medico Chirurgo e docente di Bioetica - Commissione Scientifica “Centro Interuniversitario di Ricerca Bioetica” (CIRB) - Responsabile Servizio “Cultura e Dialogo con la Città”, Arcidiocesi di Napoli - Senatore della Repubblica XVII Legislatura.