Ceuta e la percezione selettiva dell’emergenza-immigrazione

La crisi estiva di Ceuta è un caso paradigmatico della centralità dei fenomeni migratori, e delle paure relative, nell’attuale dibattito politico, e di come venga ribadita e drammatizzata la questione del controllo dei confini come emergenza esiziale. È stata rilanciata l’idea dell’immigrazione come “minaccia ibrida”, già vista in opera con esiti letali ai confini orientali dell’Unione europea. Al confine tra Polonia, Repubbliche Baltiche e Bielorussia, tra agosto e dicembre 2021, qualche migliaio di persone, tra 8.000 e 10.000, provenienti dall’Iraq o da altri teatri di guerra mediorientali (Siria, Yemen, Afghanistan) erano state respinte brutalmente, anche in pieno inverno, lasciando sul terreno un numero imprecisato di vittime, con il sostanziale consenso di Bruxelles.

Ora nuovamente l’arrivo improvviso (e improvvido) dal mare, a fine luglio, di 70-80.000 giovani, marocchini o provenienti da altri paesi africani, nell’exclave spagnola, non trattenuti dalle guardie di confine di Rabat solitamente efficienti e pronte all’impiego di metodi assai spicci, è parso lo scenario ideale per la rappresentazione dell’immigrazione (tutta) come un’invasione di orde di giovani maschi alieni. Di riflesso, è stata vista come un monito a difenderci da questo rischio senza andare troppo per il sottile nella scelta dei mezzi da adottare. Il fatto che la presunta emergenza sia rapidamente rientrata, con il ritorno dei protagonisti delusi oltre confine, ha avuto molta minore risonanza degli attraversamenti non autorizzati di massa: una violazione dei confini oggi alquanto invisa alla maggioranza dell’opinione pubblica. Le oltre cento vittime stimate, ma il bilancio è ancora incompleto, hanno raccolto ben poca empatia. Crudele ed emblematico un commento di Musk: “un’invasione di zombi”.

Un primo aspetto della vicenda è dunque la visione di quanto accaduto come emergenza. Per valutare quella che potrebbe sembrare una banale constatazione, bisogna tornare sui confini orientali: nel 2022, a seguito dell’invasione dell’Ucraina, quei confini sono stati attraversati da milioni di profughi, in poche settimane e senza nessuna autorizzazione. Sono tuttora 4,5 milioni i cittadini ucraini che godono nell’Ue di una “protezione temporanea” che venne applicata per la prima e unica volta in quell’occasione, ricorrendo a una norma varata vent’anni prima.  Grazie a quel dispositivo, i profughi ucraini godono di libera circolazione nell’Ue, di accoglienza abitativa se necessaria, di pieno accesso ai servizi pubblici, dalla sanità all’educazione, della possibilità di partecipare al mercato del lavoro. In quel caso, gli arrivi improvvisi non sono stati considerati una minaccia, ma un afflusso meritevole di accoglienza e solidarietà. L’accettazione di chi si presenta ai confini, persino nel caso di profughi di guerre e persecuzioni, dipende da parametri come l’origine, il colore della pelle, il genere e – purtroppo – la confessione religiosa.

La confusione tra ingresso e soggiorno non autorizzato

Ad alzare la pressione emotiva e politica concorre poi la confusione tra ingressi non autorizzati e soggiorno irregolare sul territorio. Di questi tempi è facile vendere all’opinione pubblica l’idea che l’immigrazione irregolare sia la diretta conseguenza di attraversamenti non autorizzati molto visibili e mediaticamente impattanti, come quelli di Ceuta, così come degli sbarchi sulle nostre coste. Detto in un altro modo: i governi da anni, e ora con maggiore durezza e minori scrupoli, contrastando gli ingressi spontanei fanno credere all’opinione pubblica di lottare con determinazione contro l’immigrazione irregolare, che in realtà è un fenomeno molto più composito, sfuggente, per diverse ragioni tollerato o comunque inestirpabile. A loro volta i cittadini, anche quando non sono animati da impulsi xenofobi, sono indotti a biasimare la cosiddetta “immigrazione incontrollata”, ritenendola la principale responsabile d’insicurezza e degrado urbano. Come se quella ucraina fosse invece controllata, ma in queste vicende sono più che mai le percezioni a costruire la realtà.

I tentativi di ingressi spontanei sono di solito attuati da persone che non dispongono dei documenti idonei a ottenere la possibilità di un accesso legale: ossia non possono presentarsi a qualche ufficio con un passaporto per chiedere un visto, o se lo fanno viene loro negato, né possono acquistare regolari biglietti di viaggio, anche quando avrebbero le risorse per farlo. A sorvegliare i confini dell’Ue contro questi ingressi è stata preposta Frontex, divenuta nel volgere di pochi anni la più grande e costosa agenzia dell’Ue, con un bilancio passato da 6,3 milioni di euro nel 2005 a 1,9 miliardi nel 2025. Secondo Frontex, al netto della crisi di Ceuta, nei primi sette mesi del 2026 si sono verificati 49.000 tentativi di attraversamento dei confini dell’Ue, per mare o per terra, con un calo del 37% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Dunque, nel complesso, come i governi non mancano di sottolineare con compiacimento, il fenomeno è largamente sotto controllo e visibilmente in calo, anche quando si tratta di persone che avrebbero delle buone ragioni per cercare protezione nell’Ue. La ragione principale di questo presunto successo consiste nell’esternalizzazione delle frontiere, ossia nell’ingaggio – dietro compensazioni economiche e appoggi politici – dei governi dei paesi di transito come guardie alle frontiere dell’Unione: dalla Mauritania alla Turchia, passando per Marocco, Tunisia e Libia, e arrivando nei Balcani fino al Montenegro e alla Bosnia.

La presentazione degli ingressi irregolari come violazione dei confini e minaccia per la sicurezza è però posta in questione da un altro dato. Se riescono a raggiungere il territorio dell’Ue, anziché essere ricacciati indietro spesso brutalmente e senza trovare ascolto, i migranti di solito sottopongono una domanda di asilo. Sono una frazione di quella popolazione che, arrivando nell’Ue in vari modi, chiede protezione legale a motivo di guerre e persecuzioni. Anche questa componente sta diminuendo, a causa dei maggiori controlli e ostacoli, politici e fisici, che trova sulla sua strada. Nel 2025 il numero di domande di asilo presentate nei paesi Ue+ è diminuito per il secondo anno consecutivo attestandosi a 822.000, dopo aver superato il milione nel 2022 e 2023: è comunque un numero ben più consistente   di quello degli arrivi spontanei. La Germania è rimasta il principale paese di destinazione (163.000 domande), sebbene a un livello nettamente inferiore rispetto al 2024 (in calo di quasi un terzo), seguita dalla Francia (152.000) e dalla Spagna (143.000). Soltanto al quarto posto compare l’Italia (134.000), smentendo l’idea del nostro paese come “campo profughi d’Europa” (fonte: EUAA, European Union Agency for Asylum).

I richiedenti asilo, quale che sia la modalità del loro ingresso, vengono provvisoriamente tutelati da un sistema di accoglienza: non sono irregolari, tanto che almeno in teoria possono accedere a educazione, sanità, mercato del lavoro (in Italia per l’esattezza a due mesi dalla domanda). Alla fine del percorso di esame delle loro ragioni, che può durare anche anni, più della metà nell’Ue ha ottenuto negli ultimi anni un qualche tipo di protezione legale già in prima istanza: nell’Ue nel 2024 il 51,4% delle domande sono state per l’appunto accolte in prima istanza (fonte: Eurostat). Altri richiedenti vengono accettati in seguito, grazie ad appelli, revisioni e altre ragioni. Le norme sull’asilo danno per scontato che le persone arrivano come possono, tanto da evitare di contestare l’ingresso illegale. Concentrare i riflettori sull’attraversamento non autorizzato delle frontiere e sul ruolo dei trasportatori che lo favoriscono, serve a distogliere l’attenzione dalle ragioni per cui le persone arrivano, considerate valide nella maggior parte dei casi dalle stesse autorità dei paesi riceventi, quando i richiedenti riescono a presentarle.

Il soggiorno non autorizzato, i fabbisogni economici e le sanatorie

La popolazione che soggiorna irregolarmente sul territorio ha invece origini, modalità di arrivo e percorsi legali diversi. Sempre la Spagna nella scorsa primavera ne ha dato una dimostrazione eloquente. A fine giugno erano pervenute circa 1.170.000 domande, quasi il triplo del previsto. In questo caso, la maggior parte degli interessati proveniva dall’America Latina, non dall’Africa. Non erano arrivati via mare o passando da Ceuta. Gli immigrati irregolari fanno ricorso a vari canali d’ingresso, perlopiù regolari. Il principale è il turismo. La Spagna come l’Italia e in generale l’Ue non richiede neppure il visto ai cittadini di circa cinquanta paesi del mondo, per soggiorni turistici di durata inferiore ai novanta giorni. Tra questi, tutti i paesi dei Balcani, Albania compresa, e molti paesi dell’America Latina, tra cui Argentina, Brasile, Venezuela. Altri cittadini stranieri, sottoposti all’obbligo del visto, se vengono da paesi “amici” e dispongono di un po’ di risorse, riescono a ottenerlo con vari livelli di facilità. Ne consegue che chi è dotato del passaporto giusto, possiede i mezzi per acquistare un titolo di viaggio e riesce a simulare un soggiorno turistico, può entrare legalmente ed eventualmente fermarsi sul territorio. Quando lascia scadere i termini della sua autorizzazione al soggiorno, di solito i tre mesi dei turisti, diventa irregolare. 

Trovando lavoro, a un certo momento può chiedere di regolarizzarsi: l’economia spagnola degli ultimi anni ha offerto parecchie opportunità in questo senso. Inoltre, in Spagna, già prima della sanatoria, era in vigore un dispositivo legale che consente la regolarizzazione dei soggiornanti dopo due anni, l’arraigo, specialmente nel caso dei lavoratori. La sanatoria ha accelerato il processo di emersione, facendo esplicitamente diventare il soggiornante-lavoratore una risorsa per l’economia e per il bilancio statale. Per concludere sul punto, la differenza principale tra chi arriva via mare tra mille rischi e ostacoli, e chi scende dall’aereo per trovare lavoro nell’economia sommersa è il passaporto di cui dispongono.

Quella spagnola non è propriamente un’eccezione, vista dall’Italia. Da noi i meccanismi sono più complessi e tortuosi, ma sostanzialmente analoghi: governi diversi hanno promulgato otto sanatorie tra il 1986 e il 2020, con un picco sotto i governi Berlusconi del primo decennio di questo secolo, costituendo il pilastro delle politiche migratorie italiane. Hanno infatti consentito l’accesso allo status legale per la maggior parte degli immigrati adulti. Alle sanatorie si aggiungono i decreti-flussi, largamente utilizzati per regolarizzare lavoratori già in realtà arrivati in Italia e occupati informalmente.

Lo sfruttamento politico della crisi: la sospensione della libera circolazione e i dublinanti

Un altro capitolo della vicenda riguarda lo sfruttamento politico della crisi di Ceuta, segnatamente da parte italiana, con la sospensione degli accordi di Schengen nei confronti dei viaggiatori provenienti dalla Spagna. La battaglia tra i due governi ha chiamato in causa i numeri sugli arrivi irregolari, alimentando la confusione tra ingresso e soggiorno e la narrativa sulla presunta minaccia degli entranti non autorizzati. Semmai dovrebbe essere la permanenza sul territorio in condizione di invisibilità a preoccupare.

È intervenuta poi la contesa sugli spostamenti dei richiedenti asilo verso l’interno dell’Ue. Sebbene da parte italiana il punto sia stato accuratamente tenuto nascosto, grazie anche a media poco competenti e dipendenti dalle veline governative, il nuovo Patto su Immigrazione e Asilo ha rafforzato le disposizioni della convenzione di Dublino, rendendo più rapido ed efficiente, almeno sulla carta, il reinvio dei richiedenti asilo nei paesi di primo ingresso. I trasferimenti sono stati 18.000 nel 2025, come nel 2024, 70.000 le domanda accolte (Fonte: EUAA). Sull’onda della crisi di Ceuta, sono partite le iniziative di diversi governi per costringere l’Italia a dare attuazione all’accordo. Se la spuntano, potremmo ritrovarci a gestire un numero di rifugiati sensibilmente maggiore di quello attuale.

Regole del genere traducono soprattutto l’impopolarità attuale dei rifugiati, anche quando, come i siriani in Germania, diventano a loro volta un importante bacino di manodopera, non meno degli ex-turisti latino-americani in Spagna. Nessuno vorrebbe farsene carico e tutti cercano di trasferirli sul territorio del vicino. Si sta arrivando a esiti assurdi, rimandando indietro persone che hanno familiari e parenti nei paesi che hanno scelto di raggiungere, che hanno cominciato a imparare la lingua o hanno trovato lavoro. Si protegge, quando va bene, la loro vita, ma non si vuole dare loro la libertà di scegliere da dove ripartire.

La crisi di Ceuta dunque insegna molte cose, ma non sono precisamente quelle che i governi vorrebbero instillare e che molta parte dell’opinione pubblica tende a recepire.

(Foto: Mario Sánchez Bueno – Flickr: Ceuta, commons.wikimedia.org)

  • Maurizio Ambrosini

    Maurizio Ambrosini è docente di Sociologia delle Migrazioni nella Facoltà di Scienze Politiche, Economiche e Sociali dell’Università degli Studi di Milano. Insegna anche all’Università di Nizza ed è responsabile scientifico del Centro studi Medì-Migrazioni nel Mediterraneo di Genova.