Al recente vertice Nato di Ankara di luglio, oltre a risuonare la stizzita predica di Trump agli alleati che non hanno dimostrato lealtà nella questione iraniana, ha colpito la reiterata volontà della presidente von der Leyen di sottolineare l’obiettivo di costruire una “Nato più europea”. Con il segretario della Nato Rutte a farle da controcanto: l’Europa secondo lui è già ai vertici dell’impegno per l’Ucraina, sta guidando il riarmo ecc. Da tempo si parla di “pilastro europeo” della Nato, o almeno di una maggiore responsabilità europea: Paolo Gentiloni ha invocato addirittura la decisione europea di “prendersi la Nato”.

Due cicli di storia alle spalle

Mi pare che convenga essere chiari. La Nato è una creatura strana. Originata con e per la guerra fredda, su pressione europea, ha finito per diventare l’organismo formale dell’impero statunitense e della sua pluridecennale egemonia. Chiamata in causa esplicitamente quasi mai – dato il carattere “freddo” dello scontro globale – ha costituito implicitamente per i primi quarant’anni di vita il tessuto di uno scambio tra la protezione americana potenziale della “sicurezza” europea (basi sul continente e soprattutto armamento nucleare) e il riconoscimento politico europeo della leadership di Washington. Questo sottotesto di un impero sui generis, come è noto, già al momento della fine della guerra fredda stava per cambiare faccia, avendo perso gli Stati Uniti le ragioni economiche e culturali della grande stagione inclusiva e progettuale del dopoguerra. E avendo loro stessi promosso un sistema della globalizzazione che spostava di fatto gli equilibri globali, affidandone irresponsabilmente il futuro alla sola speranza che i mercati si autoregolassero.

Dopo la scomparsa dell’impero sovietico, iniziando i suoi secondi quarant’anni, la Nato è sopravvissuta inizialmente per inerzia, senza scelte esplicite, né grandi ragioni, se non quelle dei paesi ex comunisti ai confini della nuova Russia, che chiesero ben presto di entrarne a far parte (sia per storici quanto generici sentimenti anti-russi che per compensare una certa lentezza dell’allargamento dell’Unione europea a est, questo sì agognato per ragioni tangibilmente economiche).  Gli Stati Uniti, che avevano nel frattempo riconfermato il proprio assoluto primato militare, anche in assenza di “nemici” espliciti (non dimentichiamo che la Russia si dichiarava un partner nella guerra al terrorismo fino almeno al 2008), non persero l’occasione di riaffermare attraverso la Nato il proprio (faticoso e formale più che sostanziale) controllo politico del mondo occidentale e della sua centralità globale.

Ma non è certo solo dall’epoca di Trump che sotterraneamente l’equilibrio interno della Nato era sottoposto a molteplici tensioni: rivendicazioni sui costi della difesa, incertezza sull’area geografica di funzionamento (la prima azione “fuori area” fu l’Afghanistan), tensioni sulla crescente tendenza statunitense all’unilateralismo. Le mosse fondamentali della superpotenza non erano certo concordate con gli alleati europei.

La novità dell’era Trump-Putin: riarmo senza politica

Due cose hanno ridato fermenti di vita a un organismo che qualcuno definiva sopravvissuto a sé stesso, o “dall’encefalogramma piatto”: due eventi in controtendenza apparente, ma che si sono sommati. Trump da una parte – con il suo brutale “America first” e la minaccia di abbandonare l’alleanza se gli europei non avessero aumentato i contributi, “facendo la loro parte” – e Putin dall’altra – con l’aggressione all’Ucraina e la conseguente chiamata a reagire dell’Occidente. Di qui le vicende degli ultimi anni. Gli europei che si affrettano a sostenere che aumenteranno le spese per la difesa (Rearm Europe) fino al mitico e del tutto propagandistico 5% del Pil. I nuovi membri ex neutrali che fanno la gara a entrare nell’ombrello dell’organizzazione atlantica, come si è visto con Svezia e Finlandia. Le nuove elucubrazioni sulla sicurezza, nella prospettiva vaga e poco sensata di una “nuova guerra fredda” contro un’inedita e non chiaramente identificata minaccia (la Russia? la Cina?  La Russia più la Cina?).

Con il sottotesto – che non manca mai nella prospettiva trumpiana – di tipo esplicitamente affaristico. Quanto di queste nuove spese europee per la difesa andrà ad arricchire l’industria a stelle e strisce? L’ineffabile Rutte ha promesso in pubblico 300 miliardi di dollari di investimenti europei in armi statunitensi, per blandire il tycoon. Qualche altro osservatorio sta mettendo in luce un progressivo spostamento dei progetti verso spese più specificamente europee, ma il percorso è ancora molto iniziale.

Rafforzare la sicurezza europea può avere certamente un senso, in epoca di cyberwar, con la necessità di integrare strutture e infrastrutture che a livello nazionale sono fragilissime, come peraltro di compensare l’onnipresente dominanza statunitense in settori come i satelliti, le piattaforme digitali, il controllo dei dati, i droni, i radar. Ma come è possibile immaginare che basti aumentare la spesa per raggiungere questo obiettivo senza un discorso politico comune sensato?

Intanto continuiamo a sostenere la difesa dell’Ucraina senza concordare a livello europeo un progetto politico sensato per mettere fine a quella guerra. Osserviamo i massacri compiuti dal governo di Netanyahu dicendo sottovoce che non ci piacciono, ma non agendo minimamente in modo coeso per fermarli. Continuiamo ad andare in ordine sparso dagli autocrati della sponda sud del Mediterraneo per pagar loro il controllo cinico dei flussi migratori, senza una visione comune del problema. Il nostro governo partecipa (come “osservatore”, certo, come se fosse una scusa) al Board of peace trumpiano su Gaza, quando gli altri europei si sono defilati.

Ha quindi senso la nuova parola d’ordine della “Nato più europea”? Mi pare ne abbia ben poco.

La sicurezza deve tradursi in solida politica comune

E la contraddizione è del tutto evidente proprio tra l’ambizione europea a “difendersi da soli” e la pressione di Trump sulla guerra in Iran. Una discrasia tra discorso politico e discorso militare che evidentemente non può essere la base di un qualsiasi progetto comune.

La sicurezza, infatti, non è un dato oggettivo, ma il frutto di una coscienza forte della propria identità, di un’analisi sobria della realtà circostante, di una rilettura delle costrizioni e delle opportunità, di una indicazione di priorità. E tutto ciò chiede capacità di leadership, visione, autonomia politica. Fanno ridere i discorsi che continuiamo a sentire sulla minaccia russa e il rischio di un’aggressione da Oriente: dodici anni di crisi ucraina e quattro anni di guerra ci dicono qualcosa di ben diverso sulla debolezza russa. E l’analisi della situazione mediorientale rispetto al discutibile asse Washington-Israele, o rispetto alla kafkiana vicenda di una guerra/non guerra all’Iran, sono tutte realtà che imporrebbero in prima battuta non un qualche riarmo, ma la capacità di partorire un orientamento politico realistico e credibile comune dell’Europa.

Quindi, delle due l’una: o il “pilastro europeo” della Nato esiste politicamente. Il che vuol dire che l’Europa – che sia a 27 oppure con un nucleo duro più ristretto – costruisce una propria identità forte, fatta di valori, priorità, scelte, impegni veramente comuni. Superando la classica frammentazione nazionale ormai assurda nei nostri tempi. E quindi si costruisce davvero – non solo nella sigla – la Politica estera e di sicurezza comune dell’Unione (la vantata e fantasmatica Pesc). Se questo alfine succedesse, la Nato servirà sempre meno. O meglio, potrà anche essere utile in un quadro di bilanciamento della superpotenza militare di Washington. Come camera di compensazione di un Occidente veramente plurale. È l’Europa insomma a dover essere finalmente europea, non la Nato.

Oppure si tratta semplicemente di un diversivo, di un “flatus vocis”: i piccoli staterelli europei condannati alla perpetua marginalità non dal fatto che non spendono in armamenti, ma dal fatto che sono divisi e impotenti, continueranno a balbettare. Nutrendo sovranismi da barzelletta, utili magari per raccattare voti ma non per governare le interdipendenze globali. E continueranno ad essere subalterni politicamente a una potenza egemone del tutto ondivaga e incerta nell’affermazione della propria stessa condizione di superiorità e nella gestione del proprio relativo ridimensionamento.

Certo, con la situazione politica europea attuale, non c’è molto spazio per l’ottimismo. Con questa Commissione e con questa presidente, con questi chiari di luna nell’orientamento dei governi e con un parlamento europeo che vira costantemente a destra, non c’è neppure bisogno che sia Trump a irridere sguaiatamente l’esistenza stessa dell’Europa: lo fa già la nostra classe dirigente, in preda a uno smarrimento che manifesta una vera e propria incapacità di affrontare il futuro, il che comporta svendere quel che abbiamo di più prezioso, ovvero le regole, i diritti, la democrazia, la cooperazione tra Stati, la condivisione della sovranità, la tanto citata European way of life, ormai ridotta anch’essa a sogno di anime belle.

(Foto: commons.wikimedia.org)

  • Professore di Storia contemporanea e Prorettore vicario, Università IULM - Milano. Coordinatore della rivista web Appunti di cultura e politica.