Due dipinti famosi, Guernica di Picasso del 1937, le Radeau de la Méduse di Géricault del 1819: Guernica mette in scena il primo esperimento nazifascista di bombardamento a tappeto di una città, durante l’aggressione franchista alla repubblica spagnola; il secondo riguarda un naufragio e gente lasciata morire in mare per insipienza politica e burocratica durante la Restaurazione. Ai loro tempi, queste grandi immagini erano un grido di scandalo; ai nostri giorni giungono notizie di molte Guerniche quotidiane a Gaza, in Cisgiordania o in Libano non in via eccezionale ma per sistema, notizie quotidiane di gente lasciata morire in mare per intenzionale omissione di soccorso. Distruggere città e lasciar morire in mare sono segno dei tempi: la quotidiana deterrenza terroristica contro popoli che abitano la propria terra e contro quelli che migrano. Per l’insistenza quotidiana di tragedie simili, il loro grido ci giunge soffocato dalla nostra assuefazione inevitabile ed è la nostra involontaria partecipazione alla guerra.

La bandiera di Ben-Gvir

A metà maggio 2026, la Global Sumud Flotilla disarmata, che portava aiuti alla striscia di Gaza e ne denunciava l’assedio e la carestia programmata, ha umiliato l’Israele di Netanyahu. A questa umiliazione di Israele ha contribuito l’esibizione feroce e idiota del ministro per la sicurezza Ben-Gvir, che sventolando la bandiera israeliana e al canto dell’inno nazionale ha voluto esibire davanti al mondo i rapimenti, le umiliazioni e le torture inflitte ai partecipanti della Flotilla illegalmente rapiti in acque internazionali e deportati a forza in Israele.

Lo spirito della operazione di Ben-Gvir era del tutto simile a quello, pubblicitario e insieme intimidatorio, dello “Stato Islamico” quando sotto le proprie bandiere sfoggiava davanti al mondo il supplizio collettivo dei prigionieri. Ben Gvir non si è risparmiato citazioni d’altri tempi e d’altri regimi, ben presenti alla memoria ebraica per averli subiti: la minaccia di cani rabbiosi, i numeri su fasce ai polsi a privare del nome i prigionieri, la privazione dell’acqua e del sonno, la molestia sessuale e lo stupro. Reminiscenze. Brutti segni. Segno che Ben-Gvir ha ritenuto che la sua esibizione pubblica fosse un’utile propaganda per l’estrema destra in vista delle elezioni d’ottobre. Segno che confidava nel consenso di una parte di Israele a simili “valori”, soprattutto dopo il trauma per la strage barbarica compiuta da Hamas e Jihad il 7 ottobre 2023, che il governo Netanyahu non aveva saputo o voluto né prevenire né respingere.

L’operazione internazionale della Flotilla rappresentava una giusta denuncia dell’etnocidio dei palestinesi e dell’inerzia dei governi di fronte ai crimini dell’Israele di Netanyahu, e le ostentazioni di Ben Gvir non   facevano che confermare quella denuncia: uno scacco per Israele. Uno scacco avvertito dai suoi stessi vertici, dal presidente Herzog e dal primo ministro Netanyahu, che si sono affrettati a dichiarare che l’esibizione di Ben-Gvir era una sua iniziativa personale, Preferiscono non esibire in pubblico le pratiche molto peggiori che si infliggono ai prigionieri palestinesi nelle prigioni o nel campo di concentramento di Sde Teiman nel Negev. Per cui l’Israele di Netanyahu vieta i controlli internazionali, censura i fatti e uccide i giornalisti per riservarsi la possibilità di accusare le testimonianze d’essere fake news, o ispirate da Hamas: “calunnie antisemite”. E conta sul fatto che molti, in Israele, o tra gli ebrei e nel mondo, sono portati a crederlo, per sentimento o per interesse psicologico o politico: Il tentativo è di far credere a chi vuol crederlo che la violenza sistemica di Israele che Ben-Gvir ha maldestramente offerto al pubblico mondiale, sia un caso isolato “contrario ai principi di Israele”, dell’“unica democrazia ecc.”

Che il trattamento di quelli della Flotilla sia stato irriso in Tv dalla seconda carica dello Stato italiano, il presidente del Senato La Russa, fascista e amico personale del presidente della Comunità ebraica di Milano, Meghnagi, non stupisce: si tratta di affinità elettive tra ebrei di destra ed estrema destra al governo in Italia e al governo in Israele.

Francesca Mannocchi su “La Stampa”, ha invece acutamente notato che lo scandalo mediatico suscitato dalle procedure di Ben-Gvir sulla Flotilla rischia un vago sfondo eurocentrico: è il fatto che nel caso della Flotilla i corpi violati, derisi e oltraggiati non fossero quelli palestinesi o libanesi, ma corpi “occidentali”, corpi “nostri”.

Degradare le vittime

Intanto nelle carceri di Israele vengono portati verso il degrado e il deperimento o verso la morte, per torture e stenti, molti prigionieri palestinesi in detenzione amministrativa, cioè senza accuse documentate, né processo né avvocati. In particolare, medici palestinesi colpevoli di esser rimasti fedeli ai loro pazienti fino alla distruzione israeliana degli ospedali. Con la paradossale accusa di terrorismo indiretto per aver cercato di rimediare alle ferite inflitte dall’Idf a corpi palestinesi: il pediatra Hassam Abu Safiya, per esempio, o altri 14, reclusi proprio in quanto medici, cioè praticamente e simbolicamente operatori per la sopravvivenza dei loro concittadini. La cura, l’etica, la deontologia tra i palestinesi sono insopportabili per l’Israele di Netanyahu: fanno passere l’idea che si tratti di esseri umani invece che di untermenschen, di sotto uomini, come dicevano i nazisti degli ebrei o dei Rom. Disumanizzare le proprie vittime non è solo un atto istintivo dell’oppressore, ha anche una sua razionalità. Portata all’estremo, ne trovo una spiegazione in una pagina de I Sommersi e i Salvati dove Primo Levi riporta un passo dell’intervista di Gitta Sereny a Franz Stangl, già comandante di Treblinka: “visto che li avreste uccisi tutti, che senso avevano le umiliazioni, le crudeltà” chiede la scrittrice a Stangl, che risponde: “Per condizionare quelli che dovevano eseguire materialmente le operazioni. Per rendergli possibile fare ciò che facevano”. “In altre parole – spiega Levi – prima di morire, la vittima dev’essere degradata, affinché l’uccisore senta meno il peso della sua colpa”. Qui si tratta del caso estremo, del campo di sterminio, ma mi sembra una logica che spiega la disumanizzazione fin dal suo primo sintomo, tanto più contro qualunque gruppo umano si consideri per la sua stessa esistenza – donne uomini bambini – una minaccia “esistenziale”, per cui lo si voglia estirpare.  L’enfasi sull’ “esistenziale” è la retorica oggi diffusa, a motivare le crudeltà di massa.

La Flotilla era una contestazione alle inerzie sui vantati “valori occidentali” da parte dei governi occidentali.  Il cancelliere tedesco Merz, democristiano, ha affermato che l’Israele di Netanyahu starebbe compiendo il “lavoro sporco” (sic) nell’interesse dell’occidente. Per le sue responsabilità nella Shoah, la Germania ha avvolto istituzionalmente Israele di un tabù, cioè del divieto di critica qualunque cosa faccia o diventi, per cui  la dichiarazione del cancelliere Merz suona in questo modo: la Germania ha sterminato gli ebrei, ora li usiamo per il lavoro sporco, e finché il divieto di critica proteggerà il “lavoro” di Israele nello sterminio dei palestinesi, così proteggerà anche la nostra connivenza con il “lavoro” che abbiamo delegato a Israele: quello di controllare il vicino oriente, petrolifero e finanziario, anche per conto nostro.

Il filosemitismo copre gli altri razzismi

È la logica della destra che monta in Europa e in America: se proclameremo la nostra solidarietà con lo “Stato ebraico” di Netanyahu nella sua guerra contro i palestinesi saremo salutati come convertiti da antisemiti in filosemiti e questo darà una copertura alle nostre politiche razziste o xenofobe verso qualunque altro gruppo umano, in particolare migrante. Su questo, si è ri-formato un asse Roma-Berlino e non è di buon auspicio. Poiché Roma e Berlino hanno memoria d’essere state le capitali che hanno promosso la Shoah, si sono poste un tabù verso l’Israele di Netanyahu, a risarcimento di persecuzione e sterminio del passato, per cui sono conniventi con le devastazioni, le persecuzioni e il terrorismo di massa dell’Israele di Netanyahu come riconoscimento del debito morale dovuto alla Shoah: un paradosso osceno.

Appare qui un altro aspetto del lavoro sporco evocato dal cancelliere tedesco. L’appoggiare l’Israele di Netanyahu in quello che sta facendo non solo dimostrerebbe la volontà europea di superare la propria tradizione antisemita, ma significa anche accogliere con favore che Israele, “in nome del popolo ebraico”, si assimili alla tradizione delle persecuzioni e della disumanizzazione di un gruppo umano come propria “necessità esistenziale”. Ma con questo, “in nome del popolo ebraico”, si riduce l’autorevolezza della testimonianza ebraica della Shoah. Un’autorevolezza che l’Israele di Netanyahu e Ben-Gvir sta logorando gravemente, proprio mentre cerca di valersene abusando dell’accusa di antisemitismo o di nazismo rivolta ad ogni critica. Tanto che le istituzioni ufficiali ebraiche non sanno più come gestire la “Giornata della Memoria”, nel timore di dover rispondere in pubblico a “provocazioni antisemite”, cioè a domande di quale sia il rapporto tra la “memoria ebraica” e la distruzione di un popolo perpetrata “in nome del popolo ebraico”. Ma ora, nel lavoro sporco, siamo tutti dalla stessa parte, l’Israele di Netanyahu, la collaborazione degli Stati Uniti e le inerzie dei governi d’ Europa.

Trasformare il nazionalismo in universalismo

Il riconoscimento del Cancelliere tedesco era una mano tesa a Netanyahu, nel suo sforzo di presentare i suoi interessi nazionalistici e privati come generosa solidarietà internazionalistica. In un’intervista alla Cnbc, del 3 giugno 2026, Netanyahu ha fatto eco al cancelliere dicendo “Quando combattiamo l’Iran non combattiamo solo la nostra guerra, ma anche la vostra, quella dell’Europa”.

Israele ha certo il bisogno di difendersi. È un diritto riconosciuto come universale, ma l’Israele di Netanyahu e Ben-Gvir sembra ormai riconoscerlo solo a sé stesso per negarlo ad altri.  Così inteso, il suo “diritto di difendersi” (difendersi ormai soprattutto e preventivamente dalle sue vittime) non fa che proseguire la tradizione e il lavoro sporco della “guerra al terrorismo”. La quale pretende di legittimare, come lotta al terrorismo, un terrorismo su più vasta scala e più avanzata tecnologia che coinvolge indiscriminatamente i civili, considerati, per la loro stessa esistenza, “scudi umani” dei terroristi o potenziale terreno di reclutamento di terroristi, presenti e futuri. Per questo l’uccisione dei bambini non è un accidente ma un programma preventivo, in quanto i bambini feriti, o mutilati o resi orfani è logico pensare che diventino terroristi. A Gaza, in Cisgiordania, in Libano. Ma fin dall’inizio della tragedia innescata da Hamas e Jihad con l’atroce massacro del 7 ottobre 2023 nel sud di Israele, Netanyahu aveva esaltato l’afflato “universalistico” dell’offensiva israeliana su Gaza. Nel suo discorso del 28 ottobre alla Knesset definiva il suo programma di una battaglia “dell’umanità contro la barbarie”, per una “vittoria del bene sul male, della luce sulle tenebre, della vita sulla morte”. “[i nostri soldati eroici] sono impegnati a sradicare questo male dal mondo, per la nostra esistenza, e aggiungo, per il bene di tutta l’umanità […] Ricorda ciò che ti hanno fatto gli Amaleciti (Deuteronomio 25,17) […] Ricordiamo e combattiamo”.

Demonizzare Amalek, il nemico esistenziale

Nella tradizione ebraica Amalek è il nemico assoluto, perciò votato al genocidio (donne e uomini e bambini e animali ed alberi secondo il primo libro di Samuele, 15,17). Lungo la storia, Amalek si sarebbe successivamente presentato in molte forme, in particolare nell’impero di Roma e infine nella Germania di Hitler. Nella dottrina Netanyahu, Amalek-Hitler non è solo Hamas ma tutta la gente di Gaza, donne uomini e bambini, imputati di connivenza collettiva con Hamas, e ciò significa due cose; volerne artificialmente sopravvalutare la potenza e la minaccia per l’umanità, e quindi giustificarne lo sterminio. Ma come giustificare l’evidente sproporzione tra la minaccia palestinese verso il mondo e la minaccia della Germania nazista, a suo tempo preponderante potenza industriale e militare? Ci si pensava da tempo, se al 37esimo Congresso Mondiale Sionista tenutosi a Gerusalemme nel 2015, nel suo intervento del 20 ottobre Netanyahu ha detto: “Hitler non voleva sterminare gli ebrei, all’epoca, voleva espellere gli ebrei. Amin al-Husseini [il Gran Muftì palestinese di Gerusalemme] andò da Hitler e gli disse: ‘Se li espelli, verranno tutti qui’ [in Palestina, ndr]. ‘Cosa dovrei fare con loro?’, chiese Hitler. Il Muftì rispose: ‘Bruciali’”. Il Gran Muftì sarà stato un pessimo elemento, che cercò un’alleanza con Hitler contro il dominio inglese sulla Palestina. Ma questo strabiliante revisionismo storico di Netanyahu, che alleggerisce le responsabilità di Hitler per caricarle sul Muftì in quanto rappresentativo dei palestinesi, aveva un obiettivo: quello di spostare la responsabilità della Shoah dal nazismo ai palestinesi. Perché per Israele la Germania non era più un problema, ma lo erano i palestinesi. Per questo era utile demonizzarli all’estremo, rappresentandoli precursori di Auschwitz, immaginandoli capaci di una decisiva influenza sulla storia e quindi portatori di una minaccia universale come erano gli ebrei secondo i nazisti.

Così l’antipalestinismo ideologico giunge a demonizzare i palestinesi come i nazisti demonizzavano gli ebrei: l’antipalestinismo assume i criteri dell’antisemitismo. E ciò strumentalmente, da parte di chi rifiutava e rifiuta radicalmente e per principio la via del compromesso con i palestinesi. Da parte cioè di quella destra che aveva ispirato il terrorista israeliano Ygal Amir ad assassinare il 4 novembre 1995 il primo ministro Rabin, che invece il compromesso con Arafat l’aveva tentato con la mediazione degli Stati Uniti di Clinton.

A ben guardare, anche nell’ antisemitismo nazista c’era un appello “universalistico”: poiché gli ebrei erano un nemico universale, poiché la democrazia e il comunismo erano ideologie giudaiche volte a disgregare le nazioni, il nazismo faceva appello a tutte le nazioni perché collaborassero al suo programma di distruggere gli ebrei e di liberarle da quella minaccia “esistenziale”. E furono molti in Europa a consentire a questo appello, a collaborare col “lavoro sporco” del nazismo. Data l’inerzia dei governi europei di fronte all’etnocidio dei palestinesi, si direbbe che l’appello universalistico di Netanyahu a favore della sua guerra “della luce contro le tenebre” abbia trovato qualche ascolto.

Crediti immagine: Théodore Géricault, Public domain, via Wikimedia Commons