Uno spettro si aggira per i talk show televisivi quando si parla di sicurezza; anzi due, o forse tre. Tutti ad opera di giornalisti e politici di area “democratica” e tutti in grado di creare danni di un certo rilievo alla ormai prossima campagna elettorale.
Realtà e percezione
Il primo recita così: in materia di sicurezza non ci si può affidare ai dati, ma occorre tener conto della “percezione di insicurezza”, che ormai da molto tempo, è ben superiore rispetto ai pericoli ai quali le persone sono effettivamente esposti.
L’affermazione di per sé ineccepibile, essendo sacrosanto che la politica debba ascoltare le persone e i bisogni che esse manifestano. Ma che andrebbe sempre accompagnata – quantomeno “a sinistra”, ma non solo – dalla precisazione che questo principio ha dei limiti, perché il doveroso ascolto non può trasformarsi in una sorta di “dittatura della percezione”, che assoggetti le scelte politiche alle volubili percezioni soggettive.
Poche settimane fa un sindaco leghista di un comune della bergamasca ha emesso una ordinanza per “grave pericolo per l’incolumità pubblica e la sicurezza urbana” , vietando la circolazione nei pressi degli uffici comunali e degli esercizi commerciali alle donne con il velo; l’ordinanza è espressamente motivata da “segnalazioni” che “riferiscono della presenza ricorrente nel territorio comunale di una (avete letto bene, una) persona con il volto coperto, lasciando visibili esclusivamente gli occhi […] descritta dai segnalanti come elemento idoneo a generare apprensione e inquietudine nella popolazione…”.
Ebbene possiamo riconoscere che questa e altre scelte analoghe vanno ben oltre il limite? E che la “apprensione e inquietudine della popolazione” non può essere il faro che guida l’attività amministrativa o legislativa, tantomeno verso l’adozione di atti illegali? Certo, dovremmo riconoscerlo. Ma della individuazione di questo limite ben pochi si curano, temendo l’accusa di “non ascoltare la gente”. Con effetti a volte paradossali: e cioè che “a destra” si valorizza il calo dei reati (il dossier 2026 del Viminale attesta una forte riduzione anche dei reati “di strada”: -11% dei furti, -12% per le rapine; non si specifica se il calcolo è fatto sulle denunce o sulle condanne). Mentre “a sinistra” si valorizza, a fini polemici, la percezione di insicurezza, aprendo così la strada a ulteriori strette securitarie.
Come pure la valorizzazione della percezione dovrebbe sempre tenere conto che insicurezza e paura sono due importanti segnalatori di pericoli oggettivi, che orientano ciascuno di noi verso comportamenti prudenti, ma sono anche elementi fortemente soggettivi, che quindi possono facilmente essere orientati ad arte.
Ancora recentemente due giornalisti – uno notissimo ex direttore di testata, l’altro meno noto ma in passato addirittura deputato – sono stati condannati dai giudici a cospicui risarcimenti per aver scritto il primo che ai giovani immigrati del nordafrica che abitano le periferie “gli sparerei in bocca”, l’altro che “l’islam è il male del mondo” e altri pensieri di analoga profondità. Ora, a parte questi eccessi, nessuno potrà negare quanto sia diffuso un uso della comunicazione pubblica (Trump insegna) tanto abile quanto rozzo nel suscitare avversione verso l’altro, quindi paure, quindi insicurezza. La “percezione” andrebbe quindi con cura depurata dalla quota di insicurezza creata ad arte da questo tipo di comunicazione: operazione certo difficile, ma inevitabile.
“Lasciare alla destra” il tema
Il secondo spettro suona invece così: “la sinistra ha lasciato alla destra il tema della sicurezza”.
Qui la particolarità sta nel fatto che gli assertori di questa apparente ovvietà si guardano bene dall’indicare cosa avrebbe dovuto fare la sinistra per sgravarsi da questa accusa. Normalmente, il sottinteso è che non ha fatto “abbastanza” le cose che fa invece la destra: aumento delle pene, zone rosse, daspo, espulsioni e via dicendo. Qualsiasi accenno a una maggiore considerazione delle “risposte sociali” al bisogno di sicurezza o delle risposte che guardano alla prevenzione viene subito tacciato di buonismo e, appunto, di insensibilità verso il bisogno di sicurezza, che poco tollera risposte a lunga scadenza e complesse.
Eppure, sono proprio quelle le vere risposte. Un esempio per tutti: i dati di Antigone dicono che il tasso di recidiva in Italia è di circa il 68%, cioè che due detenuti ogni tre tornano a delinquere (in Finlandia, per dirne una, il tasso è del 20%, in Germania del 35%); ma che se si considerano solo i detenuti che hanno fruito, in carcere, di una attività lavorativa, il tasso crolla vertiginosamente (il Cnel ha stimato addirittura al 2%). Ma i detenuti che lavorano sono solo 21.000 su un totale di 64.000.
Ora, è del tutto ovvio che il massimo della sicurezza risiede non solo e non tanto nel fatto che ogni colpevole sia condannato in un tempo ragionevole e sconti la sua pena in carcere, ma prima ancora nel fatto che la pena sia tale da impedire la reiterazione del reato: per fare questo, la pena deve “funzionare” come strumento di rieducazione (come peraltro previsto dall’art. 27 della Costituzione) e dunque il carcere deve funzionare.
È certamente vero che una ragazza “che torna a casa da sola la sera” (l’immagine classica che affolla le prediche dei cultori della percezione) trae la sua sensazione di sicurezza dal vedere un poliziotto all’angolo e non dal fatto di sapere che in quel momento, nel vicino carcere, i detenuti stanno lavorando e studiando e che quindi la sua probabilità di incontrare malintenzionati è, grazie a quello, molto più bassa. Eppure le cose stanno effettivamente così: la sua sicurezza dipende, nella realtà, effettivamente da quello.
Ma, anche in questo caso, mettere in relazione il tema della sicurezza con un grande investimento sulle carceri o su una politica carceraria diversa (eppure la sinistra è anche quella della legge Gozzini) ha di nuovo un sapore vagamente buonista, viene ritenuto poco utile elettoralmente e dunque meglio lasciarlo in secondo piano.
Espulsioni o inserimenti al lavoro?
Infine, il terzo spettro è quello che sta guadagnando i posti alti della classifica dopo i fatti di Ceuta e suona più o meno così: “ne abbiamo espulsi più noi”; con la variante “ne ha espulsi di più Sanchez”.
Anche in questo caso, il terreno di gioco è quello scelto dall’avversario: non è vero che Sanchez sia a favore della “immigrazione clandestina di massa” perché ha fatto più espulsioni e respingimenti di Meloni.
Vero. Ma è proprio così difficile sottrarsi alla gara di chi ne ha respinti di più? E non usare quello come unico parametro di una buona politica dell’immigrazione?
Si potrebbe intanto, per prima cosa, evitare di qualificare tutti quelli che arrivano come “clandestini”, visto che molti loro hanno diritto a una protezione e dunque clandestini non sono, già nel momento in cui nuotano per aggirare le boe di Ceuta (è pacifico, in diritto, che salvo alcuni casi, la qualifica di titolare di protezione retroagisce al momento dell’ingresso): persino il citato dossier 2026 del Viminale riconosce che nei primi 6 mesi del 2026, pur a fronte di una legislazione più restrittiva, oltre 19.000 “clandestini” sbarcati in Italia hanno ottenuto il riconoscimento di una protezione (senza contare quanti poi l’hanno ottenuta grazie a un’azione giudiziaria, dato che il ministero continua ad occultare) e dunque irregolari e clandestini non erano.
O si potrebbe dire, per esempio, che l’altro dato fornito dal ministero nel citato dossier (275.000 migranti riportati in Libia o Tunisia; il ministero non distingue tra i due) non è un dato di cui ci si possa fare vanto, ma di cui vergognarsi visti gli oggettivi e incontestati report delle agenzie Onu sulle condizioni delle carceri ove vengono rinchiusi i migranti che transitano dalla Libia; e dunque dire chiaro e tondo “noi non l’avremmo fatto”, non avremmo respinto migranti né lì, né in Afghanistan, né in Sud-Sudan. Davvero un messaggio di questo genere non sarebbe stato capito?
O si potrebbe dire che mentre la maggioranza informava con gran pompa l’opinione pubblica di aver respinto – grazie alla sospensione dell’accordo Schengen – ben 17 migranti provenienti dalla Spagna, nelle stesse settimane il Governo creava addirittura 21.000 nuovi “clandestini”.
Ebbene sì, perché i dati (incontestati) della campagna “Ero straniero” confermano che nel 2025 (come analogamente già era accaduto negli anni precedenti) a fronte di ingressi programmati per 180.000 posti, hanno fatto effettivamente ingresso (a causa dell’oggettivo malfunzionamento del sistema) solo 35.000 stranieri e di questi sono 14.000 hanno potuto stipulare effettivamente il previsto contratto con il datore di lavoro che li aveva “chiamati”. A 10 o 12 mesi dalla domanda è infatti ovvio che le esigenze che avevano determinato la domanda potevano essere cambiate: l’impresa ha perso commesse, la persona da assistere deceduta, o guarita e così via. Così 21.000 stranieri si trovano a essere entrati regolarmente (altro che “clandestini”), senza però poter avere un permesso di soggiorno per l’ottusa opposizione del governo a rilasciare un permesso per casi di questo genere.
180.000 e 14.000 sono numeri da far paura: un tasso di successo delle attività programmate (e quindi ritenute utili per la collettività) del 7,77% porterebbe al fallimento di qualsiasi impresa e alle immediate dimissioni del consiglio di amministrazione. Ma di ciò non si parla: dal lato “governativo” perché si suppone poco spendibile politicamente l’aver programmato un incremento di migranti di 950.000 unità in 6 anni e ancor meno spendibile aver poi totalmente fallito nel progetto, con ovvi danni anche per le imprese. Dall’altro lato perché si ritiene, chissà perché, più spendibile la corsa a “chi ne ha rimpatriati di più”. Salvo poi lamentare – spesso per bocca degli stessi soggetti – che alla sinistra manca un’anima e la capacità di prospettare orizzonti diversi. Ma per vedere orizzonti diversi occorre salire una collina diversa da quella che hanno scelto “gli altri”.
Crediti foto: Kevin Escate su Unsplash – immagine ritagliata

